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Ugo Di Girolamo

 

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Ugo Di Girolamo
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Ugo Di Girolamo

L’eredità politica di Ugo Di Girolamo
Come scrive un autore caro a Ugo “Tutti muoiono. La vita non è una sostanza, come l’acqua o la roccia; è un processo, come il fuoco o un’onda che si infrange sulla riva. È un processo che inizia, dura un po' e alla fine termina” (S. Carrol). Sul piano scientifico la morte non ha in sé alcun mistero: tutto è spiegato nei minimi dettagli. Tutte le specie viventi accettano la fine del processo senza discutere e, soprattutto, senza interrogarsi su quel che c’è dopo. Solo noi umani facciamo storie. Solo noi umani manifestiamo quello che Edgar Morin definiva un “disadattamento alla specie” e, in forza di questo, concepiamo le imprese più sublimi e perpetriamo i crimini più atroci. Solo noi umani conosciamo il funerale, quella complessa “funzione sociale” per la quale “un uomo può essere oggetto di amore, di odio o di cordoglio mentre muore; ma una volta morto egli diventa il principale capo d’ornamento di una complicata cerimonia mondana” (J. Steinbeck). Accade quindi che l’ornamento non sia osservato per sé stesso, ma per illustrare le qualità estetiche del suo portatore.

