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100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: titolo Pignataro Maggiore della pagina Sezioni
 

Gemino Del Vecchio
C’era una volta la Festa della Liberazione
Ottobre 43: una strage nazista mai più dimenticata

 

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Gemino Del Vecchio
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Gemino Del Vecchio

Gemino Del Vecchio, dal calciatore all'impeno sociale di Giorgio Borrelli

Tutti lo ricordiamo per la sua passione calcistica, per essere stato un grande calciatore di Pignataro Maggiore, “L’uomo di maggiore spicco della difesa pignatarese elemento dotato di un fisico atletico enorme” cosi le cronache giornalistiche dell’epoca, un modello per intere generazioni. Gemino, non serviva altro per connotarlo, il bravissimo atleta molto richiesto sul mercato calcistico da tante società extraregionali negli anni settanta, è stato sempre innamorato della sua Pignataro e per la sua squadra, sempre a contrastare attaccanti avversari in quel campo di Monteoliveto che lo aveva visto crescere. Un calciatore che ci regalava pomeriggi calcistici indimenticabili. La sua grinta, la sua passione e il suo essere galantuomo e leale, oltre alla bravura calcistica, gli facevano meritare sempre la fascia di capitano nelle squadre in cui militava.
Ma, oltre alle sue capacità calcistiche, Giacomo Del Vecchio - per tutti Gemino - l’operaio buono e onesto era anche altro, lo ricordano bene chi da protagonista ha

vissuto quegli anni. Per la sua terra, aveva profuso un grande impegno politico, sociale e sindacale, era diventato un protagonista e un punto di riferimento della classe operaia pignatarese degli anni settanta, gli piaceva dare il suo contributo ma sempre con umiltà e un po' ritirato. Vogliamo ricordare in questo modo il suo impegno accanto alla classe operaia di quegli anni. Fu operaio chimico, prima, (dipendente ex pozzi) e metalmeccanico poi (ex C.M.F.).Iscritto alla F.I.O.M.-C.G.I.L., fu eletto delegato del consiglio di Fabbrica e membro del Direttivo Provinciale della F.I.O.M. negli anni ’70; Fu anche consigliere comunale per il Partito Comunista Italiano nel 1975, fu il rappresentante operaio, insieme al compianto e sempre amato intellettuale Comunista di Pignataro Prof. Giuseppe Rotoli. Con una lista di giovani studenti e operai riescono ad essere eletti in una cittadina come la nostra dove i comunisti venivano ancora visti come “i diversi”.
Negli anni ottanta Il nostro Gemino, ritorna a prestare la sua opera ai giovani sportivi, si dedica alle piccole leve pignataresi allenando i giovani aspiranti calciatori. Nello stesso periodo non dimentica l’impegno sindacale. In occasione della venuta dell’Onorevole Fausto Bertinotti per scongiurare la chiusura della fabbrica Vavid di Pastorano, lo vediamo davanti ai cancelli per offrire il suo sostegno alle lotte operaie della zona. Un ricordo personale, per omaggiare questo amico così sensibile ai temi sociali della sua cittadina; in occasione della “Strapignataro” di qualche anno fa. Gli chiesi, a nome dell’Associazione “La Città del Sole”, un aiuto nella piantumazione di diversi lecci nel largo ex-asilo nido, in via A. Gramsci, la sua risposta fu immediata: “Gianni, sono orgoglioso di darvi il mio sostegno ditemi cosa devo fare?” lo abbiamo visto il giorno della piantumazione, munito di pala e piccone, pronto a dare il suo sostegno. Persona meritevole. Voglio usare le parole di un suo grande amico Giorgio Borrelli per salutarlo: “Sarai sempre da noi ricordato e ringraziato per quello che ci hai donato con modestia, sincerità e amore per il tuo paese la tua gente”.

