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Vincenzo Legnante
Napolitano e l’accordo sull’estaglio

 

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Vincenzo Legnante
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Vincenzo Legnante

Vincenzo Legnante, primo di cinque figli, nacque nel dicembre del 1897 da Gioacchino e Concetta D’Anna. Frequentò le scuole elementari e medie a Caserta dai Salesiani, proseguì poi gli studi a Napoli e dopo aver conseguito il diploma liceale si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza. Il percorso universitario venne interrotto dallo scoppio della prima guerra mondiale: Legnante venne arruolato e spedito al fronte ove fu fatto prigioniero in Ungheria. Terminato il conflitto mondiale e ritornato a Sant’Arpino, Legnante riprese gli studi universitari e nel 1921 si laureò con una tesi in diritto commerciale. Ben presto divenne un avvocato civilista molto apprezzato in tutto l’agro aversano. In quegli anni frequentò a Sant’Arpino Luigi Landolfi, un professore di matematica, rivoluzionario socialista, che influenzò molto la sua successiva militanza politica. Nel 1930 sposò Chiara Magliola. Alcuni anni dopo, nel 1936, partecipò alla campagna d’Africa voluta dal regime fascista per la conquista dell’Etiopia. Al rientro in Italia, dopo una breve pausa, venne di nuovo arruolato per la seconda guerra mondiale. Nel 1940, con i gradi di tenente, coordinò una brigata nella cittadina di Chiusa, in provincia di Bolzano.

Finita la guerra, riprese la sua attività di avvocato e iniziò il suo impegno politico. Nel 1946 si tennero le prime elezioni amministrative ed egli si candidò a consigliere comunale nella lista socialcomunista. Eletto, svolse il mandato di assessore nella giunta del sindaco socialista Amodio D’Anna. Nel 1952, di nuovo candidato ed eletto, venne confermato assessore. Dopo una militanza nel Partito Socialista, nel 1953 si iscrisse al Partito Comunista divenendone da subito un riferimento provinciale e regionale. Proprio in quegli anni, precisamente dal 1951 al 1957, Giorgio Napolitano venne nominato segretario del PCI in provincia di Caserta. In tale veste, il futuro Capo dello Stato, si recò più volte a Sant’Arpino (a quell’epoca un comune considerato punto di riferimento della sinistra di Terra di Lavoro) per tenere comizi e svolgere riunioni con i dirigenti comunisti locali. Nel corso di queste visite intrecciò saldi rapporti di amicizia con tanti compagni di partito e in particolare con Legnante, con cui approfondiva spesso problematiche del tempo e di vasta risonanza politico-culturale.
Nel dicembre del 1964, Legnante si candidò alla carica di sindaco e fu eletto con 956 voti di lista. Vennero eletti consiglieri di maggioranza: Vincenzo Legnante, Roberto Compagnone, Alfonso Dell’Aversana, Pasquale Cicatiello, Elpidio Del Prete, Giuseppe Dell’Aversana, Francesco Di Mattia, Giuseppe Moscato, Salvatore D’Ambra, Salvatore Brancaccio, Francesco Ziello, Vincenzo Esposito Ziello, Alfonso Pezzella, Luigi Di Serio, Francesco Ciuonzo e Michele Falace. Consiglieri comunali di minoranza furono eletti: Leone Stefano Cicala, Giuseppe Esposito Marroccella, Felice D’Antonio e Giuseppe Maisto. Vicesindaco venne nominato Alfonso Dell’Aversana. La prima legislatura durò sei anni, durante i quali vennero realizzate tantissime iniziative amministrative. In particolare seguì con grande interesse e passione gli scavi archeologici del 1966 impegnandosi per la salvaguardia del patrimonio archeologico atellano. Nel 1969 Legnante pubblicò il libro Cenno storico sociale di Sant’Arpino, un testo di storia locale che illustra le vicende storiche e i personaggi di Sant’Arpino. Nel 1970, per la seconda volta consecutiva, con 1314 voti di lista, fu rieletto sindaco con il Partito Comunista. Anche questa volta vicesindaco di Legnante venne nominato Alfonso dell’Aversana. Nel 1970, pubblicò La canzone di Atella ed il suo quadro storico, testo che parla della storia di Atella, dall’origine fino alla sua scomparsa. Per la sua intensa carriera di avvocato, nel 1971, ricevette dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli la medaglia d’oro al merito forense. Per il Carnevale dello stesso anno, Legnante coordinò e organizzò la rappresentazione della Canzone di Zeza, recuperando per iscritto un testo che fino ad allora veniva tramandato oralmente fra gli anziani del paese.