È amaro, ma sappiamo che le cose vanno così. Purché – mi verrebbe da dire leggendo certi commenti a dir poco superficiali che sono state scritti in occasione della morte di Ugo Di Girolamo – non si superino i limiti della decenza. Non voglio criticare nessuno; vorrei invece provare a tratteggiare la figura di Ugo, per vedere se dalla sua vicenda pubblica si possano trarre elementi capaci di stimolare la nostra capacità di apprendimento.
Non è vero che Ugo era funzionario del Pci negli anni ottanta, come è stato scritto su questo social. Non lo era più dal novembre del 1978 e a febbraio dell’anno successivo lavorava già all’ATI (una consociata dell’Alitalia). Questa circostanza è di fondamentale importanza per comprendere la vita di un uomo che aveva progettato la sua esistenza essenzialmente in termini politici. Smettere di fare il “rivoluzionario di professione” (come allora si diceva) alla fine degli anni settanta aveva un significato incomparabile rispetto alla stessa scelta compiuta dieci anni dopo. Alla fine degli anni settanta il Pci aveva raggiunto il culmine della sua forza e della sua influenza politica nel paese; alla fine degli anni ottanta questa forza si era dileguata e il Pci era prossimo a diventare un altro partito. Alla fine degli anni ottanta il Pci non era più in grado di mantenere il suo imponente apparato organizzativo, sicché la figura stessa del funzionario di partito stava scomparendo. Molti cambiarono lavoro, molti… se lo fecero cambiare! Ma questo è un altro discorso. Chi invece, come Ugo Di Girolamo, ha compiuto questo passo alla fine degli anni settanta lo ha fatto perché aveva maturato un’idea diversa della politica, più laica, più libera, non costretta in una "linea" che ne prescriveva ogni movimento. Il discorso che mi fece in quel momento fu grosso modo il seguente: non ho intenzione di lasciare il Pci, ma non voglio dipendere dal partito, perché mi trovo costretto ad essere d’accordo anche quando non lo sono e perché voglio avere un ruolo nella società che mi permetta di autodeterminare la mia presenza politica. Un discorso duro, disincantato, che metteva radicalmente in discussione alcuni cardini essenziali dell’organizzazione politica del Pci e del pensiero politico che ci aveva accomunati a partire dal movimento studentesco, per un intero decennio. Non mi riuscì di dargli ragione in quel momento. Certo è che quanto è accaduto nel decennio successivo lascia pensare che Ugo aveva intuito qualcosa che a molti di noi sfuggiva, per lo meno in quel momento.
D’altra parte, questo passaggio non gli impedì di dare il meglio di sé nella vita pubblica per tutti gli anni ottanta e novanta. Si trovò a combattere contro il blocco di potere clientelare della Democrazia Cristiana, il cui unico programma consisteva nel rifiuto della modernità e nella sistematica depredazione del territorio. Subito dopo, quasi per una germinazione da questo modo di governare, arrivò la camorra: a Mondragone, come nell’intera regione, le istituzioni democratiche si ritrovarono un po’ alla volta assoggettate alle organizzazioni criminali che si erano impadronite dell’economia e avevano asservito il tessuto sociale. Contro questo fenomeno condusse una lotta senza quartiere: non solo come capo dell’opposizione in consiglio comunale, ma con contributi di approfondimento che cercavano di individuare le origini economiche, culturali e politiche che avevano generato un fenomeno che stava portando al disfacimento delle istituzioni democratiche e del senso stesso della politica.
Nel 1995 lasciò il consiglio comunale, ma non smise di dedicarsi ad affrontare i problemi della sua città. Nello stesso anno pubblicò "Analisi della struttura economica di Mondragone dal'50 ad oggi" e nel 1999 "Ipotesi per un piano di sviluppo territoriale", lavori nei quali metteva a fuoco le caratteristiche dell’economia del nostro territorio, provando ad immaginarne le vie per un futuro di sviluppo e modernizzazione. Nel 2003, la rivista quadrimestrale diretta dal prof. Roberto d’Agostino “Le Radici e il Futuro” ospitò il suo articolo (scritto in collaborazione con Filippa De Gennaro) "Mondragone tra passato e futuro". Nel 2009 pubblicò "Mafie, politica, pubblica amministrazione. È possibile sradicare il fenomeno mafioso in Italia?"
Penso che la rilettura di questi testi potrebbe essere utile a qualche amministratore del nostro tempo che voglia sinceramente applicarsi ad affrontare i problemi di questo territorio, al tempo stesso ricco di risorse e povero di conoscenze. Credo anche che la rilettura farebbe bene a qualche giovane di belle speranze della sinistra mondragonese, che immagina che la storia dell’opposizione al feudalesimo che vige in questa città incominci con loro e finirà con loro, evitando con questo atteggiamento di fare i conti con le proprie sconfitte.
Parallelamente una vicenda culturale decisiva segnò la vita politica di Ugo Di Girolamo: la critica del comunismo. Non solo dell’esperienza storica, ma dell’ideologia che vi era alla base. Non posso certo dimenticare le discussioni furibonde che hanno animato i nostri rapporti per tutti gli anni ottanta e novanta. Ora, non posso non riconoscere che anche in quella fase aveva visto qualcosa che io non riuscivo ancora a vedere: restituiamo a Cesare quello che gli appartiene. La nostalgia è un sentimento nobile, quindi penso che chiamarlo “compagno”, in occasione della sua morte, sia stato un gesto affettuoso e commovente. Ma, se pensiamo che il pensiero e l’opera di Ugo possa costituire una qualche forma di stimolo culturale per i giovani e i vecchi di questo nostro piccolo paese, dobbiamo ricostruire per intero la sua traiettoria.
Riporto qui una citazione tratta da un suo intervento (forse le ultime cose che ha scritto) su alcune considerazioni critiche che avevo fatto sull’approccio ideologico dei comunisti nell’osservazione degli eventi storici. L’occasione era data dalla guerra in Ucraina e dalle posizioni “neutraliste” di buona parte della sinistra italiana.
In merito io avevo scritto: “Alla base dell’ideologia che fa da sfondo alla concezione comunista della pace ci sono 4 assiomi: a) la storia degli umani ha dei fini da realizzare e che prima o poi si realizzeranno, la pace è uno di questi (Aristotele, Hegel, Marx); b) la guerra è sempre l’espressione della lotta di classe, del conflitto tra i ceti dominanti e quelli meno abbienti, soprattutto nelle società capitalistiche; sicché la pace può ottenersi solo con l’abolizione del capitalismo (Marx); c) l’imperialismo è un fenomeno tipico e necessario del capitalismo nella sua fase matura (Lenin): d) l’internazionalismo proletario, l’unione globale delle classi subalterne e il fattore che può sconfiggere il capitalismo e generare la pace (Marx, Lenin, Stalin). Tutto ciò che non coincide con la verità espressa da questa filosofia della storia non è vero. Ora, qui sarebbe troppo complesso discutere, uno per uno, questi argomenti. Basti dire che la storia del XX secolo si è incaricata di dimostrare che nessuno dei quattro regge al confronto con la realtà dei fatti”. Questo è il commento di Ugo: “Non è poi così lungo e complesso analizzare i 4 assiomi della concezione ‘comunista’ della pace (e della guerra). Il primo, la finalità che Marx assegnava alla storia, e il quarto, il ruolo salvifico dell’internazionalismo proletario, semplicemente sono ‘morti’ con il 1991 e il crollo dell’URSS. A meno che non si voglia sostenere che sarà la Cina a realizzare il sogno (anche bello) di Marx. Per il secondo, la guerra espressione della lotta di classe, si può solo scusare Marx e Engels perché nel 1800 le conoscenze sulla preistoria umana erano pressoché insignificanti. La ricerca etologica ha dimostrato che la guerra (intesa come aggressione volontaria e organizzata di un gruppo verso un altro) la fanno anche gli scimpanzé ed è finalizzata a impossessarsi del territorio di caccia e raccolta di altri gruppi. Ci sono prove archeologiche che dimostrano la pratica della guerra tra gruppi umani nel paleolitico superiore e persino dei Neanderthal (grotta di el Sindron Spagna). Infine il punto terzo, l’imperialismo non è né tipico né necessario del capitalismo. Nasce più o meno 7000 anni fa e si evolve in forme diverse nel corso della storia. I primi imperi coloniali europei (Portogallo, Spagna) nascono ben prima dell’inizio della rivoluzione industriale (seconda metà XVIII secolo) e finiscono dopo la seconda guerra mondiale (ultimo quello portoghese (1968) sostituiti da due nuovi imperi ‘ideologici’, quello sovietico e quello americano. Nella nuova condizione della rivoluzione dell’intelligenza artificiale il confronto è tra gli USA, in crisi democratica come l’Occidente europeo, e l’orrenda dittatura cinese. Chi tra i due vincerà disegnerà il nuovo ordine mondiale con relative strutture istituzionali. Ai comunisti giovani e vecchi e ai ‘criptocomunisti’ rivolgo solo un appello: finitela di guardare sempre e solo al vecchio nemico numero uno del ‘socialismo sovietico’, gli USA. Sforzatevi di guardare avanti e nel nuovo conflitto tra Occidente e Cina fate la vostra scelta, decidete da che parte stare, perché questi sono i termini reali del prossimo futuro”.
Non penso che occorrano molti commenti, se non quello di constatare che la critica del comunismo da parte di Ugo Di Girolamo è sempre stata incardinata sul pensiero scientifico, sulla conoscenza della storia, sull’affermazione dei valori di libertà e democrazia tipici dell’occidente. La scienza, la storia, la democrazia e la libertà: queste erano le sue passioni. La mia convinzione è che questi aspetti che lo riguardano siano quelli che dobbiamo coltivare affinché il suo insegnamento rappresenti qualcosa per le nuove generazioni di Mondragone.
**Adelchi Scarano, già Segretario Federazione PCI Caserta