 
  100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Gemino Del Vecchio con Fausto Bertinotti  
 
Gemino del Vecchio con Fausto Bertinotti
 
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: C’era una volta la Festa della Liberazione a Pignataro Maggiore
 

C’era una volta la Festa della Liberazione a Pignataro Maggiore di Giorgio Borrelli

Corre l’anno 1976 e Pignataro Maggiore è protagonista di un fatto inedito in provincia di Caserta: un numero unico dei “Partiti Democratici” per festeggiare la Resistenza. Il fascicolo di 24 pagine “RESISTENZA” viene curato delle sezioni della Democrazia Cristiana, Partito Socialista Italiano, Partito Socialista Democratico Italiano, Partito Comunista Italiano. Affissi ovunque, i tanti manifesti murali risaltano sui muri consunti in tutta la cittadina, sparsi in ogni strada vicolo o incrocio del paesino.
Centinaia i fascicoletti distribuiti nella piazza del paese da decine di energici e appassionati militanti di questi partiti. Tutti insieme, i gruppi politici di Pignataro Maggiore, impegnati in un’opera di divulgazione democratica e antifascista. In quella storica giornata del 25 Aprile 1976 in piazza Umberto I si respira, al tiepido sole d’aprile, un’aria dolce di primavera, ma soprattutto si respira un clima di unità.
Anche in un piccolo centro come Pignataro si concretizza quella politica nazionale di Compromesso storico avviata da Enrico Berlinguer che di lì a breve spianerà la strada di “compromesso” del Partito Comunista Italiano con la Democrazia Cristiana.
In quello storico manifesto del 25 aprile del 1976 i partiti scrivono:
I partiti democratici di Pignataro Maggiore, per la prima volta nella storia della nostra cittadina, hanno sentito la esigenza di sottolineare il significato storico e politico del 25 Aprile del 1945, giorno in cui l’Italia si liberò dalla ventennale dittatura fascista.
La Resistenza, nata dal risveglio dello spirito democratico degli Italiani nella guerra partigiana, segnò uno dei momenti più nobili della vita democratica del nostro Paese, in quanto fu un momento di partecipazione di massa. Ricordare questo periodo e commemorare il 25 Aprile, anniversario della liberazione dal  nazifascismo, significa riproporre alla meditazione il sacrificio di migliaia di vite umane  e ritrovare in questo lo stimolo a quella unità che rese possibile la vittoria.
Sarebbe tuttavia inutile la rievocazione di questa gloriosa data, se non si traducesse in un concreto impegno politico

e civile, rivolto a consolidare le nostre istituzioni repubblicane e democratiche e condannare ogni forma di violenza e di repressione dei diritti civili, conquistati a prezzo di così duri sacrifici.
La pagina di alto impegno civico e democratico, scritta nel sangue dei nostri partigiani, non potrà mai essere cancellata da alcuna trama eversiva e mai tornerà al passato la nostra Repubblica, nata dall’antifascismo.
I Partiti Democratici di Pignataro Maggiore, rifacendosi a quello spirito, oggi si rivolgono ai cittadini, e in particolare alle nuove generazioni, affinché la libertà, la giustizia e la coscienza antifascista siano sempre i valori distintivi della democrazia
".