Nel mese di maggio del 1971, con una solenne cerimonia e alla presenza di autorità religiose, istituzionali e militari, si pose la prima pietra per la costruzione della chiesa di san Canione. La seconda parrocchia di Sant’Arpino, venne realizzata accanto all’antico romitorio, con una struttura architettonica ampia e moderna. Nel 1973, unitamente alle autorità ecclesiastiche della diocesi di Aversa, il sindaco Legnante presenziò alla cerimonia di inaugurazione della chiesa e don Maurizio Crispino divenne il primo parroco chiamato alla guida pastorale del nuovo luogo di culto. Nel 1975 concluse il suo secondo mandato di sindaco, caratterizzato dalla costruzione di tante opere (fra le quali l’ampliamento del cimitero) e da un complessivo ammodernamento ed ampliamento della macchina comunale. In prossimità delle elezioni amministrative del 1975, diede alle stampe Decennio comunista nell’Amministrazione Comunale di Sant’Arpino, un libro che racchiude l’operato dei primi dieci anni del suo governo cittadino. In quella tornata elettorale, si passò al sistema proporzionale e Vincenzo Legnante venne eletto nelle fila del Partito Comunista come consigliere comunale. A seguito di accordi politici fra Partito Comunista e Partito Socialista, per la terza volta,

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Vincenzo Legnante

all’età di settantasette anni, fu scelto per guidare il paese. Vicesindaco venne nominato Gerardo Plazza del Partito Socialista. Questa terza esperienza durò però solo un anno. La linea politica di Legnante, soprattutto in campo urbanistico, fu in questo mandato spesso contestata dai suoi stessi compagni di partito, in un conflitto generazionale fra il vecchio sindaco e le nuove leve. Il sindaco venne messo in minoranza nel congresso cittadino del PCI e sfiduciato in consiglio comunale. A seguito di questa sfiducia si raggiunse un nuovo accordo con l’ingresso della Democrazia Cristiana in giunta. Dunque si attuò, per la prima volta a Sant’Arpino, il cosiddetto compromesso storico con un accordo DC - PCI - PSI e l’indicazione di un sindaco socialista. Amareggiato per il comportamento dei suoi stessi assessori e in aperta polemica con la sezione locale del Partito Comunista, l’avvocato Legnante rimise la tessera d’iscrizione al PCI a cui era iscritto dal lontano 1953.
Poco dopo si dimise anche da consigliere comunale, abbandonando definitivamente la vita politica attiva. Legnante, dunque, ricoprì l’incarico di sindaco di Sant’Arpino per dodici anni consecutivi, dal 1964 al 1976, le prime due volte eletto con il sistema maggioritario, la terza con il proporzionale. Con il suo ultimo mandato, seppur di breve durata, gettò le basi per la costruzione del Cinema Teatro Lendi, la cui inaugurazione avvenne nel 1978. Tale struttura, per dimensioni e tipologia, fu considerata una delle più avanzate d’Italia: un primato che nel tempo ha attratto l’attenzione di molti operatori del settore che proprio in questo locale hanno allestito eventi culturali di grande risonanza. Il cinema Lendi, fortemente voluto da Legnante, è stato un riferimento importante per la popolazione locale che, dopo la chiusura del Cinema Idea di via santa Maria della Grazie, non aveva più luoghi in cui ritrovarsi per apprezzare l’arte cinematografica e teatrale. Negli ultimi anni della sua vita Legnante si iscrisse di nuovo al PCI riprendendo la frequentazione della sezione di via de Muro. Nel 1979, pubblicò un libro dal titolo Poesie, fantasie, realtà nel quale riportò componimenti poetici, sia in italiano che in dialetto, scritti negli anni della sua giovinezza. Morì a Sant’Arpino il 5 dicembre del 1979, lasciando nella popolazione un segno tanto forte e profondo che si manifestò con l’intestazione alla sua memoria di una delle vie del paese. Nel dicembre 1989, in occasione del decennale della morte, la Pro Loco di Sant’Arpino pubblicò il libro Vincenzo Legnante cittadino di Atella, un volume che raccoglie tutti gli scritti dell’avvocato.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: tessera del PCI di  Vincenzo Legnante

Il 6 dicembre 2009, nel trentennale della sua morte, la Pro Loco, con il patrocinio dell’amministrazione comunale, organizzò un convegno per celebrare la figura dell’avvocato. All’iniziativa, svoltasi nella sala convegni del palazzo ducale, presero parte personalità significative che con Legnante avevano condiviso gli anni di governo e di partecipazione politica attiva, tra cui Andrea Geremicca, prestigiosa figura politica e culturale napoletana, gli ex sindaci Vincenzo Ciuonzo, Salvatore Brancaccio e Roberto Compagnone più volte consigliere e assessore con il PCI. Alla cerimonia, i cui atti vennero successivamente pubblicati, fece pervenire un messaggio a firma autografa il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, testimoniando in tal modo la sua

vicinanza al paese e l’apprezzamento del pensiero politico-culturale dell’avvocato Legnante, a cui era legato da grande stima.

** Tratto dal libro:
Giuseppe Dell’Aversana, Elpidio Iorio (a cura di), Da Atella a Sant’Arpino. Venticinque secoli di storia illustrata, con disegni di Elpidio Cinquegrana, Guida, Napoli 2012

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Vincenzo Legnante

Ricordo di Vincenzo Legnante in occasione del trentesimo anniversario della scomparsa (domenica 6 dicembre 2009)

Andrea Geremicca, presidente insieme al Capo dello Stato della fondazione “Mezzogiorno Europa”

