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Tammaro Cirillo
La CGIL e i colori della razza
Immigrati incontrano la Iotti
Jerry Masslo non sarà dimenticato
Jerry Masslo

 

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Tammaro Cirillo
 

Tammaro Cirillo, e altre vittime di camorra
In un apposito documento presentato in occasione del congresso della Fillea di Caserta nel mese di ottobre 2018, si è sottolineato che nei secoli scorsi la Campania è stata protagonista di varie vicissitudini e il nome stesso, molto probabilmente, deriva da “Campania Felix”, Campagna Felice, scomparso poi nel tempo facendo posto a “Terra di Lavoro”, per poi ricomparire nel Cinquecento, quando le cartine geografiche portavano la dicitura “Terra Laboris olim Campania Felix”, dunque “Terra di Lavoro, anticamente Campania Felix”, che comprendeva più o meno l’attuale provincia di Caserta fino al Garigliano, Napoli e oltre, fino a Torre Annunziata, ad eccezione di Castellammare e della penisola Sorrentina.
Una regione ampia, formata da 258 comuni, che inglobava inoltre parti dell’attuale Molise, del Sannio e dell’Irpinia, oltre ai comuni del basso Lazio. In quella pianura, dove i Romani con al centro Capua, la più grande città in Italia, apprezzavano i frutti e i suoi prodotti erano ricercatissimi sul mercato e sempre presenti sulle tavole dei consoli romani. È in quelle terre che si consuma un atto atroce, di barbarie inaudita e ignobile. Mai gli uomini di allora avrebbero immaginato che l’uomo e la camorra, un giorno, l’avrebbero trasformata in terra dei fuochi. Camillo Porzio, avvocato e storico scriveva: “Concordemente da tutti gli scrittori é stimata la più bella regione del mondo, per il clima temperato, la grassezza dei terreni, e per i luoghi piacevoli”. “Terra di Lavoro” era conosciuta in tutta Europa per la produzione di ortaggi e frutta, salumi e latticini, seta e lino, per la mozzarella di Bufala, le famosissime olive di Gaeta, e soprattutto per la laboriosità degli abitanti.
La duttilità del cittadino di “Terra di Lavoro”, da filosofo a guerriero, capace di forgiare metalli e di fare serenate, sta nella sua storia, che in gran parte corre sulla via Appia, veicolo di culture e di conquiste. È la terra che vanta i primi documenti in Italiano, e quello fondamentale del Placito Capuano del 960. Tammaro Cirillo era di questo luogo, di questa terra. Un uomo con un profondo senso di libertà e giustizia. Quella giustizia che non ti lascia indifferente difronte agli abusi, dove il diritto per l’uomo diventa aria del proprio respiro e la libertà la luce del proprio cammino. Chi è animato da un profondo senso di libertà e giustizia spesso è condannato ad essere considerato un diverso, uno fuori dal coro, uno di cui non ci si può fidare.
Questo è il tratto distintivo che caratterizza uomini e donne che fanno della propria vita, di quel senso profondo di libertà e giustizia, il proprio modo di essere e di vivere. Non immaginava Tammaro che la sua battaglia per la giustizia l’avesse un giorno privato della sua libertà e addirittura della sua vita. Il 25 luglio 1980, la luce del suo cammino e l’aria del suo respiro trovavano fine in un letto di ospedale dopo 21 lunghissimi giorni di speranza e di agonia. 21 giorni di lotta contro un sistema penetrato nel profondo del tessuto sociale di un territorio occupato e violentato da uomini feroci, privi del ben minimo senso dello stato, nonché di qualsiasi principio etico, morale e sociale.
Siamo agli inizi degli anni ’80, gli anni in cui la vecchia e la nuova camorra tenta di imporre la propria presenza, il proprio ruolo, demarcando i propri confini, imponendo le proprie regole Diritti e lotte sociali nel XX secolo. Storie e protagonisti di Terra di Lavoro 149 150 Parte ottava - Le lotte per i diritti e la legalità democratica per il controllo di territorio e attività economiche da asservire alle faide camorristiche ancora oggi presente sulle nostre terre, una volta “terra di lavoro” trasformata poi in terra di camorra e oggi, sempre per mano della camorra, in terra dei fuochi.
Sono anche gli anni del degrado politico, civile, morale e sociale. Sono gli anni di quell’assurdo intreccio politica/mafia/camorra, gli anni in cui lo stato decide di allearsi con chi gestisce il territorio illegalmente anziché combatterlo e affermare la sua presenza. Gli anni ’80 sono gli anni che vedono liberare un assessore regionale per un accordo Stato/Camorra e uccidere, sempre per strani intrecci del destino, pezzi importanti dello Stato come Piersanti Mattarella, Rocco Chinnici, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa e tanti e tanti rappresentanti delle istituzioni di ogni ordine e grado. Erano i cosiddetti anni di piombo per tutto il paese, ma su questo territorio lo erano ancora di più, dove vivere o schierarsi non era semplice né facile. Erano gli anni in cui più che “esporsi” era più semplice, o forse tornava utile, “nascondersi” dietro un non so… non ho visto… non mi interessa.