Manifesto murale a cura di: D.C., P.S.I., P.S.D.I, P.C.I. (Sezioni di Pignataro Maggiore) 25 Aprile 1976
Con un numero di 24 pagine, 12 sono curate dal P.C.I. e sono fitte di motivazioni e di materiale sulla Resistenza (ne “I Comunisti e la Resistenza”). Redigerle tocca ad una giovane sezione di comunisti che nel 1975 aveva totalizzato oltre 700 voti nella sola Pignataro. Dieci sono curate invece dalla D.C. (con “Il significato di una data”), una pagina dal P.S.I. (“25 aprile”) e una dal P.S.D.I (“25 Aprile 1945”) a firma del segretario Tommaso Borrelli.
In quel lontano 1976 ci sono ancora i partiti con le loro robuste sezioni ad animare i dibattiti e le discussioni tra piazze e luoghi di lavoro, ci sono i segretari autorevoli e rappresentativi a cogliere le sfumature politiche. Decine di militanti appassionati, con idee nuove spesso tradotte nella pratica quotidiana, sono pronti a mobilitarsi. Un 25 aprile d’altri tempi, dunque, dove si respira un clima di effervescenza e di passione politica. Nelle parole di quel manifesto si notano senz’ombra di dubbio impegno politico e civile, fermezza, passione, partecipazione e soprattutto senso civico per le istituzioni.
La Liberazione – come il Primo maggio – non aveva ancora perso vigore attraverso l’usura consumistica, non era ancora stato declinato a momento di ozio o trasformato in manifestazione ludica.
Entrambe sono ancora occasioni di rivendicazioni sociali fondamentali come la lotta contro una Destra fascista che tramava contro le istituzioni democratiche. Ma quale clima politico e sociale si respira nell’Italia di quei giorni e perché in un piccolo paesino del Meridione si rivela questa inedita unità?
Gli anni Settanta sono caratterizzati dall’espansione del fenomeno terroristico, espressione di una serie di gruppi estremisti che decisero di rifiutare i tradizionali mezzi del confronto politico per abbracciare la lotta armata e per sovvertire con la forza l’ordine costituito. Da una parte i gruppi di estrema Destra – Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale – volevano interrompere l’esperimento democratico e già a partire dalla fine degli anni Sessanta fecero ampio ricorso ad una serie di attentati dinamitardi che colpirono sia i civili sia i rappresentanti delle istituzioni. Milano, Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969 (diciassette vittime); le due stragi del 1974, il 28 maggio in Piazza della Loggia a Brescia (otto morti) e due mesi dopo sul treno Roma-Brennero (dodici vittime).
  Dall’altra parte, movimenti extraparlamentari di sinistra tra i quali Brigate Rosse, Prima Linea e i Nuclei Armati Proletari si costituirono con il chiaro intento di rovesciare lo stato borghese poggiato sul sistema economico capitalista. Le istituzioni e i partiti si trovano a fronteggiare due tipologie di terrorismo diverse tra di loro sia dal punto di vista ideologico sia nel modus operandi, ma unite entrambe dalla volontà di destabilizzare lo Stato democratico ricorrendo alla cosiddetta “strategia della tensione”.
Nel 1976 in un’intervista sul Corriere della Sera Enrico Berlinguer, segretario del PCI, rilancia l’offerta di una collaborazione con la DC per combattere il terrorismo. E anche Pignataro in quegli anni si trova a difendere le istituzioni democratiche nate dalla Costituzione. E l’insidia terroristica fa nascere, appunto, quella inedita unità delle forze democratiche sancendo anche il superamento di un tradizionale cavallo di battaglia dell’opposizione comunista. In nome della nascita di un governo di “solidarietà nazionale”, le antiche contrapposizioni politiche e diffidenze saltano, anche nei villaggi più remoti della provincia italiana, davanti al pericolo imminente della democrazia. Non vogliamo qui sindacare sull’opportunità della scelta politica di quegli anni bui e difficili, qui si vuole esclusivamente porre l’accento sul significato del giorno della Liberazione, concetto che anno dopo anno si indebolisce sempre di più, fino ad essere svuotato completamente dei suoi valori fondanti.
  Il 25 aprile fu dichiarato festa nazionale nel 1946 dal governo De Gasperi, alla vigilia del primo anniversario della Liberazione. La data, com’è ben noto, ricorda l’insurrezione generale proclamata dal Comitato di Liberazione Nazionale come un giorno fondamentale per la storia d’Italia che assume un particolare significato politico e militare in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la Seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista. Il governo antifascista italiano intendeva privilegiare l’apporto dato alla liberazione dal movimento resistenziale, inteso come momento di riscatto etico e politico rispetto al fascismo.
Il continuo appello alla parola d’ordine di una “memoria condivisa” il cui obiettivo finale è quello di cancellare “l’anomalia italiana”, cioè la contrapposizione  tra fascismo e antifascismo in questi anni svuota sempre di più il significato della Festa della Liberazione; si fa così strada il tentativo di forze politiche di minare il concetto Liberazione e di democrazia nati dalla Costituzione Questo manifesto del 1976 riassume molto eloquentemente il pensiero democratico e rappresenta l’esempio per affrontare in modo unitario i pericoli autoritari che si presentano in questi tempi. Se si pensa, oggi, al restringersi degli spazi democratici nei luoghi di lavoro, ai nuovi fascismi, all’intolleranza verso le minoranze, alla difficoltà che attraversa l’Italia.
La festa della Liberazione diventa per i giovani di oggi un simbolo ancora più attuale. Ricordarla per consolidare le nostre istituzioni repubblicane è dunque ancora più urgente, proprio come affermano quei nostri attivisti in quel lontano 1976: Ricordare questo periodo e commemorare il 25 Aprile, anniversario della liberazione dal nazifascismo, significa riproporre alla meditazione il sacrificio di migliaia di vite umane e ritrovare in questo lo stimolo a quella unità che rese possibile la vittoria. “Consolidare le nostre istituzioni repubblicane e democratiche e condannare ogni forma di violenza e di repressione dei diritti civili, conquistati a prezzo di così duri sacrifici”.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Pignataro Maggiore ottobre 1943, una strage nazista mai più dimenticata
 

