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Don Francesco Montesano

 

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Don Francesco Montesano
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Don Francesco Montesano

Don Francesco Montesano: il confino
Per una felice coincidenza questo nuovo articolo su Don Francesco Montesano, che tratta del suo impegno politico, dell’arresto e della lotta al nazifascismo, è pronto in questa data del 25 aprile, festa della Liberazione.
Un aspetto molto importante della biografia di don Francesco Montesano è costituito dal suo orientamento politico, a causa del quale soffrì il confino durante il regime fascista. La lotta al nazifascismo e la vicinanza alle posizioni della sinistra, segnatamente il PCI, marcarono per sempre il suo percorso esistenziale, in uno col venir meno dell’affetto e della solidarietà della gerarchia e del clero locale che fecero vacillare la sua fede (“Fu scosso in me l’ideale religioso”).
Se don Francesco Montesano nutriva sentimenti antifascisti, come è annotato nel Casellario Politico Centrale (che ringraziamo per averci fornito la documentazione relativa al sacerdote), sentimenti suscitati da un genuino rifiuto della natura del regime, non v’è dubbio che essi siano stati rafforzati dalla condanna al confino.

La sua missione sacerdotale non lo mise al sicuro quando, forse in modo ingenuo, si cacciò nella rete di delazioni creata e alimentata dal fascismo. D’altronde il suo non fu un caso isolato di sacerdote confinato. “Sulla base di un prospetto della Questura di Roma relativo a interventi repressivi contro manifestazioni ostili al regime risulta che tra il 1939 e il 1941 ben tre sacerdoti romani (Francesco Montesano, Pierino Bianchi e Luigi Zamperetti) erano stati assegnati al confino per aver manifestato sentimenti contrari al fascismo” (in “Roma moderna e contemporanea, vol. 11 – Edizioni 13 Archivio Guido Izzi, 2003 e in nota nel vol.3 de La comunità cristiana di Roma, di Letizia Pani Ermini, Paolo Siniscalchi, Libreria Editrice Vaticana, 2002”).
Egli seguiva, tra l’altro, a tre anni di distanza, la sorte di altri tre compaesani: Gravante Antimo, Parente Francesco e Petrella Giovanni Battista, arrestati il 19 dicembre 1936 con la comune accusa: “autore di esposti e ricorsi contro il podestà Oreste Lauro”. (Il Parente è citato nella nota 99 del volume Ordinary violence in Mussolini’s Italy, di Michael R. Ebner, Cambridge University Press, 2011).
Tutti e quattro sono menzionati nel volume di Rosa Spadafora: Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Campania, 2 vol., Napoli, Athena. Siamo debitori dell’informazione all’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea in provincia di Asti.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Don Francesco Montesano

Nel caso del Montesano l’accusa era ben più grave rispetto agli altri nell’ottica del regime, quella di essersi espresso in maniera irriguardosa nientemeno che verso il Duce, come recitava la decisione della Commissione Provinciale di Roma (il sacerdote risiedeva appunto nella Capitale) per l’assegnazione del confino di polizia, su rapporto del Questore di Roma del 7 marzo 1939.
E’ interessante leggere per intero la nota del Questore di Roma riportata nella comunicazione della Direzione Generale della Polizia alla Direzione Generale dei Culti l’11 marzo 1939: “Oggetto: Sacerdote Montesano Francesco di Giuseppe e di Simeoni Laura, nato a Grazzanise (Napoli) il 26-9-1909 ivi domiciliato – sacerdote.