Erano gli anni in cui chiunque si opponesse al progetto di conquista del territorio, dell’economia, delle istituzioni, diventava un ostacolo sulla strada della camorra. La camorra aveva deciso di mutare la sua azione, aveva deciso di entrare nel tessuto economico dello Stato. Tammaro sapeva di opporsi a queste forze, oscure, violente, non legali, così come sapeva che qualche ritorsione si sarebbe prima o poi abbattuta anche su di lui, ne sentiva l’odore, il pericolo, ma non immaginava che la ferocia che si sarebbe abbattuta su di lui lo avrebbe addirittura ucciso. L’orgoglio e la fierezza, di rappresentare i propri compagni, completava la missione di opporsi ad ogni forma di illegalità e di imposizione. Gli uomini spesso sanno essere più spietati e violenti delle bestie e la camorra su questo territorio lo è stato e, sotto certi aspetti lo è ancora oggi.
Tammaro non amava nascondersi, è caratteristica degli uomini con spiccato senso di giustizia e libertà. Non ammetteva che uomini imponessero su altri uomini il proprio volere. I “guardiani di giorno”, le “forniture imposte”, le “aziende amiche”, facevano parte di un disegno criminogeno che lui non tollerava. Lui con i suoi compagni a sudare, a sgobbare, per un lavoro dignitoso, altri ad imporre prezzi, tariffe, guadagni facili per persone che non lavoravano e che vivevano nel lusso e nel benessere. Lui che il sudore lo conosceva sin da ragazzo, per una vita per niente facile. Una vita trascorsa per lo più nei campi, di quel lavoro intriso di fatica e sudore. Tammaro Cirillo (nato nel 1942), sesto di sette figli, era figlio di questa terra.
A 38 anni lavorava in agricoltura con qualche breve esperienza in un’azienda come guardiano e operaio edile. La sua fu una vita caratterizzata dalla semplicità e dalla umiltà delle tipiche famiglie del Sud, di quelle che raccolgono il sudore delle proprie fatiche per poter cresce i propri figli. Figlio della cultura contadina, dove può mancare qualche soldo in tasca, ma si è ricchi dentro di dignità e di amore. La sua vita era lì nelle campagne di Villa Literno. Proprio lì nel cuore della “Campania Felix”, come usava chiamarla Plinio il Vecchio, terra ricca e fertile e di cui oggi è rimasto poco o nulla, eccetto le testimonianze di un passato glorioso. È lì, in “Terra di Lavoro”, dove la Campania molto probabilmente ha avuto origine, che Tammaro si è formato e cresciuto, ed è sempre lì che la camorra e il malaffare hanno violentato e consegnato ai giorni nostri un territorio coperto di veleni, ignoranza, devastazione sociale ed economica.
E lì, in un passato poi non così lontano, che bisognerebbe ritornare in quel territorio detto “Terra di Lavoro” per riconsegnarlo al mondo come un territorio florido e laborioso. Tammaro approda alla S.L.E.D. SpA di Napoli, un’azienda impegnata nella costruzione del depuratore di Villa Literno, in età avanzata e pochi mesi prima della sua uccisione. Era il suo primo impiego strutturato, alle dipendenze di un’azienda seria, come si dice da queste parti, e nonostante la sua breve esperienza di lavoratore dipendente si era calato subito nel ruolo che più le si addiceva, quello di difendere diritti e combattere ingiustizie, diventando di fatto un delegato della Fillea CGIL. Dopo anni di lavoro in proprio, in agricoltura, il lavoro edile significava avere un lavoro più dignitoso e remunerativo. Significava poter dare corpo e prospettiva al suo progetto di vita. Sposato con Antonietta, morta poi nel 2011, e padre di 4 figli, Giuseppe, anche lui prematuramente scomparso alla sola età di 46 anni.
Diritti e lotte sociali nel XX secolo.
Storie e protagonisti di Terra di Lavoro 151 152 Parte ottava - Le lotte per i diritti e la legalità democratica nonché di Maria, Laura e Silvana. Tammaro sapeva che il semplice lavoro nei campi non offriva garanzia e l’edilizia, come spesso accade da queste parti, ma come avviene nella generalità del Mezzogiorno, è considerato un settore più concreto, un lavoro buono, soprattutto se svolto alle dipendenze di un’azienda che lavora in appalti pubblici. “Lo avevo perso un po’ di vista” racconta con qualche difficoltà un suo carissimo amico nonché compagno di tanti trascorsi nei campi. “Era un tipo ribelle, un po’ fuori dalle regole, insomma uno di noi, di sinistra, sempre pronto alla contestazione, alla lotta”. L’impiego in quel cantiere li aveva allontanati, ma non li aveva mai separati, diverso l’impegno e il luogo del loro lavoro, ma sempre amici.
I figli che crescono, le necessità pure e Tammaro doveva far fronte a queste nuove necessità. Il Sud è povero per tante cose, ma soprattutto è povero, avaro, nell’offrirti una prospettiva di vita per la famiglia e i propri figli. Ma al Sud basta poco per avere fiducia nel futuro, un’azienda che occupa un po’ di lavoratori in più, che casomai venga da fuori provincia o meglio ancora dal Nord e subito la macchina della speranza si mette in moto, il pensiero inizia a fantasticare sulla prospettiva di un impegno buono, che possa darti quel minimo di tranquillità per farti portare a casa una “mesata” buona, dignitosa, sufficiente a farti pensare che anche tu puoi iniziare a vivere dignitosamente e che i tuoi figli possano nutrire e vivere gli stessi diritti di altri.
Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta incontra il suo destino Tammaro, nel pieno di una guerra. Vecchia e Nuova camorra si affrontano a viso aperto. Vecchio e nuovo modo di fare affari si frappongono ai sogni di Tammaro, o è forse lui a frapporsi alle ambizioni della camorra? Era stato appena eletto rappresentante dei lavoratori e nel suo discorso all’assemblea di cantiere aveva espresso la ferma volontà di opporsi alla presenza dei sub appalti imposti dalla camorra, “… devono uscire fuori dal cantiere” disse. Tammaro, come la parte sana di questo territorio, sapeva che con l’arrivo di miliardi di lire per le opere di bonifica sarebbe arrivata anche la camorra, il malaffare, la corruzione, il guadagno illecito.
Così come la camorra sapeva che chiunque si fosse opposto al suo progetto sarebbe stato un ostacolo da rimuovere e il sindacalismo di quei giorni era un ostacolo al progetto camorristico. Il suo era un impegno politico e sindacale, così come si usava dire allora. Impegnato politicamente nel partito dei lavoratori con il P.C.I., e impegnato in trincea con il sindacato con la Fillea CGIL, per la tutela diretta dei diritti dei lavoratori. Dicono che volesse essere un’azione di intimidazione, una lezione per tutti da ricordare per sempre, volevano renderlo inoffensivo per il resto dei suoi giorni.
Ma come spesso accade non è l’azione violenta della criminalità che rende inoffensivo un uomo, ma l’indifferenza della società, il dimenticarsi dei propri uomini che si sono sacrificati per quel senso di libertà e giustizia e che invece dovrebbe prevalere in ognuno di noi. Hanno atteso che tornasse a casa e lo hanno punito lì nella sua abitazione, in quel luogo che tutti riteniamo sicuro: la nostra casa. Lo hanno colpito alle spalle e alla presenza della propria figlia Maria. Nemmeno il coraggio di guardalo in faccia. Non hanno usato nessuna attenzione, come bestie si sono accanite su un essere indifeso e inerme, non curanti di chi vi fosse intorno.
Gli spararono per intimorirlo, per dargli una lezione. Ma chi doveva fare il lavoro lo fece male e forse anche loro sono stati puniti per questo sgarro. Quanti ostacoli abbattuti, quanti silenzi. “Un uomo non muore quando una mano armata lo ammazza, ma quando è rimosso dai ricordi della gente”. Tammaro era un figlio di questa terra, figlio della sinistra di questo territorio, figlio del sindacalismo di questo territorio e in quanto figlio non può e non deve essere dimenticato. La Fillea CGIL di Caserta lo ha voluto ricordare, perché vuole riappropriarsi della sua storia, dei suoi simboli, dei suoi uomini, dei suoi figli.
Renato Natale, sindaco di Casal di Principe, nel suo intervento di commemorazione di Tonino Cangiano di Casapesenna, morto anche lui per mano della camorra dopo essere stato ferito alle gambe, nel denunciare i rischi di un sistema camorristico, che stava conquistando pezzi della nostra economia territoriale, nonché delle nostre istituzioni e che si candidava direttamente alla gestione della cosa pubblica, stabilendo una vera e propria dittatura militare, non esitò a ricordare Tammaro come uno di noi, di colui che insieme a Don Peppe Diana hanno pagato il prezzo più alto. È grazie a lui, alla promessa fatta allora che “tutti questi morti per mano della camorra non devono essere dimenticati”, che la Fillea CGIL di Caserta ha voluto ricordare l’azione e il sacrificio di Tammaro Cirillo.
Così come vogliamo ricordare oggi un’altra figura storica e miliare del sindacalismo di questo territorio: Raffaele Errichiello, operaio, delegato e dirigente della Fillea CGIL di Caserta. Negli stessi anni in cui Tammaro viveva il suo drammatico epilogo, Raffaele era delegato dell’azienda consorella, la CEM, impegnata anch’essa nella realizzazione dei Regi Lagni, combatteva la sua battaglia di legalità con le stesse forze oscure presenti sul territorio.
Anche lui come Tammaro subì pressioni e sollecitazioni a desistere dal ruolo di delegato e di rivendicazione. Il suo destino non ha permesso che le sollecitazioni andassero oltre. Raffaele è morto qualche anno fa dopo una lunga militanza nella Fillea CGIL di Caserta come funzionario proprio su questo territorio. Oggi lui ci avrebbe potuto dare un conforto e un contributo di chiarezza e di verità. Anche a lui vogliamo rivolgere il nostro pensiero e ricordo per le tante battaglie portate avanti.
Come ci ammoniva don Peppe Diana, “… Non c’è bisogno di essere eroi, basterebbe ritrovare il coraggio di aver paura, il coraggio di fare delle scelte, di denunciare”. Tammaro, come Raffaele stavano in questo solco, in questo pensiero e la Fillea, la CGIL, il sindacato sta in questa memoria. Come ha sottolineato la Segreteria Fillea: “Noi sindacalisti, soldati di trincea, siamo sentinelle, le prime, nell’azione di difesa dei diritti universali del lavoro e dei lavoratori e questo ruolo di sentinelle della legalità lo vogliamo svolgere fino in fondo, fino alla fine dei nostri giorni”.