Cari santarpinesi vi ringrazio innanzitutto di avermi dato la possibilità di partecipare al vostro convegno, a questa interessante giornata di approfondimento sulla figura di Vincenzo Legnante sindaco comunista, letterato, studioso di Atella e valente avvocato. Rispetto alla domanda posta dal moderatore, devo ammettere che anche io stavo in realtà pensando che cosa potremmo dire ai giovani e cosa potrebbero fare ancora, in un paese come Sant'Arpino che è stato sempre una sede di lavoratori, di aziende manufatturiere e di servizi, trovandosi in una zona di forte collegamento tra Napoli e Caserta. Le vicende politiche degli anni settanta prima ancora di averle vissute a Napoli, le abbiamo vissute insieme a Caserta e vi voglio

subito dire che la figura di Legnante anche dentro il PCI è stata sempre una figura di grande equilibrio, non uomo del dissenso, ma uomo che cercava di individuare sempre la sintesi di posizioni diverse dentro il progetto politico complessivo. Vincenzo Legnante non era una figura estranea alle dinamiche interne del partito di allora, io ho avuto modo di parlare in queste settimane proprio con Giorgio Napolitano, il quale è stato segretario provinciale del partito a Caserta oltre che essere venuto varie volte nell'agro aversano ed in questo comune in particolar modo, poiché era questo paese uno dei pochissimi comuni della provincia dove il PCI guidava l'amministrazione comunale. Ebbene durante questi ultimi colloqui telefonici abbiamo avuto modo di parlare di Legnante ed il presidente ha avuto un apprezzamento forte per l’ iniziativa che voi avete preso, nella sua mente ancora vivi sono i ricordi di quella stagione politica dove non era facile agire. Ritengo che noi con queste iniziative dobbiamo rivolgerci in modo particolare ai giovani perché loro sentono la necessità di avere dei punti di riferimento. Personalmente vorrei arrivare a trasmettere che la figura di Legnante è significativa perché ha in sé due elementi che la contraddistinguono, il primo è innanzitutto un elemento di grande livello culturale, ed al tempo stesso il secondo elemento è la caratteristica di un profondo radicamento con Sant’Arpino, radicamento politico, sociale ed umano.
Questi due elementi, sono le radici profondissime che legano Legnante a questa terra e lo contraddistinguono in un respiro più ampio. Non vi sembrerà strano che ascoltando i relatori che mi hanno preceduto mi sia tornato alla mente una figura con cui ho collaborato per quasi nove anni, un uomo che è stato ricordato proprio in questi giorni a Napoli in occasione del centenario dalla sua nascita ossia Maurizio Valenzi, indimenticato sindaco della città di Napoli. A me aveva colpito molto di Valenzi questa sua doppia figura, di uomo di grande livello culturale ed al tempo stesso di profondo radicamento popolare. Molti paragonano la popolarità di Maurizio Valenzi a quella di Lauro, entrambe erano figure molto popolari nella città di Napoli e sono ancora vive nel tessuto popolare urbano. Personalmente invece ritengo che vi sia una diversità in quanto Lauro è stato un collegamento con la città preculturale e prepolitica, è stato in realtà un collegamento molto di pancia con la città. La cosa che viceversa mi ha sempre colpito sulla popolarità di Valenzi è il fatto che Maurizio senza dubbio era una figura di alto profilo europeo, di raffinatissima cultura, artista, pittore e al tempo stesso uomo del popolo. Il sindaco Valenzi a mio giudizio è stato popolare senza quel populismo che diventa un elemento di incultura, ma un intellettuale che si sforza di collegarsi alla realtà senza distaccarsi da essa. La cultura di Valenzi rimane un gradino più in alto, ma si cala nel popolo si lascia crescere ed accarezzare dal popolo anche dalle arretratezze che esistono in ogni popolo ma nel contempo riesce a far leva su uno spirito forte, su una voglia di modernità, insomma è quella cultura non isolata ma che riesce a stare nel ciclo della storia.
