100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: logo
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: link alla pagina Index 100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: link alla pagina il Progetto 100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: link alla pagina Cronologia 100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: link alla pagina Protagonisit 100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: link alla pagina Sezioni della Provincia 100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: link alla pagina Multimedia
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: titolo Capua della pagina Sezioni
 

Margherita Troili
Alberto Iannone
Pasquale Iorio
Mario Ventriglia
Giovanni Rendina
Pompeo Rendina
Vincenzo Raucci
Il Proletario, un giornale clandestino
Adolfo Villano, I ragazzi del professore
Fotografie

 

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Margherita Troili
 

Margherita Troili
Nasce a Capua nel 1913. E' stata dirigente del PCI a Napoli e Caserta, partigiana, ha insegnato nelle scuolesecondarie.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto di Margherita Troili

Organizza a Capua la sede UDI (Unione donne Italiane nel 1944).
In seguito venne nominata responsabile della Commissione femminile del Pci, diretto da C. Graziadei. Delegata al V Congresso Nazionale.
Autrice di un volume autobiografico “Una donna ricorda. Memorie”, edito da Il Ventaglio nel 1987.
Nel suo bel libro “Una donna ricorda” (Il Ventaglio) Margherita Troili racconta la sua intensa vita di partigiana e di militante politica di sinistra, in prima fila nelle lotte per la rinascita democratica nella sua città, ma anche a livello provinciale e regionale.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina del libro Una donna ricorda di Margherita Troili

Come ha ben descritto Lidia Menapace nella sua presentazione ci troviamo di fronte ad una storia intessuta e intrecciata a una vicenda più pubblica, quella delle lotte antifasciste e della formazione del PCI in Terra di Lavoro.

 