Note. La faida tra Nuova Camorra Organizzata (NCO) con a capo Raffaele Cutolo e Nuova Famiglia (NF) con a capo Antonio Bardellino fu un conflitto armato tra le organizzazioni camorristiche presenti nelle province di Napoli e Caserta, svoltosi tra la fine degli anni settanta e la prima metà degli anni ottanta del XX secolo. La lotta tra le fazioni fu alquanto sanguinosa. Negli anni peggiori ci furono: 71 vittime nel 1979, 134 nel 1980, 193 nel 1981, 237 nel 1982, 238 nel 1983 e 114 nel 1984. Alla fine degli anni ‘80 una serie di blitz e una catena di omicidi (tra cui quello del figlio di Cutolo, Roberto, e quello del suo avvocato, Enrico Madonna), decretarono il tramonto della Nuova Camorra Organizzata.

Protagonisti. Renato Franco Natale – Sindaco di Casal di Principe nel 1993-94 e poi nel 2014. Medico e fondatore, insieme ad altri medici, dell’associazione Jerry Essan Masslo, impegnata nella tutela della salute degli immigrati e del loro reinserimento sociale, volontario presso il centro della Caritas ‘Fernandes’ di Castel Volturno, simbolo dell’anticamorra, referente di Libera, nonché fondatore del Comitato Don Peppe Diana. Nelle ultime elezioni è stato riconfermato sindaco di Casal di Principe.
Tonino Cangiano – Vice Sindaco (1988) e poi Sindaco (1993) di Casapesenna. Viene gambizzato dalla camorra nell’ottobre del 1988. Il 23 ottobre 2009 il suo fisico, così provato, non resiste più. Dopo 21 anni il piombo camorrista raggiunge il suo scopo.
Don Peppe Diana – Parroco di Casal di Principe (19.04.1994). Ucciso dalla camorra nella sua chiesa a Casal di Principe, mentre si apprestava a indossare gli abiti per celebrare la prima messa. Era il giorno del suo onomastico quando in chiesa entrarono due uomini gridando: “Chi è don Peppino?”, “Sono io” rispose il parroco. I sicari non se lo fecero ripetere due volte e spararono contro il prete cinque colpi di pistola.

** Tratto da “Diritti e lotte sociali”, Guida Editore, 2019

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: La CGIL e i colori della razza
 

La CGIL e i colori della razza
In una torrida serata del mese di agosto 1989 l’esule sud africano Jerry Essan Masslo venne ammazzato nella sua capanna alla periferia di Villa Literno nel corso di una spedizione punitiva di alcuni giovani “balordi” (così vennero definiti dalla stampa locale). Questo fatto di sangue suscitò profonda emozione in tutto il Paese e la vittima divenne l’emblema della condizione di sofferenza e di disagio in cui vivevano i lavoratori extracomunitari.
In quel periodo i fatti di sangue e di violenza erano all’ordine del giorno nelle campagne del Basso Volturno, a seguito di un clima di intolleranza, di atti di squadrismo e di camorra. Da un lato, in alcuni paesi qualcuno aveva pensato di mettere in atto una sorta di “pulizia etnica”; dall’altro lato, nelle popolazioni locali si era diffuso un clima di paura del “diverso”, soprattutto in alcuni comuni (come appunto Villa Literno e Castel Volturno) – descritto nel bel libro di T. Ben Jelloun – dove in estate la presenza degli immigrati raggiungeva dei picchi di presenze pari al 50% della popolazione residenze. Infatti, qui si radunavano i braccianti per la raccolta del pomodoro (l’oro rosso) e degli altri prodotti agro-alimentari.
Essi vivevano in condizioni di precarietà e di nomadismo. Spesso finivano anche per alimentare i circuiti del malaffare, della delinquenza organizzata con la prostituzione e i traffici di droga. Per arginare questa ondata di violenza di tipo squadristico (sul modello di un bel film americano Mississipi Burning, che culminò con il rogo del ghetto locale) si mobilitò la CGIL Provinciale, che per prima organizzò dei servizi di accoglienza sul territorio, anche con l’apertura di leghe per tutelare i diritti di questi lavoratori (in molti casi ancora clandestini).
Nel mese di luglio del 1989, insieme ad Antonio Crispi e Giovanni De Santo organizzammo come segreteria provinciale tre incontri sul tema: “I colori della razza” con l’obiettivo di aprire degli squarci di dialogo e di confronto tra le popolazioni locali e gli immigrati. Nelle piazze di Castel Volturno, Mondragone e Villa Literno vi furono delle manifestazioni con l’ausilio di una mostra multimediale allestita dalla CGIL di Modena, nell’intento di educare alla multiculturalità e di superare ogni pregiudizio legato al colore della pelle, alle diverse etnie. In me è ancora vivo il ricordo di quelle tre serate di inizio luglio: l’incontro di Villa Literno – dopo un avvio alquanto freddo – si trasformò in una festa popolare nella piazza centrale con balli, canti e scambio di cibi interetnici tra locali ed immigrati; a Mondragone vi fu un vero bagno di folla per gli interventi di Antonio Pizzinato e don Andrea Riccio nella Rotonda sul lungomare.
Già allora fu proprio a Castel Volturno dove emersero le maggiori difficoltà in un clima ostico nei confronti della nostra iniziativa, che si svolse nella Piazza del Castello nella totale indifferenza, nel vuoto e nell’isolamento da parte della cittadinanza.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: cippo di Miriam Makeba

Nell’autunno la CGIL Provinciale preparò una vera e propria piattaforma sindacale per affermare e riconoscere anche i diritti dei lavoratori senza permesso di soggiorno e non ancora in regola (i cosiddetti “clandestini”). A settembre si organizzò una prima manifestazione con corteo (con la presenza di Antonio Pizzinato e Dacia Valent, allora eurodeputato), i cui obiettivi poi confluirono in una grande manifestazione nazionale a Roma – preceduta dalla prima Conferenza nazionale per l’immigrazione organizzata a Caserta. Di quel periodo mi sono rimasti impressi nella memoria alcuni episodi che ho vissuto personalmente (in quanto allora ero segretario della CGIL Provinciale) e che esprimono appieno il clima di tensione e di violenza che si viveva nelle campagne di Villa Literno e dintorni.
Infatti, come lega bracciantile (una delle più antiche nata con le lotte dei contadini per la conquista della terra nel dopoguerra) decidemmo di organizzare nella sede una assemblea dei lavoratori extracomunitari. In quella stagione vivevano e lavoravano nei campi per la raccolta dell’”oro rosso” (i pomodori di cui il casertano era il maggior produttore), che poi venivano esportati nei mercati ed utilizzati per la trasformazione