Pignataro Maggiore Ottobre 43: una strage nazista mai più dimenticata di Giorgio Borrelli

Eccidi nazisti: Pignataro Maggiore, ottobre 1943 : una comunità ferita si racconta, a cura di Giovanni Borrelli (Santabarbara, Bellona, 2010) è un libro fitto di testimonianze, condotto con una metodologia di storia orale tesa a ricostruire due episodi di stragi perpetrate dall’esercito tedesco sul territorio di Pignataro Maggiore. Un lavoro, lungo e faticoso, durato circa cinque anni, che ha focalizzato l’attenzione su quei crimini poco noti o addirittura sconosciuti che sono stati compiuti dai nazisti in una cittadina di Terra di Lavoro. In questo articolo provo a sintetizzare come sono avvenute le stragi di Pignataro Maggiore e le motivazioni fondamentali che hanno convinto la Commissione, nominata con Decreto Presidenziale su proposta del Ministero dell’Interno. a concedere la Medaglia d’Argento al Merito Civile alla cittadina di Pignataro Maggiore.
Il 12 e il 14 ottobre del 1943, nei pressi di alcune abitazioni rurali delle contrade Taverna e Arianova di Pignataro Maggiore, sono avvenute due stragi naziste eseguite con disumana efferatezza che costarono la vita a 20 civili tra uomini donne, ragazzi e un bambino di pochi mesi. Due stragi accompagnate da altri cinque delitti isolati perpetrati, nel centro abitato, con fredda determinazione dagli uomini della Goering.
Il 12 ottobre a “Contrada Taverna” ubicata a ridosso della statale Casilina, vennero barbaramente freddati a colpi di arma da fuoco quattro persone, le esecuzioni non avvennero simultaneamente, ma nel giro di qualche ora. Il motivo va riportato ad un atto di sabotaggio, l’uccisione di un portaordini tedesco che transitava sulla Casilina, all’altezza del bivio di Pignataro. Dalle testimonianze raccolte traspare la ferocia dei comportamenti dei soldati tedeschi; essi danno luogo a delle inaudite violenze, che ad una prima analisi, non sarebbe errato definire “gratuite”. E’ emblematico il caso di Domenico Stellato, uno stalliere che viene prelevato mentre dorme, ucciso e sepolto in un fosso che egli stesso fu costretto a scavare. Due contadini, Vincenzo Rinaldi e Francesco Rotoli, furono falciati da una raffica di mitra mentre si recavano insieme verso l’abitazione del Rotoli per verificare i danni all’abitazione provocati dallo scoppio di una granata.
I loro corpi furono occultati dai tedeschi e ritrovati due mesi dopo dai familiari in un avanzato stato di decomposizione. Un altro contadino, De Riso Pasquale, fu freddato con un colpo di pistola alla nuca mentre trasportava una balla di fieno per gli animali, nonostante egli avesse il lasciapassare avuto dal comando tedesco per il rifornimento dell’acqua agli stessi soldati. Nello stesso giorno, presso il locale camposanto, ubicato a pochi metri di distanza da contrada Taverna dove avvengono le esecuzioni citate, si consuma un’altra strage che vede  coinvolte sono altre cinque persone: una donna, tre uomini e un bambino di pochi mesi. Nel tentativo di sfuggire ai tedeschi, si rifugiano nel cimitero ma proprio lì trovano la morte. La strage – del tutto assente nella memoria collettiva – viene alla luce presso l’Imperial War Museum di Londra. Quattro scatti e un filmato di circa un minuto che documentano le atrocità tedesche a Pignataro Maggiore. Le foto sono impressionanti, in esse vengono mostrati i corpi privi di vita che giacciono all’interno della cancellata d’ingresso del cimitero, già al primo stadio di decomposizione. Ma l’immagine più agghiacciante è quella del bambino di pochi mesi, il cui corpo è deposto all’interno di una vecchia cassa di legno.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Pignataro Maggiore ottobre 1943, una strage nazista mai più dimenticata   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Pignataro Maggiore ottobre 1943, una strage nazista mai più dimenticata   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Pignataro Maggiore ottobre 1943, una strage nazista mai più dimenticata