Questo anche mi ha colpito di Vincenzo Legnante, questo suo essere per molti aspetti simile a Maurizio Valenzi ossia un uomo di grande cultura amato dal popolo. Vorrei ricordare ai giovani che la politica non è sempre stata come in questi ultimi anni. Nelle epoche di Legnante e di Maurizio Valenzi la politica era profonda passione, da qualsiasi parte si fosse schierati la politica era prospettiva di vita e voglia di cambiare il mondo. Viceversa in questi ultimi anni la politica sta avendo un elemento di grande degrado, la partecipazione sta diventando superficiale spesso interessata e di comodo, la caduta dei valori e degli ideali è stata profonda, da parte di molti c'è disincanto nella politica, non affascina più come prospettiva di vita, si partecipa nelle forme ma non nella sostanza, questo imbarbarisce i rapporti. Parlavo prima con Elpidio Iorio delle mie telefonate con il presidente Napolitano sempre contraddistinte da un grande rispetto delle reciproche funzioni istituzionali. Le sue parole denotano sempre questa sua passione per Napoli e per il Mezzoggiorno ma devo dirvi che - sempre di più - il presidente avverte l’ansia per questo imbarbarimento nei rapporti politici, l’ansia e il dolore per questa personalizzazione della politica che diventa ferocia personale. In diversi incontri pubblici il presidente ha espresso chiaramente la sua preoccupazione per questo degradare della vita politica italiana. Siamo tutti consci del fatto che ciascun uomo deve avere anche i suoi elementi di ambizione però non dimentichiamoci che essi devono essere legati ad un progetto più generale entro il quale immaginare la proprio crescita, dentro la crescita di un ideale. Oggi ci sono elementi di ambizioni ma non contenuti dentro valori più generali, molti hanno dimenticato che la politica è fare gli interessi della comunità. Guardate invece Vincenzo Legnante, questo uomo non ha concluso la proprio vita da uomo ricco , ha vissuto con grande modestia, la politica per lui è stata sempre un'occasione per darsi, per impegnarsi per gli altri, ha vissuto al servizio degli altri dentro un progetto articolato di valori e di idee. Non si è arricchito sulle spalle di altri.
Di Legnante mi ha colpito un episodio che ha raccontato stamane Brancaccio. Mi riferisco all'episodio delle scuse che Legnante disse a Brancaccio di fare all'avversario politico sconfitto per qualche parola pesante detta durante la campagna elettorale, conclusa la quale bisognava necessariamente avviare una collaborazione. Questa è a mio giudizio civiltà politica, è passione ideale senza personalismo feroce. Mi è tornato alla mente il titolo de "La Voce", vecchio giornale di sinistra, quando c è stato il referendum repubblica–monarchia. A Napoli la monarchia ha stravinto mentre in Italia ha vinto la Repubblica. Ricordo che uscì La Voce con un titolo a nove colonne che diceva: "La Repubblica ha vinto, monarchia qua la mano". Cioè questa idea che ad un certo punto un paese progredisse solo se trova punti di incontro, serve al paese mentre la ricerca del contrasto non porta da nessuna parte.
Con Casavola, professore di diritto romano e costituzionalista. mi sono rotto la testa in mille discussioni sul meridione e sul suo sviluppo. Con il Presidente Emerito della Corte Costituzionale cercavo sempre di capire quando lui diceva : "La Fondazione Mezzogiorno Europa sembra casa mia" e sebbene siamo di posizionamento politico e da un punto di vista ideologico diversi, la sintesi l'abbiamo trovata sul significato sociale e civile del lavoro. Infatti da un punto di vista culturale la Repubblica è fondata sul lavoro e chiedevo a Casavola di inquadrare l’idea del lavoro e lui mi diceva che il lavoro è una risorsa del Paese, è un pilastro morale prima ancora che economico. Concordavamo che per tutto ciò che nel lavoro c'è di morale, di dignità, non è un fine ma un mezzo. Cioè il lavoro non viene indicato solo come elemento di posizione sociale, ma anche come elemento che riscatta la persona: lavorare non vuol dire solo guadagnare ma anche e soprattutto avere un ruolo ed una dimensione nel sociale. Vedete come oggi sta diventando il lavoro, non è più dignità, l'essere precario rende precaria anche la dimensione umana che lo vive. Questa è una lotta che i giovani devono fare. Legnante lo avrebbe fatto. Sto cercando di trasmettere un segnale di fiducia ai giovani . Io mi sono scritto una frase per ricordare il vostro sindaco Legnante, una frase spesso detta per Maurizio Valenzi che dice: "il vostro sindaco è un magnifico esempio di politica vissuta senza odi e senza fanatismi come dovrebbe essere vissuta da tutti in un paese civile".
Questa affermazione era contenuta anche nel discorso che ha fatto al Maschio Angioino il presidente Napolitano, ricordando di recente Valenzi egli ha detto che la nostra politica oggi è raccomandazione e senza di questa non vai da nessuna parte, è corruzione, mentre con Valenzi era passione.
La moralità e la dignità della politica sono valori che dobbiamo indicare sulla base di figure che concretamente hanno incarnato questo modo di viverla. Iniziative come quella di questa mattina sono utili alla politica, servono a ridarle una dignità. Ricordare figure fulgide dell'impegno politico avvicina i giovani alla politica e rende un servizio al Paese, facilita la crescita civile dei comuni.