nelle aziende agroalimentari del distretto dell’area nocerino-sarnese, della Puglia e delle altre regioni del Centro-Nord.
Allora, come oggi, eravamo in presenza di un mercato del lavoro molto mobile (soprattutto in agricoltura ed in edilizia), che ormai si reggeva quasi esclusivamente sulla forza-lavoro degli immigrati (spesso in condizioni di nuove forme di schiavismo), che si spostano durante l’arco dell’anno dal Sud al Nord seguendo i cicli stagionali dei diversi prodotti ortofrutticoli (in primavera e d’estate le fragole ed i pomodori nel Mezzogiorno; d’autunno e in inverno le mele e gli allevamenti zootecnici nel centro-nord). Come sindacato – insieme all’ufficio stranieri della Questura di Caserta – calcolammo che in quel periodo in un piccolo centro come Villa Literno (con meno di diecimila residenti) vi era una massiccia presenza di altrettanti stranieri.
Ciò rendeva molto difficile un processo di integrazione (non solo sociale ma anche culturale), se non il reclutamento da parte dei “caporali” per la raccolta dei pomodori e per altri lavori nell’edilizia e nel turismo. Questo disagio è stato raccontato bene da tante testimonianze, in particolare è stato descritto con efficacia dal grande scrittore di origine marocchina Tahar Ben Jelloun in un racconto dal titolo evocativo “Villa Literno”, in una raccolta di reportage in Italia edita da Einaudi nel 1991 (“Dove lo Stato non c’è”).
Nell’assemblea organizzata nella lega ci proponemmo l’obiettivo di offrire solidarietà ed aiuto a tanti lavoratori clandestini per regolarizzare la loro posizione e li invitammo ad organizzarsi con il sindacato per la difesa ed il riconoscimento dei loro diritti più elementari. In quella sera di luglio arrivarono a centinaia e non riuscimmo a contenerli nella nostra sede per cui traboccarono per la strada e nel cortile adiacente.
Naturalmente vi fu un dibattito molto animato e per certi versi gioioso con tante persone che ritrovavano un poco di dignità umana e che finalmente vivevano un momento di cittadinanza attiva. Il successo dell’incontro (e la sorpresa per la sua riuscita di massa) ebbe un grande eco sulla stampa nazionale (e non solo). Il giorno dopo arrivarono inviati da tutte le parti (anche di grandi reti televisive e di quotidiani famosi in Europa), curiosi di sapere e di conoscere una esperienza alquanto originale: quella di un sindacato degli immigrati che per la prima volta cominciavano ad organizzarsi e a mobilitarsi.
Alcuni di loro ci chiesero di incontrare i rappresentanti del movimento nella sede della lega bracciantile di Villa Literno. Noi accogliemmo la richiesta e fissammo un incontro per il giorno successivo. A riceverli si fece trovare Giorgio Borrelli (un mio collega ora nella segreteria provinciale della CGIL), il quale dopo poco tempo mi chiamò al telefono con una voce concitata, chiedendomi di correre con urgenza a Villa Literno in quanto il proprietario della sede si opponeva e voleva impedire l’apertura della lega.
Corsi subito sul posto e cercai di avviare una trattativa con il proprietario (che tra l’altro era un dipendente delle poste iscritto al sindacato). Egli ribadì con fermezza che in quel momento non era possibile tenere l’incontro, in quanto i suoi familiari ed i vicini di casa erano ancora scossi e spaventati per l’invasione di “neri” della sera precedente. Di fronte alla nostra insistenza, pur dichiarando rispetto per la nostra organizzazione, il proprietario cambiò il tono della voce e con fare minaccioso ci disse: “Signor Iorio, li vedete quei giovanotti dall’altro lato della strada?
Se qualcuno di voi si azzarda ad alzare la serranda rimarranno solo schizzi (con un termine dialettale molto pittoresco) di sangue vicino al muro “. Solo allora mi resi conto della presenza di quel gruppo di prestanti giovanotti schierati in fila sul marciapiede opposto (erano una ventina con le mani in tasca visibilmente intenzionati a ricorrere alle loro armi in caso di necessità). Al che il mio amico Giorgio – che notò una espressione molto preoccupata nel mio sguardo – mi spingeva a non cedere, a non arrendermi alle minacce subite, in nome della democrazia e della libertà di manifestare (sancite dalla nostra Costituzione).
A quel punto gli chiesi se avesse capito bene, gli ripetei la frase intimidatoria e gli chiesi: “Te la senti personalmente di aprire la serranda?”. A questo punto anche lui cambiò tono ed aspetto, cominciò a sudare freddo e mi rispose che forse non era il caso di farlo in quel momento. Poi vidi avvicinarsi anche alcuni teleoperatori e foto reporter, che avevano capito la situazione con alti rischi per la loro incolumità e con il timore di vedere distrutte le loro costose attrezzature, per cui concordarono con noi di rinviare a tempi migliori la conferenza stampa. Dopo alcune settimane riuscimmo a riattivare la lega.
Grazie ad un’opera di mediazione del sindaco e delle forze dell’ordine. Ripristinammo le condizioni minime di vita democratica e sindacale, al punto tale che il movimento crebbe e si sviluppò con le importanti iniziative e manifestazioni di lotta anche a livello nazionale, in cui i lavoratori immigrati di Villa Literno furono protagonisti attivi e sempre in prima fila.
L’altro episodio, meno drammatico del precedente ma altrettanto emblematico, mi capitò qualche mese dopo, in occasione della organizzazione a Caserta della prima assemblea nazionale sull’immigrazione (promossa dalla CGIL e dal coordinamento immigrati).
In quella occasione Fausto Bertinotti ed Antonio Pizzinato (presenti in rappresentanza della CGIL Nazionale) mi proposero di organizzare una serata di carattere culturale e ricreativo nella Reggia di Caserta, anche per far conoscere il grande monumento costruito dai Borbone nella metà del 1700. Così decidemmo di preparare un concerto multietnico, con una brava cantante (Consiglia Licciardi, una delle migliori interpreti del repertorio classico napoletano) ed il gruppo senegalese dei Conga Tropical.
Mi recai dal Soprintendente per chiedere l’autorizzazione a tenere il concerto nel Teatrino di Corte. Quando gli precisai che avrebbe suonato anche un gruppo di artisti africani, il mio interlocutore balzò in piedi ed esclamò che “non era possibile”.
Ed aggiunse in modo testuale: “Ma lei vuol far rivoltare nella tomba l’architetto Luigi Vanvitelli (progettista e costruttore di una dei palazzi reali più belli ed imponenti del mondo, al pari di quello di Versailles) con un concerto che suonerebbe come un atto di profanazione di un gioiello artistico come il Teatrino, ricco di marmi dorati e decorato in modo tale da creare meraviglia tra i re ed i governanti di tutto il mondo”. A quel punto mi alzai e con tono sdegnato esclamai: “Prendo atto che anche da parte di una delle massime autorità dello stato presenti sul territorio vi è un atteggiamento di palese discriminazione e di razzismo nei confronti di altre culture.
Non mi resta altro da fare che uscire ed informare il nostro segretario nazionale Bruno Trentin, che attende una risposta”. Naturalmente non era proprio così, ma la battuta fece effetto (come spesso mi capitava nelle trattative più delicate e complesse, in cui ero costretto a ricorrere al mestiere del sindacalista, per venirne fuori). Infatti, il Dirigente del Ministero dei Beni culturali mi venne dietro e mi raggiunse prima di uscire dagli uffici, e mi propose una mediazione che feci finta di accettare mio malgrado: ci offrì di organizzare il concerto in un’altra sala della Reggia (altrettanto prestigiosa), con l’aggiunta di una visita guidata nelle bellissime sale, illuminate ed arredate con i mobili e dipinti d’epoca (questo era un privilegio che allora veniva consentito solo alle delegazioni dei capi di stato e personalità autorevoli in visita nel nostro Paese).
Nonostante non avessimo “espugnato” il gioiello del Teatrino di Corte, il concerto si tenne nelle sale reali e fu un vero successo, anche perché rappresentò una grande occasione di scambio culturale e di contaminazione con i delegati di colore che erano giunti a Caserta da tutta Italia, anche grazie alle stupende esibizioni di canti popolari e danze folkloristiche in cui si esibirono gli artisti invitati. Chissà se il grande Vanvitelli sussultò nella sua tomba!
Negli anni seguenti vennero installati dei campi di accoglienza per i lavoratori stagionali e poi partirono i provvedimenti e le normative di legge per definire diritti e doveri anche dei lavoratori provenienti da altre parti del mondo. Da allora il tempo sembra non essere passato: tante vittime (spesso innocenti) di omicidi e di stragi di stranieri si sono registrate nelle campagne e nelle strade lungo l’asse che dalla zona aversana conduce alla costiera domitiana.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina del libro di Pasqaule Iorio, Il Sud che resiste