Con nota del 7 corr. N° 030342 il Questore di Roma ha comunicato: La sera del 5 corr., verso le ore 23,30, il soprascritto, mentre conversava con alcuni suoi conoscenti nel bar interno dell’albergo ‘Continentale’, parlando di certe tenute di sua proprietà site nei dintorni di Napoli, lamentava che su esse gravano eccessive imposte, e ad un tratto, profferiva, a voce alta, la seguente frase: “Se qualcuno venisse a prendere i miei terreni sarà ricevuto a schioppettate, fosse anche il Capo del Governo”.
Il Montesano, fermato e sottoposto a interrogatorio, ha ammesso di aver pronunziato la frase succitata, assumendo, però che nel manifestare la sua preoccupazione per il fatto che – a suo dire corre voce di una espropriazione delle terre per essere affidata all’Opera Nazionale Combattenti a scopo di bonifica – ebbe ad esprimerla senza alcuna intenzione di offendere S.E. il Capo del Governo, ma semplicemente col significato che si potrebbe dare, per esempio, alla frase: “Non me ne vado nemmeno se viene il Padreterno”, volendosi alludere ad una “potenza”.
Sono stati interrogati anche il dott. Pericle Ennio fu Ezio e di Till Itala, nato a Pontedera il 7.4.1894, ivi residente – Centurione della M.V. S. N. e la signora Serafini Emilia in Trapani fu Licurgo e di Beatrice Valentinetti, nata a Ortona a Mare il 31.5.1908, residente a Palermo, i quali mentre si svolgeva la conversazione fra il Montesano e i di lui conoscenti, si trovavano nella stessa sala, e che hanno dichiarato di aver sentito benissimo la frase incriminata, pronunciata dal prete ad alta voce. Allego copia degli atti assunti e resto in attesa delle determinazioni di codesto Superiore Ministero, significando che il Montesano è tuttora qui trattenuto”.
Presi gli ordini superiori è stato disposto che il sacerdote sopra generalizzato sia assegnato al confino per anni tre. Se ne informa per opportuna conoscenza.
PEL CAPO DELLA POLIZIA (Carmine Senise)
P.C.C. = Per conoscenza
IL CAPO DELLA SEZIONE SECONDA

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: documentazione riguardante Don Francesco Montesano

Ci pare abbastanza credibile la giustificazione addotta da Don Francesco riportata dalla stessa polizia. Quante volte, per indicare una forte determinazione, si chiama in causa il Presidente, il Papa e finanche il Padreterno! E’ un modo di dire, ma alla cieca logica del regime questo non interessava.
Dunque il 15.3.1939 la Commissione “assegnava al confino per la durata di anni tre il nominato Montesano Francesco di Giuseppe” e veniva destinato a Gimigliano (Cosenza). La condanna a tre anni, però, veniva poi ridotta a uno dalla C. di A. il 9 luglio ‘39 per cui la pena effettivamente scontata fu di un anno e tre giorni.
Dalla citata pubblicazione della Spadafora apprendiamo che “già alcuni anni prima la polizia si era occupata del prete in occasione di una predica che aveva avuto per tema S. Antonio di Padova, vindice di giustizia e di libertà” e in cui si era scagliato duramente contro il podestà del paese”.
Il confino non fu scontato solo a Gimigliano. È la stessa fonte ad informarci che successivamente Don Francesco fu trasferito a Conflenti pure in prov. di Cosenza.

Ciò è confermato da quanto pubblicato dal ricercatore calabrese Leonardo Falbo nel suo ultimo lavoro, “ Valle di confino”, di cui vi abbiamo informato di recente.
L’invio al confino – vi si legge – non veniva disposto per un vero e proprio reato, era una misura di prevenzione, e ‘in quanto tale, essa rientrava nella discrezionalità della polizia, la quale provvedeva, tenendo presente non il comportamento concreto dell’accusato, ma la sua potenziale pericolosità’. Si trattava, dunque, non di un criterio giuridico, ma politico”. Comunque il 5 marzo del 1940 il sacerdote veniva liberato. Dopo cinque giorni giungeva presso la Regia Questura di Napoli e da lì avviato a Grazzanise. Nei suoi confronti veniva disposta “conveniente vigilanza ai fini politici”.
Questa esperienza contribuì, dicevamo, a minare, insieme alla già descritta lotta del clero e a successive tragiche vicende familiari, la sua salute psichica, ma anche a rafforzare il suo spirito antifascista. Il suo obiettivo, dirà in un documento già esaminato, sarà così espresso: “COME ITALIANO HO IL DOVERE DI CONTINUARE LA LOTTA CONTRO I FASCISTI E I TEDESCHI, come sacerdote che il male non abbia sempre il sopravvento sul bene. Nessuna aspirazione mi anima, anzi, con lealtà e fermezza affermo che TOLTO DI MEZZO IL FASCISMO, SCACCIATO DALL’ITALIA IL TEDESCO, MI RITIRERO’ PER I FATTI MIEI”.
Per questo motivo si aggregò a un gruppo partigiano locale, anzi fu tra i promotori, secondo Pasquale Di Nardo. In una relazione inviata anni dopo al Sindaco di Caserta “circa la proposta da avanzare al Sig. Presidente della Repubblica per l’onorificenza da conferire ai Gonfaloni dei vari Comuni al Valore della Resistenza” il presidente provinciale dell’ANPI racconta: “Il gruppo fu organizzato come un piccolo esercito con un Comandante, Pasquale di Nardo, e un vice Comandante, Sacerdote Francesco Montesano”. La lettera, senza data, è nell’Archivio Storico della Resistenza di Terra di Lavoro.
Sempre il Di Nardo racconta ancora nel 1985 per un libro a più mani fuori commercio, “Grazzanise ieri e oggi, quale sviluppo?”: “Quella notte [parrebbe il 13 settembre ‘43], accompagnato da due soldati sbandati, riuscii a fissare un incontro col sacerdote don Francesco Montesano in via Marconi, 27. Questi venne all’appuntamento portando con sé persone che non erano di Grazzanise: in tutto erano più o meno una ventina. Ricordo che il sacerdote propose di costituire un gruppo, nominare i responsabili e quindi iniziare la lotta: così facemmo”.