Cose di questo tipo sono da Pro Loco cioè valorizzano la cultura e la civiltà locale attraverso figure impegnate nel sociale.Sono da Pro Loco perché valorizzano il territorio attraverso figure che hanno dei profili culturali e politici molto diversi tra di loro e quindi non diventa lo schieramento di parte che li riporta in auge ma una dimensione culturale più ampia rappresentata in questo caso dalla Pro Loco. Il recupero della ricchezza della diversità, il superare il pensiero unico è ricchezza e occorre vivere immaginando che il pensiero è una sintesi e non una mediazione. La sintesi è diversa dalla mediazione perché si sforza di riassumere tutto partendo da posizioni diverse e le contiene entrambe, in una terza strada. Da questo punto di vista la Pro Loco è la sintesi di storie diverse.
Nella storia di Legnante c'è un altro elemento caratteristico che lo contraddistingue, lui antifascista, uomo di sinistra, Dell'Aversana nel suo intervanto ci ha parlato di Vincenzo Legnante giovane e del suo incontro con l' anarchico, che influenza la scelta politica dell'avvocato, il suo rapporto prima col partito Socialista e poi con quello Comunista. Se guardate dunque il ceppo storico di Legnante noterete che è liberale democratico. Lui non nasce come comunista ma lo diventa, il suo ceppo di origine è socialista. Mi ha colpito molto anche un riferimento al rapporto con un sacerdote e con la chiesa. Anche da questo punto di vista è molto interessante riflettere, perché l'essere credente in una realtà come quella italiana è una chiave di volta per il Paese. Anche questa capacità di sintesi, di collegamento che aveva Legnante mi sembra molto importante per decifrare la storia di questa personalità.
Voi avete in questo comune la Rassegna Nazionale di Teatro Scuola PulciNellaMente che è un'iniziativa per il teatro rivolta ai giovani, ma è anche un incontro oltre che con il teatro anche con la storia e con la storia ci fate i conti tutti i giorni così come nell'insegnamento di Legnante. Oggi invece i giovani soffrono dell’infelicità kergherdiana cioè quella di non avere niente da rimpiangere, niente di storico a cui rivolgersi e quindi nulla in cui sperare nel futuro.
Noi dobbiamo fare in modo che proprio ricollegandoci a figure reali, alla storia, si possa poi recuperare nei giovani un elemento di fiducia nelle possibilità future. Sarebbe interessante andare a degli incontri tra i giovani, che a loro volta ci pongono anche un sacco di domande, curiosità, vogliono capire delle cose, e noi dalla storia dobbiamo trovare le soluzioni e le risposte per i loro quesiti. Un incontro tra i giovani e le generazioni diverse sarebbe utile per il progresso generale. Personalmente mi trovo molto a mio agio nel ricordare Legnante e non ci trovo nulla di formale . Il comunismo italiano come disse Benedetto Croce è un ircocervo, un po’ cervo e un po’ capro, cioè ha avuto sempre grandi legami popolari e insieme alla D.C. ha rappresentato il popolo. Se in Italia non c'erano entrambi i partiti, la democrazia non si sarebbe salvata nel nostro Paese. Sono stati due partiti diversi, ma con questo aspetto in comune. Oggi il PCI è pagina chiusa, ma voglio dire che non sono uno di quelli che non c'era e se c’era dormiva. Io riconosco che questa storia vada rivista, rivissuta anche criticamente, ma io sento l’orgoglio per questi decenni di storia; bisogna rivedere sempre le nostre posizioni senza rinnegarle. Infine bisogna sempre fare in modo di andare all’incontro tra forze diverse, non c è nessun obiettivo concreto che sia realizzabile se non ha dentro di se grandi valori, grandi motivazioni.
Avete avuto la fortuna di parlare dell'avvocato Legnante, la fortuna di avere una figura così a Sant’Arpino, quindi parlare delle radici non in termini astratti ma concreti, con l’ augurio di poterci rivedere in un'occasione nella quale il passato è passato, ma non è negato e che possa essere la base di una modernità non disumana né incapace di collegarsi con un valore fondamentale che è il rispetto della persona umana, l’inizio e il punto di riferimento.
Credo che Legnante sia una di quelle figure che aveva al centro delle proprie preoccupazioni il rispetto per gli altri, l’amore per il suo paese, l’affetto per le persone e per i più deboli, perché i forti già avevano protezione. E proprio i più deboli avevano bisogno di figure come Legnante e noi gli siamo grati per questo.
Grazie alla Pro Loco per avermi dato questa occasione di confronto e saluti a voi tutti per una buona domenica.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Napolitano e l’accordo sull’estaglio
 