Da ultimo l’assurdo eccidio di sei lavoratori ghanesi per mano di una squadra di giovani criminali della cosiddetta “camorra stragista”. Oramai in alcune zone, come Castel Volturno, comincia a prendere piede una vera e propria cultura dell’intolleranza, che vede nel diverso un nemico, un vero e proprio pericolo per le comunità locali. Di fronte ad episodi come quelli della richiesta della minoranza di centro-destra nel consiglio comunale (respinta per un solo voto!) di chiudere e sgombrare uno dei pochi presidi di accoglienza ed assistenza a tanti poveri derelitti – come il Centro “Fernandes” della Caritas Diocesana - si deve a cominciare a parlare di una cultura della “pulizia etnica”. Si tratta di una regressione culturale impressionante, che richiede un profondo impegno civile ed educativo a partire dalle scuole (su cui la Regione Campania sta investendo con i progetti “scuole aperte” per gettare le basi di una nuova cultura della legalità e della convivenza, a partire dai bambini e dai giovani studenti).

**Tratto da “Il Sud che resiste”, di Pasquale Iorio, Ediesse 2009

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Immigrati incontrano la Iotti
 

Immigrati incontrano la Iotti di Giorgio Frasca Polara
Nel corso della sua visita in Terra di Lavoro, il presidente della Camera ha voluto incontrare, ieri mattina a Caserta, una delegazione di lavoratori neri occupati nei lavori agricoli a Villa Literno e nell’area domiziana. Nell'esprimere loro la sua piena solidarietà, Nilde lotti ha sottolineato come la tragedia di Villa Literno non debba essere archiviata e dimenticata per quanto essa «rivela di illegalità, di arretratezza delle strutture della società civile, di diritti negati e rinnegati, di sfruttamento selvaggio dei lavoratori».
Tra il Presidente della Camera e la delegazione si è intrecciato quindi un fitto, caloroso colloquio dal quale sono emerse le perduranti, gravissime condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori extracomunitari. In particolare lo zairese Isidoro Toussaint ha posto il problema più immediato e acuto: quello del reperimento di alloggi per l'inverno. «Durante l'estate ogni posto era buono, purtroppo: abbiamo dormito anche nelle "colombaie" dei cimiteri. Ma quando verranno il freddo e le piogge?». si è chiesto in un misto di italiano e francese.
Il segretario della Cgil di Caserta. lorio. anche a nome degli altri sindacati, ha illustrato i passi compiuti in prefettura, sin qui senza esito, per ottenere che sia apprestato un centro di prima assistenza per i lavoratori extracomunitari utilizzando i container della Protezione civile del deposito di Capua.
Nilde lotti ha assicurato un suo intervento sul governo in appoggio a questa soluzione «che tuttavia - ha detto - deve essere considerata unicamente come una soluzione transitoria e di emergenza, come un passaggio verso la soluzione naturale e necessaria: una casa vera anche per Sambo, per Isidoro, per Ruggero e per tutti i compagni di Jerry Essan Masslo». «Dobbiamo lottare insieme - ha concluso - perché si affermi come senso comune la realtà di una società civile multietnica e quindi fondata sulla comprensione e sulla tolleranza, non sullo sfruttamento e il razzismo che sono poi le due facce di una stessa logica».