Questi documenti sono stati individuati dal ricercatore Giuseppe Angelone nel corso di una ricerca sulla documentazione “visiva” della guerra in Campania coordinata dal prof. Paolo De Marco. Si tratta di un documento di eccezionale importanza perché rappresenta l’unica testimonianza visiva  delle stragi nel casertano. Il 14 ottobre, appena due giorni dopo, seguì un altro eccidio; una vera e propria esecuzione viene attuata da una unità tedesca, (la 19^ divisione) presso la Masseria Canale detta “Fratta” in località Arianova, dove vengono fucilate undici persone; tra i civili vi sono anche alcuni militari italiani rifugiatisi in quelle abitazioni. I tedeschi ordinano agli abitanti di evacuare la zona, ma i contadini non sono così solerti nel rispettare l’ordine impartito, cosi che si  procede al rastrellamento di tutte le persone incontrate in  zona e alla deportazione nella masseria.I prigionieri vengono rinchiusi per tutta la notte in un vecchio frantoio. Il giorno successivo, a pochi metri dall’aia, fanno scavare loro tre fosse e poi li fucilano. Tra le vittime anche due ragazzi: uno di 14 e l’altro di 12 anni insieme al padre.
Questi episodi, quasi sconosciuti agli storici, sono stati completamente dimenticati dalla stessa comunità che ancora oggi, dopo un lavoro di recupero della memoria,condotto attraverso raccolta e la trascrizione di testimonianze dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime, con l’apporto di materiale cartaceo e fotografico reperito negli archivi americani, stenta a credere che ciò sia avvenuto rfealmente e si domanda incredula di come questo buio sia potuto calare su una comunità intera. Pignataro Maggiore, a mio avviso, potrebbe essere preso a modello per comprendere i motivi per cui questi episodi, come del resto quelli di altri piccoli paesi del casertano, siano caduti in una coltre di gelido silenzio. La causa fondamentale è costituita dall’assenza di una forte memoria locale delle vittime, riconducibile a una volontà delle autorità politiche e civili che hanno retto Pignataro immediatamente dopo la vicenda bellica e nel periodo successivo fino ad oggi.
L’indagine rileva che esse non hanno mai ravvisato la necessità di costituire un comitato cittadino a ricordo delle vittime. Va inoltre evidenziato che negli anni successivi agli eventi bellici non è stato mai pubblicato alcun opuscolo commemorativo a ricordo delle vittime; gli storici locali, inoltre, hanno colpevolmente taciuto su questi episodi, non avendo mai operato alcuna ricostruzione delle vicende accadute. Ma nemmeno le autorità locali hanno mai manifestato alcun riconoscimento pubblico ai parenti dei martiri e che gli storici locali hanno colpevolmente taciuto su questi episodi, senza mai operare alcuna ricostruzione delle vicende accadute. Ma anche le autorità ,come detto in in precedenza,non hanno mai manifestato alcun riconoscimento pubblico ai parenti delle vittime.
Dall’analisi dei dati reperiti, si può affermare che uno dei motivi per cui il ceto politico non ha focalizzato l’attenzione sull’accaduto è l’assenza di maggiorenti locali tra le vittime, in maggioranza contadini e non tutti membri della comunità.Inoltre, le classi dirigenti post-fasciste hanno operato una vera e propria opera di rimozione della memoria degli eccidi nazifascisti, e sulla mancata elaborazione delle memorie comunitarie, concordiamo con quanto afferma Gabriella Gribaudi “che le stragi più dimenticate sono proprie quelle in cui a morire furono dei “poveracci”: contadini, popolani, gente comune che non scappò, che non volle abbandonare le proprie case, che non poté lasciare il lavoro dei campi o la cura degli animali, e non ebbe parenti letterati che scrivessero di loro o che pretendessero l’attenzione delle autorità. E le autorità li dimenticarono facilmente”.
[1] Proprio questo è successo nella comunità di Pignataro, dove le autorità locali hanno operato una vera e propria rimozione degli  avvenimenti,con gli strumenti del silenzio,delle omissioni, delle imprecisioni e degli atti di mancato riconoscimento dei deceduti. I motivi dell’oblio vanno riportati alla situazione politico-culturale che si venne a delineare a Pignataro dopo la Liberazione. Con le prime elezioni comunali del marzo 1946, la classe dirigente del regime fascista si ritrovò ad essere praticamente  “la nuova dirigenza locale. I gerarchi locali fecero un po’ tutti a gara nel travestirsi da democratici per la pelle”.