Napolitano e l’accordo sull’estaglio

Negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, in gran parte della provincia casertana, in particolare nella zona atellana, la coltivazione della canapa, che precedentemente copriva oltre il 50% della superficie agraria coltivata, iniziò un lento ma inesorabile declino. I disastri causati dal passaggio di due eserciti nel corso del 1943, la permanenza sul territorio delle truppe alleate per tutta la primavera del 1944 e la grande siccità che colpì le campagne nell’annata del 1945, contribuirono ad aggravare la crisi del settore canapiero. Nonostante che la qualità della canapa campana fosse la migliore d’Italia, l’insieme di diversi fattori generò una forte depressione di questo comparto produttivo, con notevoli ripercussioni su tantissime famiglie che nella canapa avevano la loro fonte di sussistenza primaria. Il malcontento dei contadini, in quegli anni, era aggravato dalle condizioni disumane in cui erano costretti a lavorare. La stragrande maggioranza dei canapicoltori della provincia, inoltre, era costituita da affittuari ed essi subirono maggiormente la crisi del settore in quanto il crollo del prezzo della canapa non determinò una corrispondente diminuzione del canone di fitto. I margini di guadagno dei coltivatori erano davvero miseri anche e soprattutto a causa dell’estaglio, che consisteva nella consegna da parte dell’affittuario di una percentuale del raccolto di canapa oppure dell’equivalente in denaro al proprietario terriero.
Per ogni moggio di terreno affittato, a fronte di una resa media di circa sei fasci, l’affittuario doveva al proprietario due fasci e mezzo di fibra di canapa oppure una somma equivalente in denaro in base ai prezzi stabiliti dal Consorzio Canapa. Un fascio mediamente pesava circa 71 Kg, di conseguenza un contadino, dopo enormi fatiche, da un moggio di terreno riusciva a produrre nella migliore delle ipotesi circa 426 kg. Di questo risultato, poi, doveva quasi la metà al proprietario del terreno nonostante questi non partecipasse minimamente alle spese di coltivazione né si curasse di sapere quanto fosse stato effettivamente il rendimento dell’annata. Al padrone del campo interessava unicamente incassare il dovuto in base a dei fitti concordati e non si preoccupava affatto di capire se quella parte di raccolto di canapa rimasto dopo l’estaglio fosse sufficiente a far vivere dignitosamente le persone che per quella produzione non avevano risparmiato sacrifici e sudore. Come se ciò non bastasse, i contadini dovevano delle ulteriori prestazioni ai loro locatori: a Pasqua erano obbligati a regalare una gallina per ogni moggio di terreno preso in fitto e a Natale un cappone. Questo stato di cose causò una forte agitazione sindacale in tutta la provincia che sfociò in una grossa manifestazione di protesta che si tenne a Caserta il 24 Agosto del 1946. Vi presero parte oltre quattromila agricoltori provenienti da tutti i comuni di Terra di Lavoro, compreso Sant’Arpino, rivendicando una condizione lavorativa migliore e soprattutto un estaglio meno esoso per tutti i canapicoltori affittuari. Al Prefetto di Caserta i contadini, rappresentati dalla Federterra, chiesero la riduzione del 50% dell’estaglio sui terreni con affitto a canapa, l’abolizione delle prestazioni extra e la partecipazione del proprietario alle spese per le migliorie del fondo1.
L’imponente protesta non tardò a generare esiti positivi. Dopo diverse riunioni fra le parti, infatti, il 1 ottobre del 1946, nell’ufficio del Prefetto di Caserta si giunse a un accordo finale sottoscritto da: Associazione Provinciale degli Agricoltori, Federterra, Ispettore Provinciale dell’Agricoltura e Questore. L’accordo prevedeva: la riduzione del 25% dell’estaglio, che si applicava sia per i casi in cui l’estaglio fosse corrisposto direttamente in natura (fibra), sia per quelli in cui fosse versato in denaro parametrando l’estaglio al prezzo della canapa. Tuttavia, molti proprietari negarono ai contadini loro affittuari le diminuzioni decise nell’accordo e avviarono azioni giudiziarie contro i coloni che consegnavano l’estaglio in misura ridotta, ritenendo tale gesto in contrasto con il contratto di fitto siglato precedentemente. Anche a Sant’Arpino, dove i contadini in quegli anni erano per la stragrande maggioranza canapicoltori, si viveva questo grave conflitto e non poche furono le cause intentate contro i locatari da parte dei ricchi locatori fondiari. Per questo motivo, alle elezioni amministrative del 20 ottobre del 1946, le prime della storia repubblicana, i coloni parteciparono numerosi e compatti votando per il sindaco Amodio D’Anna, che capeggiava una lista civica di socialisti e comunisti. Tale compagine aveva come simbolo elettorale un contadino con in mano la vanga, appunto perché voleva testimoniare l’intento di fare proprie le rivendicazioni dei tantissimi canapicoltori santarpinesi. La vittoria di questo schieramento elettorale ebbe vasta risonanza in tutta la provincia casertana e diede più forza al movimento contadino che anche in altre comunità iniziò a organizzarsi con una propria rappresentanza politica. Malgrado questi forti segnali di protesta, ritenendo l’accordo del primo ottobre un limite al diritto di proprietà, i padroni avviarono una forte azione di intimidazione individuale nei confronti dei rispettivi affittuari in tutta l’area canapicola dei Regi Lagni. La magistratura, nel frattempo, incominciò a emettere le prime sentenze di sfratto nei confronti dei mezzadri.