** Tratto dall’Unità del 15.10.1989

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Jerry Masslo non sarà dimenticato
 

Jerry Masslo non sarà dimenticato di Raffaele Sardo
Nella notte tra il 24 e il 25 agosto di venticinque anni fa il ragazzo sudafricano fu assassinato a Villa Literno.
Oggi una rete di associazioni lo ricorda come simbolo della lotta al razzismo, nella città in cui raccoglieva pomodori.
Alle 18, nella Sala Splendore, un convegno sui temi dell’immigrazione. Seguirà alle 20 una rappresentazione teatrale: "La voce dei senza voce" a cura del Centro Miriam Makeba, con un concerto interculturale di musica e canti popolari con la cantante nigeriana Alexsandra Sandsweet, il gruppo napoletano Siro's Band e quello di musica reggae Eazy Vibes Version.
«Ho fatto una promessa a me stesso nei giorni dei funerali di Masslo: quella di non far cadere nell'oblio il nome di questo ragazzo arrivato in Italia per una vita migliore - spiega il sindaco di Casal di Principe, Renato Natale, che è anche il presidente dell'associazione di medici volontari che porta il nome del rifugiato sudafricano -. La sua morte è stata ingiusta. Ora si tratta di onorare il debito che abbiamo tutti noi nei confronti di coloro che arrivano nella civile Italia per cercare di realizzare i propri sogni».
«Ma questa non sarà l'unica manifestazione per riportare al centro del dibattito politico i temi dell'accoglienza e della convivenza - spiega Pasquale Iorio, portavoce del Forum del Terzo Settore - Ci saranno altri appuntamenti: il 18 settembre a Castel Volturno, un ricordo della strage dei ghanesi. Il 2 ottobre a Caserta, ricordo della strage di Lampedusa, e a metà ottobre una manifestazione per il 25esimo anniversario della nascita dell'Associazione Jerry Essan Masslo a Casal di Principe. Inoltre, a ottobre si svolgerà il Premio Jerry Essan Masslo».

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: funerali di Jerry Masslo

«Ma portare un fiore sulla tomba di Jerry Masslo non basta - ha dichiarato Valerio Taglione, del Comitato don Peppe Diana - dobbiamo sporcarci le mani impegnandoci in prima persona perché tutto non resti immutato. La memoria, se non è di insegnamento e se non guida nella giusta direzione, diventa vuota e verna. Il ricordo di Masslo non deve essere una semplice commemorazione ma il richiamo all'impegno di quello che ognuno di noi è chiamato a fare. La rete di Libera e del Comitato don Diana è disponibile, se necessario a ricordare Masslo aprendo i beni confiscati per farne primo alloggio per gli immigrati».
Nel corso della giornata verranno esposti prodotti di artigianato artistico a cura di "Mondo senza confini, "Muni Onlus" e della cooperativa "Altri Orizzonti" e sarà possibile visitare una mostra fotografica sulla storia dell’immigrazione in Terra di Lavoro, curata da Giuseppe Tirelli. Sarà anche possibile degustare i prodotti tipici delle nuove aziende nei beni liberati e confiscati alla camorra realizzati da NCO e dal caseificio delle "Terre di don Diana".

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: tomba di Jerry Masslo
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Jerry Masslo
 

Jerry Masslo
Jerry Essan Masslo era un rifugiato sudafricano vittima del regime dell’apartheid cui era stato negato l’asilo politico al suo arrivo in Italia.
La sua morte violenta generò una grandissima emozione sia nel casertano sia in tutta Italia. Pochi giorni dopo, un grande sciopero di italiani e stranieri ebbe luogo proprio a Villa Literno; a Roma si ebbe la prima, imponente, manifestazione antirazzista nazionale. Soprattutto, la morte di Masslo indusse il governo guidato allora da Giulio Andreotti a varare una riforma delle norme che regolavano l’immigrazione e il diritto d’asilo: finalmente, con l’approvazione della legge 39/1990 (la Legge Martelli), venne eliminata la restrizione geografica che limitava – tranne rare eccezioni – la possibilità di chiedere asilo politico ai soli immigrati provenienti dal blocco sovietico.
Jerry Masslo era arrivato in Italia il 20 marzo del 1989. Attivista politico contro il regime razzista e segregazionista allora vigente in Sudafrica, decise di lasciare il paese dopo aver perso il padre e un figlio di appena 7 anni durante le proteste contro il governo. In quel periodo il governo sudafricano era sottoposto a durissime critiche e a un boicottaggio a livello internazionale per la violenza con cui la minoranza bianca al potere sopprimeva le proteste della maggioranza nera, le organizzazioni in difesa dei diritti umani, gli oppositori politici (il più importante dei quali, imprigionato per oltre 25 anni, era il futuro presidente Nelson Mandela).
Masslo arrivò a Fiumicino dalla Nigeria, dopo aver acquistato un biglietto aereo con gli ultimi beni in suo possesso. Appena atterrato in Italia chiese asilo ma questo, appunto, gli venne negato. Una lunga trafila burocratica lo vedrà bloccato per quattro settimane in aeroporto, impossibilitato ad uscire o a proseguire il suo viaggio. Grazie all’intervento di Amnesty International e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), gli venne concesso di poter entrare in territorio italiano accolto dalla Comunità di Sant’Egidio di Roma. In quel momento era riconosciuto ufficialmente come rifugiato dall’ONU ma non dalla Repubblica Italiana, che gli concesse solo un permesso temporaneo che gli rendeva impossibile trovare una vera occupazione ed essere economicamente autonomo.
Le cronache del tempo raccontano di un uomo profondamente religioso, stupito dal clima di accoglienza e fratellanza trovato alla Comunità di Sant’Egidio, lontano anni luce dall’apartheid del suo paese natale.
A pochi mesi dall’arrivo, dopo aver trovato qualche sporadico lavoretto, decise di spostarsi verso le campagne dell’agro aversano, dove in estate già allora moltissimi migranti lavoravano come braccianti. Le loro condizioni di vita erano terribili: sfruttamento, pessime condizioni igienico sanitarie, razzismo diffuso. Diverse organizzazioni sindacali, cattoliche, di migranti provavano a contrastare la situazione e anche Masslo partecipava a queste rivendicazioni. Fino al giorno del suo omicidio.
Nella notte tra il 24 e il 25 agosto, una banda di pregiudicati locali fece irruzione nella baracca dove anche egli viveva per rapinare i migranti. I criminali non si aspettavano una reazione delle vittime, una fiera opposizione a vedersi privati delle poche lire guadagnate negli ultimi mesi. La situazione degenerò in fretta, alcuni colpi di pistola colpirono Jerry Masslo al petto, uccidendolo prima dell’arrivo dei soccorsi.
La notizia assunse immediatamente rilevanza nazionale riportata da tutte le reti nazionali, di cui alcuni notiziari riportano in apertura la notizia. Il 28 agosto si celebreranno addirittura funerali di stato, su richiesta della Cgil. Il Tg2 trasmise in diretta la cerimonia funebre celebrata dal vescovo di Aversa Giovanni Gazza. Alla funzione parteciparono personalità politiche (tra cui il vicepresidente del consiglio Gianni De Michelis), rappresentanti dei sindacati, membri della comunità migranti del territorio, partiti, cittadini comuni.
Lo speciale del Tg2 del 28 agosto 2020, con i funerali, interviste e documenti dell’epoca, è visionabile a questo link