[2] Esaminando scrupolosamente i nomi degli eletti nelle elezioni successive al Ventennio, ritroviamo numerosi personaggi del passato Regime; ritroviamo a ricoprire la carica di Sindaco c’è perfino un segretario della sezione “fascista” Pignatarese. Per la sua propaganda il nuovo corso utilizza gli stessi luoghi di quella fascista: così l’enorme dipinto del Duce a cavallo, rivolto verso la piazza centrale  del paese, fatto erigere per suggellare la conquista Imperiale di Mussolini, diventerà un gigantesco scudo crociato a sfondo nero.
Come in una sorta di continuità si ricompone lo stesso asse politico-culturale del periodo fascista. Appare quindi evidente del perché la nuova classe dirigente assunse una posizione di distacco dagli episodi accaduti; essa non aveva alcun interesse a riaprire ferite e a far emergere proprie responsabilità del passato, tra le quali perfino un collaborazionismo con il regime hitleriano. Le contraddizioni del periodo immediatamente dopo il Ventennio sono molte, valgano ad esempio quelle che si possono cogliere sulla lastra marmorea che ricorda le vittime del secondo conflitto mondiale, collocata solo verso la metà degli anni ’50 accanto a quella dei caduti della Grande Guerra nella villetta comunale di Monteoliveto. Innanzitutto l’elenco è incompleto; inoltre, nonostante le vittime siano distinte in due gruppi (militari e civili), al fianco dei nominativi non sono indicate le modalità della morte: per quanto riguarda i civili non è specificato se siano stati trucidati dai nazisti o se siano morti a causa dei bombardamenti o per lo scoppio di mine lasciate dai tedeschi in ritirata.
Infine la lastra presenta perfino qualche grossolano errore nei cognomi delle vittime come nel caso della signora Chiara Natale, trucidata dai tedeschi, che viene riportata come Rotoli. Queste incongruenze riflettono le ambiguità della classe politica post-bellica in merito agli avvenimenti ed offre conferma di quanto confuso poteva essere il quadro della situazione in quel periodo e quanto di poco chiaro si voleva tramandare alle giovani generazioni. Dietro queste contraddizioni vi è l’idea di accomunare tutte le vittime in un unico tragico destino, di cui unico responsabile è la casualità della guerra, una guerra asettica delle cui tragiche distruzioni, deportazioni, violenze e morte nessuno è responsabile. In altri termini, per la classe dirigente politica locale l’oblio è stato funzionale alla liquidazione del passato.
Essa tendeva ad una rifondazione ex-novo, evitando di trasmettere il ricordo alle generazioni successive. Solo grazie al recupero della memoria dei parenti delle vittime che tende a tramandare il racconto all’interno del gruppo parentale si è potuto ricostruire queste stragi che altrimenti sarebbero rimasti nell’oblio più profondo. Con i suoi spunti, questa ricerca mira a stimolare nuove indagini e nuovi lavori sul territorio casertano ancora poco noti, i quali possano fornire informazioni su episodi ancora oscuri relativi alle stragi naziste, sui contesti in cui si sono mossi gli autori degli eccidi, sul ru olo dei collaborazionisti fascisti e sui tentativi delle popolazioni di sfuggire ai saccheggi e alle razzie.

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Si pone necessario, poi, recuperare ed analizzare quegli importanti episodi di resistenza civile o di disobbedienza che pure hanno caratterizzato i nostri paesi durante l’occupazione nazista, ma che non sempre sono stati riconosciuti come tali, quelle azioni proto-resistenziali che Giuseppe Capobianco chiama “l’autodifesa delle masserie”, quegli atti di vera e propria ribellione attuati dalle popolazioni contadine contro i tedeschi per difendere i loro beni. Per gli addetti ai lavori, per le Istituzioni, per gli operatori scolastici, il recupero della nostra memoria deve diventare una pratica necessaria per contrapporsi alla minaccia dell’oblio e agli ambigui e pericolosi tentativi di rimozione del passato.
[1] G. Gribaudi, Retorica pubblica e memorie private, in Terra Bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale,a cura di EADEM, Napoli 2003, p.367.
[2] M. Del Vechio, Il secondo dopoguerra, in «1955-1975 “Il Pino ha vent’anni”», Tip. D’ Urso. S. Arpino 1975 cit., p. 20.