Lavoro 1921-2021: documentazione riguardante Don Francesco Montesano

Sempre nelle stesse pagine Di Nardo racconta un episodio surreale che lascia qualche dubbio per il fatto che il prete avesse scambiato i tedeschi per inglesi: “Dopo molto tempo [don Francesco] mi raccontò che si era staccato dal gruppo la sera prima avviandosi verso Villa Literno, pensando di incontrare gli inglesi, invece incontrò una pattuglia nazi-fascista che scambiò per inglesi. Don Francesco cercava di farsi capire dicendo di essere partigiano e chiese delle sigarette; invece ricevette molte legnate e credendolo morto fu buttato sotto il ponte del “quadrivio della morte” tra fango e sporcizia”.
In linea di massima si può dire che don Francesco tenne fede al proposito di astenersi da ogni lotta politica una volta liberata l’Italia. Ciononostante continuò ad avere rapporti stretti col Partito Comunista e continuò a tessere relazioni con persone degli apparati. A tal proposito abbiamo qualche piccola testimonianza:
Un messaggio di cordoglio della sezione del PCI di S. Maria Capua Vetere:
Partito Comunista Italiano
Sezione di S. Maria Capua Vetere

29/5/1944
Gentilissimo professore,
Addoloratissimi per la perdita della vostra amata madre la sezione di S. Maria C.V. v’invia le più sentite condoglianze
Per la segreteria
Buglione (o Giglione) Salvatore
Una lettera in busta intestata del Partito di presentazione per il compagno Grifone a Roma da parte della Federazione di Caserta, in cui il prete viene indicato come ‘compagno’:
Partito Comunista Italiano – Federazione di Caserta
Prot. 009/ORG
Caserta, lì 5 ottobre 1946
Oggetto: Presentazione
AL COMPAGNO PIETRO GRIFONE
DIREZIONE DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO
VIA DELLE BOTTEGHE OSCURE, 13 – ROMA
Caro compagno Grifone,
il latore è il nostro compagno sacerdote MONTESANO FRANCESCO, il quale ti prospetterà una situazione in cui vengono a trovarsi dei suoi parenti minacciati di espropriazione di loro terreni dall’O.N.C.
Ti preghiamo di dargli le indicazioni necessarie per risolvere in modo favorevole la questione, indirizzandolo eventualmente verso qualche altro compagno che possa essergli di aiuto.
Saluti fraterni
Il SEGRETARIO DELLA FEDERAZIONE
(De Andreis Nino)
E, infine, un biglietto senza data dell’Associazione Italia-URSS:
ASSOCIAZIONE ITALIA – URSS
La S. V. è invitata ad intervenire alla conferenza che il dott. ANTONIO BANFI terrà nel salone delle conferenze del P.S.I., a Piazza Dante 52, giovedì 25 maggio alle ore 19, sul tema:
VITA E CULTURA NELL’UNIONE SOVIETICA
(il presente invito è strettamente personale)

La sua attività ‘politica’ si estrinsecò piuttosto nell’aiuto che fu in grado di dare alle persone, soprattutto le più umili, che si rivolgevano a lui per un consiglio, una dritta, in molti casi una raccomandazione. In ciò si sposava il suo impegno per gli altri con la missione sacerdotale. Non va trascurato, inoltre, il fatto che nell’immediato dopoguerra la gente era in maggioranza analfabeta e non sapeva sbrigare da sola una pratica e don Francesco, un prete e un intellettuale stimato, era uno dei pochi che potessero aprire qualche porta. Ma di questo speriamo di occuparci più in là.