In qualche caso furono addirittura attuati dei sequestri conservativi di canapa ritenendo l’applicazione dell’accordo del primo ottobre una violazione del contratto stipulato fra colono e proprietario. Tanto bastò a suscitare una nuova e più vigorosa manifestazione di protesta da parte dei coltivatori di Terra di Lavoro che ebbe luogo a Caserta il 12 dicembre del 1946. Alla giornata di lotta aderirono circa diecimila canapicoltori, molti dei quali provenienti da Sant’Arpino. Arginati a malapena da oltre duecento carabinieri, i contadini sfilarono per le vie di Caserta fin sotto la prefettura. Per sedare gli animi, il Prefetto di Caserta decise di ricevere una folta delegazione dei canapicoltori partecipanti al corteo. In questa riunione, oltre a chiedere il pieno rispetto degli accordi del primo ottobre, venne anche sollecitato un decreto prefettizio che: rendesse obbligatorio l’accordo; facesse decadere i contenziosi avviati; reintegrasse nel possesso dei fondi i contadini già sfrattati. Il Prefetto, di fronte a tali richieste, si impegnò a convocare le associazioni degli agrari per chiedere loro il pieno rispetto dell’accordo. Dichiarò, inoltre, di aver intenzione di contattare la magistratura per evitare sanzioni ai canapicoltori che avevano ridotto l’estaglio. Purtroppo, nonostante l’impegno del Prefetto, le ostinazioni dei proprietari terrieri continuarono a rendere difficile l’attuazione dell’accordo.
Per questo motivo, il 26 marzo del 1947 venne proclamato lo sciopero a oltranza dei canapicoltori. In tutto il territorio casertano i contadini si rifiutarono di seminare la canapa rinunciando così alla loro principale fonte di reddito pur di vedere migliorate le loro condizioni lavorative e ridotto quel gravoso e iniquo retaggio feudale dell’estaglio che tanto gravava sulle finanze familiari. Questo movimento di lotta provinciale venne coordinato dai sindacati della Federterra e della Federbraccianti, che contavano anche numerosi iscritti di Sant’Arpino. A seguito di questo sciopero si avviò una iniziativa dal basso che individuava nei municipi la sede per giungere ad accordi fra le parti con la mediazione del sindaco del comune. Il primo di questi accordi si raggiunse nell’aprile del 1947 a Sant’Arpino: il sindaco e la giunta costituirono un vero punto di forza per i contadini e soprattutto una sorta di protezione dai proprietari terrieri che in tutti i modi possibili tentavano di non addivenire a compromessi con i loro coloni. Nella sede municipale di Sant’Arpino, in via de Muro, alla presenza del sindaco Amodio D’Anna, i sindacati della Federterra e della Federbraccianti, dopo estenuanti trattative e lunghe riunioni, stipularono un accordo con i grossi detentori di suoli agrari del tempo quali i Magliola e i Casertano.
L’intesa includeva la diminuzione dell’estaglio a canapa del 30% su tutti i terreni arborati, del 20% nella zona Starza e del 25% nella restante parte di territorio santarpinese. L’accordo, inoltre, eliminò completamente le cosiddette prestazioni che gli agricoltori annualmente dovevano ottemperare nei riguardi dei loro locatori. La composizione bonaria siglata a Sant’Arpino, per la modalità di confronto adottata e per l’innovatività delle finalità cui si era pervenuti, suscitò attenzione, interesse e approvazione in tutta la provincia casertana. Rappresentò un riferimento tanto valido da spianare la strada ad accordi analoghi che vennero successivamente stipulati in tante altre cittadine. Sant’Arpino, in tal modo, divenne un faro nelle tenebre della lotta dei diritti dei canapicoltori casertani. Non a caso il comune atellano (insieme a quello di Capodrise) alle elezioni politiche del 18 aprile del 1948 risultò l’unico della provincia in cui si registrò la vittoria delle sinistre. Sia al Senato che alla Camera dei Deputati la lista Fronte Democratico Popolare, che aveva come emblema l’effige di Garibaldi e in cui si identificavano i canapicoltori, conquistò il successo in modo eclatante. A Sant’Arpino alla Camera dei Deputati ottenne ben 935 preferenze su 1779 voti validi, raggiungendo il 52,56% dei consensi; al Senato 806 preferenze su 1496 voti validi pari al 53,88%. Le due percentuali furono le più alte della provincia a riprova del fatto che la grave crisi che attanagliava il settore canapiero era particolarmente avvertita e vissuta con drammaticità dalla comunità santarpinese e che nel contempo proprio in questo comune il movimento di lotta aveva trovato la sua roccaforte politica.
Con il passare del tempo i padroni dei fondi iniziarono a mettere in discussione anche gli accordi sottoscritti presso i rispettivi comuni e nacquero molti contenziosi davanti alle commissioni circondariali per l’equo affitto. I titolari di estesi possedimenti agrari, con la scusa di non essere iscritti all’associazione di categoria, tornarono a chiedere l’estaglio nelle misure abnormi a cui nel passato avevano costretto i loro coloni e, nonostante le numerose determinazioni delle commissioni provinciali per l’equo affitto che riconobbero la necessità di congrue riduzioni dei canoni, la situazione rimase sostanzialmente immutata. Negli anni a seguire la condizione dei canapicoltori venne aggravata ulteriormente dall’aumento vertiginoso dei costi dei prodotti industriali, dalle avversità stagionali, dal declino del settore che iniziava a perdere grosse fette di mercato a causa dell’arrivo sul mercato mondiale di fibre tessili meno costose. Nel 1951, il segretario regionale del PCI Giorgio 101 Amendola incaricò il giovane Giorgio Napolitano di dirigere la Federazione provinciale di Caserta affiancandolo nel suo impegno politico a Giuseppe Capobianco (segretario in quegli anni della Federazione provinciale dei Giovani Comunisti e già distintosi per le sue battaglie nel movimento operaio e di direzione nelle lotte contadine e sindacali per lo sviluppo sociale e meridionalista) e Mario Pignataro (studioso del territorio provinciale e componente della segreteria della CGIL) i quali conoscevano molto bene la realtà socio-economica di Terra di Lavoro e, in particolare, la problematica dei canapicoltori. Nella veste di segretario provinciale del PCI, Giorgio Napolitano ebbe modo di prendere parte a tanti incontri incentrati sui disagi, i malesseri e le congiunture negative che investivano il comparto dei canapicoltori diventando ben presto partecipe delle loro inquietudini e delle loro legittime rivendicazioni. In quegli anni, Napolitano si recava spesso a Sant’Arpino che a quel tempo, come si è già avuto modo di ricordare, era uno dei pochissimi comuni governati dalla sinistra. Lo stesso Napolitano - così come ricordano ancora oggi con straordinaria lucidità molti anziani del posto – fu tra i maggiori ispiratori e organizzatori della lista social comunista della Tromba che vinse le elezioni amministrative del 1952 riconfermando alla guida del governo locale il sindaco Amodio D’Anna.
