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Lollini

 

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Lollini
 

Ad Aversa, nella fabbrica vigilata dagli operai «Non lasciateci soli a sfidare la camorra. I poteri pubblici debbono dimostrare che vogliono e sanno difendersi contro la delinquenza organizzata» di Vito Faenza

È notte quando arriviamo alla «Lollini», l'azienda presidiata dai lavoratori contro il racket delle estorsioni. Fa piuttosto freddo. La nebbia che si alza dalla terra umida, squarciata dai fari della linea ferroviaria, bianchi, della vicina lndesit, giallo arancione e da quelli fortissimi installati dagli operai della «Lollini», crea una scena quasi irreale. Un cane lupo. poco più di un cucciolo, abbaia. Si quieta solo quando esce il guardiano a calmarlo. Gli operai che vegliano sulla fabbrica, dandoci il benvenuto ci dicono che è più efficace (e di molto) di un segnaie di allarme. Conosce, infatti. uno per uno tutti gli operai dello stabilimento ed abbaia solo quando avverte la presenza di estranei.
I volti dei dieci operai presenti per il turno di notte sono tesi. Si tratta di difendere il posto di lavoro, di dimostrare a tutta la popolazione dell'Agro A versa no che le minacce e le bombe non intimoriscono, che c'è chi è disposto a battersi apertamente per sconfiggere il «racket». Per il turno si incontrano attorno alle 10 il guardiano Nicola Mingione e una decina di operai: Luigi Russo, Alfonso Prisco, Michele Russo, Luigi Di Foggia, Vincenzo Caiazzo, Dante Basco, Giuseppe Varavallo, Arnaldo Biscanti. Ma alle 22.30 quando siamo arrivati, c'è ancora qualche altro loro compagno di lavoro: chi è rimasto dopo il turno in fabbrica è tornato dopo cena a tener compagnia a quelli che vigilano in fabbrica.
Quattro, in una stanzetta, per ingannare il tempo, giocano a carte. Gli altri, invece, parlano tra loro e naturalmente in primo luogo di quanto sta capitando alla «Lollini». «Se sapessimo chi sta tentando il ricatto...» dice un operaio, mentre mantiene un occhio vigile sulla strada. «Qui attorno ci sono altre due aziende (ma con pochi operai) la "Frigosud" e la "Pergina" - aggiunge un altro: si dice che abbiano ceduto ai ricatti, che abbiano pagato la tangente». Sarà poi vero? Sarà la stessa banda? Nessuno lo sa. Certo la malavita nell'Aversano è organizzata bene. Dopo aver minacciato commercianti e cittadini. ha esteso le sue pretese. I ricatti nei confronti delle piccole aziende della zona sono continui. le ri chieste di tangenti sempre più esose. È una vera cancrena per l'economia e il tessuto sociale e civile della zona.
Uscita dalla fase artigianale la malavita organizzata estende i suoi tentacoli su tutte le attività, cerca e ottiene protezioni e complicità, attacca anche le istituzioni pubbliche. All'esterno il cane lupo abbaia. Si voltano tutti preoccupati. C'è tensione. Del resto è comprensibile: «È gente che non scherza» - ribadisce Vincenzo Caiazzo - osservando la macchina che sta sopraggiungendo. Ma è l'auto del compagno Antonio Roccia della FLM. Arrivano anche il compagno Menditto e il compagno Lamberti della sezione di Aversa.
Vengono a portare la loro solidarietà, a far capire che la lotta della «Lollini» è una lotta che coinvolge tutti, perché, oltre ad avere per obiettivo la sconfitta della criminalità, ha quello dello sviluppo economico della zona. A mezzanotte viene il compagno Domenico Verde, consigliere provinciale del PCI. Anche lui lavora alla Lollini. È stato a Caserta alla riunione del Consiglio, ma prima di rincasare, è passato a salutare i compagni del turno di sorveglianza. Il suo l'ha fatto la sera prima. Un gruppo di operai esce per il giro d'ispezione: è mezzanotte e un quarto. Quelli rimasti nella stanzetta. accanto alla stufa, ricominciano a discutere, e per recuperare le ore di lavoro perse dai compagni che sorvolano la fabbrica - ci spiegano - ottanta operai lavorano ogni giorno un'ora in più.
È un sì ma per non far perdere neanche un'ora di lavoro. «Questa sorveglianza che stiamo facendo - afferma il compagno Verde - non è fine a sé stessa, vuole essere un segnale, deve servire a mobilitare attorno alla nostra lotta la popolazione dell'Aversano e gli enti locali, le autorità preposte alla difesa dell'ordine pubblico». «Invece - lo interrompe Michele Russo - l'amministrazione di Gricignano (diretta dalla DC) da quando è scoppiata la bomba, non s'è fatta viva né si sta interessando di quel che accade». «Non solo alla marcia di 10 mila lavoratori dopo l'attentato dinamitardo di qualche settimana fa contro la «Lollini» - aggiunge il compagno Domenico Verde - la stessa amministrazione di Aversa (anch’essa diretta dalla DC) e quelle dell'intera zona dovrebbero essere con noi durante questa lotta. La malavita e la criminalità sono un cancro, che va estirpato. I lavoratori, gli operai (lo hanno dimostrato con lo sciopero effettuato subito dopo l'attentato alla "Lollini") stanno facendo la loro parte. Ora tocca ad altri dimostrare la loro volontà di far qualcosa, di incidere».
L'una dopo mezzanotte è ormai passata da un pezzo. Nella Lollini restano solo il gruppo di operai e il guardiano. Si esce per fare il giro dello stabilimento. Si continua a discutere senza dimenticare di scrutare in tutte le direzioni per vedere se c'è qualcuno, se c'è qualcosa. «Qui hanno messo la bomba - dice Dante Basco indicando la cabina di trasformazione. Quando, dopo lo scoppio sono arrivati i carabinieri hanno affermato che era stato un corto circuito a provocare lo scoppio... poi si sono convinti che un corto circuito non riesce a scagliare a dieci metri di stanza una porta di ferro. Il giro di sorveglianza continua. Tornati nella stanzetta del guardiano si beve un po' di caffè, un po' di cognac. E si continua a parlare. Ma i racconti, la partita a carte, la stanchezza non fanno dimenticare a nessuno che si è li per tenere gli occhi aperti, per garantire il futuro di tutta una zona. Ed infatti regolarmente un gruppetto esce e fa la ronda. E cosi fino all'alba. Poi arrivano gli altri operai: quelli del turno di sorveglianza vanno a dormire. E stasera toccherà ad altri dieci.

** Tratto da L’Unità, di venerdì 10 marzo 1978