** Tratto da Grazzanise on line martedì 25 aprile 2017

 

Il dovere di continuare la lotta contro i nazifascisti
Un’eco, l’ennesima, della sofferenza interiore e del senso di isolamento vissuto da Don Francesco per l’ostracismo degli altri ecclesiastici del paese ma anche dei sentimenti patriottici che lo animano si coglie in un foglio autografo parecchio sbiadito, scritto a matita, evidentemente una bozza, di cui non si conosce la data precisa ma, da vari dettagli, si può dedurre che risalga agli anni immediatamente prima della fine della dittatura (’43-’45).
La quale dittatura lo aveva spedito al confino per “essersi espresso in maniera irriguardosa verso il Duce”, come riportato nel Verbale di Contestazione della Questura di Roma del 10 marzo 1939, XVII dell’Era Fascista.
Nel manoscritto Don Francesco avanza un’ipotesi misteriosa alla base della sua condanna. La vera ragione del confino è, secondo lui, legata a motivi “inconfessabili” da parte del fascismo che, se esplicitati, avrebbero dovuto comportare un processo alla Santa Sede (!). Nessun accenno a questi motivi: “Eppure – egli scrive - a chi considerava la causale del mio confino senza preconcetto appariva chiaro che la ragione doveva essere inconfessabile da parte del fascismo perché in caso avrebbe dovuto fare il processo alla S. Sede”.
Il documento di cui ci occupiamo oggi comincia proprio dal ritorno dal confino. E’ un testo di cui non conosciamo le finalità, se è una lettera, una memoria o una relazione, e non sappiamo nemmeno se sia un testo finito o parte di un discorso più ampio. Comunque sia, il sacerdote si sofferma sulla lotta “meschina” che, secondo lui, gli portano i parroci del paese: “Tornato dal confino, permanendo il quale mi vidi abbandonato con [grande dispiacere e afflizione] da parte dell’elemento ecclesiastico, principalmente il parroco F. gongolava di gioia”.
Di questo stato di cose egli mette a parte, inutilmente, l’Arcivescovo di Capua: “Dall’aprile 1940 al maggio 1942 e per lettere e [oralmente] mostrai a S. E. l’Arcivescovo di Capua che una formidabile lotta interna mi sconvolgeva tutto l’essere per cui invocavo reiteratamente non uffici o benefici, ma d’essere allontanato da Grazzanise poiché volente o nolente la mia posizione mi portava a far della politica essendo considerato l’espressione dell’antifascismo in tutta la zona e di lavorare intensamente”. Ritornano, dunque, il grido di dolore e le invocazioni di aiuto che abbiamo già incontrato in precedenza: “Ma si fece credere che io drammatizzavo puerilmente non vedendo che il mio era il grido, l’implorazione di chi sta per affogare. Non volevo precipitare, non volevo morire. Mi dispiaceva solo che chi [poteva] un giorno leggere nei miei occhi non seppe o non volle leggere”. Quello che sfugge al prete è il motivo di tanto astio, dell’esilio in casa, potremmo dire, a cui è condannato e gli tocca l’animo più dell’esilio politico in cui lo aveva mandato il Regime.
E sì che egli fa di tutto per comportarsi in maniera cristianamente corretta, praticando la sua missione sacerdotale con spirito di servizio, addirittura colmando il vuoto lasciato dagli altri sacerdoti ed evitando tutte quelle situazioni che potrebbero nuocere alla sua rispettabilità.
In questo periodo, cioè dalla metà del 940 alla fine del 942 portai io solamente, dico io, tutto il peso della parrocchia amministrando disinteressatamente e con alto spirito sacerdotale tutti i sacramenti di competenza sacerdotale insegnando molti canti liturgici al popolo assistendo fino all’ultimo respiro i moribondi di giorno e di notte, cosa questa ultima sconosciuta a Grazzanise poiché i parroci avendo altro da fare non possono perdere tempo prezioso vicino a uno che muore!