Le vicende casertane e in particolare quella sempre più preoccupante della canapa non furono affatto trascurate da Napolitano che da subito aveva mostrato forte rigore, particolare sensibilità e tanta determinazione nell’affrontare le problematiche che il suo ruolo gli imponeva di affrontare. Il 7 giugno del 1953 ebbero luogo le elezioni politiche per la scelta dei parlamentari che dovevano far parte della seconda legislatura della storia repubblicana. Giorgio Napolitano, ancora giovanissimo, fu eletto per la prima volta Deputato del Parlamento Italiano. Il neo deputato, anche in questa nuova veste, non esitò a testimoniare concretamente vicinanza e solidarietà alle masse contadine casertane. Tant’è che tra i suoi primissimi atti parlamentari figura una proposta di legge dal titolo: Disciplina dei canoni d’affitto di fondi rustici con corrispettivo in canapa, presentata – unitamente ad altri colleghi – il 19 agosto del 1953. Tale iniziativa legislativa, come lo stesso Giorgio Napolitano ebbe modo di confermare successivamente nel corso di comizi fatti nella seicentesca piazza Umberto I, si ispirava all’accordo siglato a Sant’Arpino nell’aprile del 1947.
La proposta in questione prevedeva una riduzione dei canoni di affitto in canapa con norme chiare e semplici. S’intendeva in tal modo evitare a una grande massa di piccoli e piccolissimi produttori agricoli lunghe e costose procedure davanti alle commissioni provinciali dell’equo affitto e soprattutto portare un equilibrio nei rapporti fra proprietà fondiaria e impresa agricola. Napolitano, da profondo e brillante conoscitore dei problemi dello sviluppo del Meridione e delle complesse tematiche di politica economica, con questa sua prima iniziativa parlamentare, dimostrò indomito amore per la sua terra e straordinaria passione civile nel contrastare quelle vicende che di fatto impedivano una crescita dei territori e lo svolgimento di una vita dignitosa da parte delle popolazioni locali, nella fattispecie delle famiglie contadine casertane. Dopo tante altre battaglie condotte per l’affermazione dei diritti dei più deboli e degli inviolabili principi di libertà e uguaglianza, Giorgio Napolitano nel 1957 lasciò la guida del PCI casertano, continuando tra l’altro a portare nel cuore un ricordo carico di emozioni e di affascinanti battaglie ideali vissute nel comune e tra la gente di Sant’Arpino.
Sebbene siano trascorsi più di cinquanta anni e nonostante Napolitano abbia ricoperto in tutti questi anni responsabilità e funzioni di grande rilievo istituzionale, ancora oggi, dall’alto della sua autorevolissima carica di Presidente della Repubblica, così come ha avuto modo di comunicare recentemente al santarpinese Vincenzo Ciuonzo, appositamente convocato al Quirinale, conserva intenso e lucido il ricordo delle forti e significative azioni politiche attuate a Sant’Arpino e di quanti con lui condivisero quelle pagine memorabili. Il 5 dicembre 2009, in occasione del convegno dal titolo Vincenzo Legnante: il Sindaco, il Giurista, lo Storico, organizzato per celebrare il trentennale della scomparsa dell’illustre figlio di Sant’Arpino, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, legato all’avvocato da sentimenti di antica amicizia, ha inviato una lettera a sua firma in cui tra ’altro scrive: «Esprimo il vivo apprezzamento per l’iniziativa che ricorda una figura del monumento democratico strettamente legata alla Comunità locale di Sant’Arpino, dagli anni dell’opposizione al fascismo agli anni dell’impegno politico e sociale del dopoguerra, al lungo periodo in cui fu Sindaco, mantenendo sempre un costante impegno di uomo di cultura e di letterato».
Il Capo dello Stato con tale gesto ha testimoniato ancora una volta quanto sia radicato il suo legame con la terra atellana. Un’ulteriore riprova di questa connessione è data dalla Rassegna Nazionale di Teatro Scuola PulciNellaMente. Il Presidente Napolitano, appena appreso della sua esistenza volle concedere il suo Alto Patronato alla medesima iniziativa. Con il procedere delle edizioni ha fatto di più: ha destinato a PulciNellaMente quattro medaglie, quali suoi premi di rappresentanza, da assegnare alle opere interpretate dalle scuole in concorso che si caratterizzano per originalità, impegno, passione civica e valenza culturale. Un riconoscimento che eleva il prestigio della rassegna nata, tra l’altro, per contribuire al progresso e al riscatto della terra santarpinese. Il 12 maggio 2012, nel corso della cerimonia di conferimento del Premio PulciNellaMente ad Arrigo Levi, il Presidente Napolitano è intervenuto telefonicamente esprimendo parole di grande compiacimento per la rassegna e per la Comunità di Sant’Arpino a cui ha confermato di essere legato da tanti ricordi umani e politici. 1 Cfr.

1 Capobianco G., La costruzione del partito nuovo in una provincia del Sud. Appunti e documenti sul P.C.I. di Caserta. 1944-1947, Edito da Di Mauro Franco, 2000

** Tratto dal libro : Giuseppe Dell’Aversana, Elpidio Iorio (a cura di), Da Atella a Sant’Arpino. Venticinque secoli di storia illustrata, con disegni di Elpidio Cinquegrana, Guida, Napoli 2012