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina del libro 1989 di Corrado Cipullo

Lo shock per la morte di Jerry Masslo non fu solo un fenomeno mediatico. Il 20 settembre il primo grande sciopero dei braccianti contro caporalato, razzismo e violenza paralizzò la raccolta in provincia di Caserta. Il 7 ottobre a Roma, si tenne la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo aperta da uno striscione con la scritta “Continente Italia”. Al corteo parteciparono migliaia di italiani e migranti di ogni nazionalità, oltre a numerose associazioni, sindacati, partiti e rappresentanze religiose: Cgil, Cisl, Uil, Acli, Arci, Lega Ambiente, Pci, Psi, Fgci, Verdi, Caritas, la comunità Valdese, le Chiese evangeliche, la Federazione delle comunità ebraiche e molte altre realtà. Scriverà nei suoi diari Bruno Trentin “ […] Ieri ho potuto risollevare il mio spirito – annotava nel suo diario Bruno Trentin, segretario generale della CGIL in quel periodo: “nel corso di una straordinaria manifestazione di lavoratori immigrati e di giovani, molti della Cgil, che rivelava un bisogno immenso di ritrovare valori comuni e una ragione di solidarietà”.
L’assassinio di Masslo scosse a tal punto società civile e politica che venne approvata la legge 39/1990.

La Legge Martelli, dal nome del ministro promotore del provvedimento, costituì il primo tentativo di riforma organica dell’immigrazione, ridefinendo lo status di rifugiato (eliminando le clausole geografiche per le richieste d’asilo), introducendo la programmazione dei flussi di arrivo dall’estero, precisando le modalità di respingimento alla frontiera e di soggiorno nel Paese. Per la prima volta, anche a livello istituzionale si riconobbe l’Italia non più come solo paese di emigrazione ma di immigrazione.
In occasione del 31esimo anniversario dell’assassinio di Jerry Masslo, la CGIL di Caserta ha deciso di pubblicare sul proprio sito alcuni degli articoli di stampa pubblicati in quei drammatici giorni del 1989 e conservati nell’archivio storico della Camera del Lavoro di Caserta. Non solo quotidiani locali, come Il Mattino, ma anche testate nazionali (La Repubblica, Corriere della Sera, L’Unità, Il Manifesto, La Stampa) dedicarono alla morte di Masslo numerose pagine. Rileggere le parole dell’epoca, può aiutare a capire ciò che era l’Italia in quei giorni: un paese non abituato a parlare di migranti, di lavoratori stranieri, che prima di allora aveva deciso di ignorare il

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina del libro Da Jerry Essan Masslo a Mare Nostrum

razzismo crescente tra i propri confini e che solo alla fine di quell’estate scoprì improvvisamente d’essere non solo terra di emigrazione ma anche di immigrazione.
Nel 1989 la Cgil di Caserta fu protagonista delle proteste e degli scioperi che seguirono la morte di Jerry Masslo. In 31 anni il ricordo di quell’evento non si è mai spento e viene rinnovato ogni anno, perché ricordare Jerry Masslo e la sua storia significa rinnovare l’impegno per far sì che la nostra sia ‘terra di lavoro e accoglienza’, significa battersi per restituire i diritti a migliaia di donne e uomini ogni giorni sfruttati e vittime del caporalato non solo nei campi ma in tutti i settori produttivi, significa rinnovare con forza la richiesta per la cancellazione dei decreti sicurezza.
La Cgil era in prima fila in quei tragici giorni del 1989 e ci sarà domani. Sempre dalla parte degli ultimi, perché legalità e dignità sono valori irrinunciabili.

** Tratto dall'Archivio Storico della CGIL di Caserta visibile a questo link

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: tomba di Jerry Masslo