Lavoro 1921-2021: documentazione riguardante Don Francesco Montesano

In questi tre anni circa pur lavorando intensamente per servire il parroco F., non facevo neanche una passeggiatina. ... Il popolo ... mi si era affezionato fortemente. Come non poteva essere così quando vedeva con quale sentimento servivo la Chiesa? Ma apriti cielo! … incominciò una lotta terribile e con tutti i mezzucci più vili! ... io, che avevo sempre creduto e sostenuto che bastava comportarsi bene per non temere attacchi [e avere paura] io credetti opportuno allontanare qualunque causale, che avrebbe potuto nuocere alla mia moralità”.
E ancora: “Nel mese di settembre e ottobre sotto il cannoneggiamento in Grazzanise e Brezza io solo esercitai il ministero sacerdotale mentre i parroci scappavano o andavano come volgari delinquenti a rubare zucchero a Capua”.
Don Francesco fa di più: “Per un certo tempo feci la comunione solo alle vecchie. Per dimostrare però che lo spirito sacerdotale in me non era scemato, sotto la canicola di luglio e di agosto del 1942, sotto la pioggia e intirizzito dal freddo a dicembre 1942 e a gennaio e febbraio 943 mi portavo a Brezza tutti i giorni stando Antropoli malato a Bellona” (*)

Pur mettendocela tutta per svolgere il suo ministero nel miglior modo possibile la lotta continua. E allora si rivolge nuovamente all’Arcivescovo nella speranza di ottenerne aiuto e conforto ma ricevendo solo “incomprensione”.
La lotta subdola contro di me da parte dei sacerdoti di Grazzanise continuava senza che io dicessi o facessi qualche cosa. Scosso da tanta e tale infamia nell’aprile 1942 mi portai l’ultima volta da S. E. mostrandogli che la crisi psichica, crescendo, mi tormentava più fortemente. Ma trovai in chi consideravo un padre che avrebbe dovuto gioire della mia gioia e dolersi del mio martirio, lo stesso avviso e le stesse parole. A tanta incomprensione non resistetti, il collasso psichico incominciava. Come avevo perduto l’ideale amicizia così fu scosso in me l’ideale religioso. Mi veniva fatto tanto male. Ma il più gran male apportatomi è stato l’esser sorvegliato. Era tanto bello dormire era tanto bello non [sapere non sentire] vivere nel fascino, nel rapimento, nell’estasi dell’amore di Dio considerando gli uomini tanti fratelli. Mi diedi completamente alla politica per quanto i miei familiari fossero contrari”.
Ma don Francesco reitera la correttezza della propria condotta e denuncia la convergenza dei confratelli con “i mariuoli fascisti” allo scopo di danneggiarlo per “invidia, ambizione e gelosia”. “Che dal ritorno dal confino a pochi giorni fa niente ci sia stato da ridire sulla mia condotta, sta il fatto che mai un richiamo m’è venuto da parte delle autorità ecclesiastiche. Così i sacerdoti del paese vedendo che il popolo [xxx xxx] loro che io, poveri e imbecilli, possa diventare chissà che cosa facendo i politicanti; difatti si sono uniti ai mariuoli fascisti mi avversano con più forza quando io né parola né atto fo’ contro di loro. L’invidia, l’ambizione, la gelosia che cosa fanno fare
L’ultimo paragrafo è dedicato proprio a coloro i quali tengono in pugno l’Italia pronunciando un atto di fede degno dei migliori patrioti: “COME ITALIANO HO IL DOVERE DI CONTINUARE LA LOTTA CONTRO I FASCISTI E I TEDESCHI, come sacerdote che il male non abbia sempre il sopravvento sul bene. Nessuna aspirazione mi anima, anzi, con lealtà e fermezza affermo che TOLTO DI MEZZO IL FASCISMO, SCACCIATO DALL’ITALIA IL TEDESCO, MI RITIRERO’ PER I FATTI MIEI, che nessuna intenzione di partigiano mi anima. Dietro tale leale e franca parola, scritta con scienza e coscienza, posso sperare l’agire degli amici sacerdoti nei miei riguardi, facendo mio ciò che ci riferisce il vangelo apogrifo (sic):” Il manoscritto si interrompe qui.

(*) Don Salvatore Antropoli, nato a Bellona il 18-3-1910. Nel 1941 ebbe la parrocchia di S. Martino in Brezza. Dopo l’otto settembre 1943 don Salvatore ritornò a Bellona. La mattina del 7 ottobre fu trucidato dai nazisti insieme agli altri 53 martiri del paese.

** Tratto da Grazzanise on line martedì 9 febbraio 2016