Capua: dalla ritrovata libertà alla tragedia di Alberto Iannone

Da I ragazzi del professore di Adolfo Villani: Capitoli I e II

Capitolo I: Il presagio
Capua 4 gennaio 1945: Margherita si sveglia presto, come fa ogni giorno dal suo ritorno in città. Se ne era allontanata con il marito e la figlia nell’estate del 1943. Era stata un’estate di fuoco. La scelta di sfollare era scaturita da valutazioni molto stringenti. Da un lato gli sviluppi degli eventi bellici imponevano la messa in sicurezza della famiglia. Con lo sbarco degli alleati in Sicilia, infatti, i bombardamenti sui centri urbani si erano fatti sempre più incalzanti. Il destino di Capua, nodo strategico di comunicazione e importante centro militare, appariva inesorabilmente e drammaticamente segnato. Dall’altro, la destituzione di Mussolini – operata il 24 luglio dal Gran Consiglio del fascismo – induceva a un cambiamento di fase nell’attività clandestina dei partiti democratici. E così per mesi avevano vissuto spostandosi nelle campagne verso Villa Volturno (così si chiamava il comune che accorpava gli attuali municipi di Bellona e Vitulazio), Calvi, Teano. Fino a quando, intorno alla metà dell’ottobre del 1943, andati via i tedeschi, il comando inglese aveva inviato delle persone a «prelevare» Alberto Iannone a San Secondino – frazione di Pastorano – per affidargli il controllo dell’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia per i reati minori nella città di Capua. Una scelta indovinata, perché i cittadini si erano subito stretti intorno al- l’uomo che, con la sua coerenza e la sua non comune cultura, aveva saputo conquistare la stima e la fiducia di tutti nel corso di quel ventennio fascista che lasciavano alle loro spalle, con tutto il carico delle sofferenze e delle persecuzioni patite. Il ricordo di quel periodo drammatico e la convinzione di aver voltato definitivamente pagina rendono ancora più piacevole il risveglio.
È straordinario respirare l’aria nuova di libertà, ritrovare la normalità della vita familiare. Certo, Alberto deve dedicare gran parte della giornata alla ricostruzione della città, completamente distrutta, materialmente e moralmente, dal bombardamento del 9 settembre del 1943. Un impegno totalizzante che cambia qualcosa d’importante nel loro rapporto. Lei, infatti, si era legata a quest’uomo di quattordici anni più anziano, fin dal 1930, all’età di diciassette anni, anche se si erano sposati solo dieci anni più tardi. Con lui era cresciuta sul piano culturale e politico, condividendone ogni giorno ansie, sofferenze, speranze. Insieme avevano animato gli ambienti antifascisti clandestini di Terra di Lavoro, il cui territorio era stato in gran parte ricompreso nella provincia di Napoli, dopo la soppressione della provincia di Caserta operata dal fascismo nel 1927 (vedi Giuseppe Capobianco, Fascismo e modernizzazione. La scomparsa di Terra di Lavoro nel 1927, Centro studi «Corrado Graziadei», 1991).
Al suo fianco aveva attraversato il drammatico autunno di lotta partigiana, vissuto da protagonista di azioni di sabotaggio e dell’uccisione di un soldato tedesco. Sempre si era lasciata guidare da lui. Ora tutto sta cambiando. Non solo i numerosi impegni pubblici del marito ma anche la responsabilità che le è stata assegnata di coordinare i circoli dell’Unione donne italiane (Udi) nella zona, le impongono di imparare a fare da sola, di decidere in piena autonomia. Per il carattere vivace, tenace, e anche un po’ ribelle, vive questa condizione come un’occasione, un’opportunità che può farle compiere un salto di qualità nella sua formazione politica. Margherita ha trentadue anni e, grazie al nuovo incarico, frequenta a giorni alterni, il pomeriggio, la federazione comunista di Napoli. Qui entra in contatto con personalità di rilievo. Conosce il mitico Velio Spano, già collaboratore di Gramsci, condannato dal Tribunale speciale, espatriato in Francia e in Egitto, animatore delle brigate garibaldine nella guerra civile in Spagna, fondatore con Giorgio Amendola di un giornale comunista a Tunisi, dove è condannato due volte in contumacia dal governo alla pena di morte, e dove forma un dirigente comunista del calibro di Maurizio Valenzi. Frequenta il severo responsabile di organizzazione, Salvatore Cacciapuoti, dal quale apprende un metodo di lavoro fondato su una rigorosa intransigenza. Stabilisce un rapporto di stima e di amicizia con Maddalena Secco, della Commissione nazionale femminile del partito.
Questa nuova esperienza suscita in lei, così avida di apprendere e di crescere politicamente, grande entusiasmo. Tuttavia non vuole spingere la sua autonomia fino al punto di rinunciare completamente all’aiuto del marito. Perciò, quella mattina del 4 gennaio, si sveglia avendo in testa un pensiero fisso, che la tormenta da giorni e che è motivo di tensione tra i due: convincere Alberto a intervenire per fare assegnare all’Udi un locale in Piazza dei Giudici, in un palazzo che fa angolo con Via Duomo, da cui si apprezza una veduta spettacolare della bellissima piazza principale della città. Il locale, infatti, si trova di fronte al cinquecentesco Palazzo della regia Corte di giustizia, sede del municipio, decorato al pian terreno con le protomi – Giove, Nettuno, Mercurio, Giunone, Cerere, Marte – provenienti dalle chiavi d’arco delle strutture dell’Anfiteatro dell’Antica Capua, e, al piano nobile, dal balcone arengario emergente sul lato della facciata adiacente alla Chiesa di Sant’Eligio, seguita a sua volta dall’arco Mazzocchi con la soprastante Loggia dell’Udienza. In quell’ambiente, riflette tra sé, l’Udi acquisirebbe ben altra visibilità. Da alcuni mesi all’associazione è stato assegnato un locale nel retro del Comune. Un locale, comunque, per niente male, visto che le consente di organizzare lunghe e partecipate discussioni sulla condizione della donna, e, ogni sabato sera, delle piccole festicciole, alle quali partecipano perfino ufficiali e soldati del vicino Pirotecnico esercito. È, però, appartato. In Piazza dei Giudici sarebbe tutta un’altra cosa. L’intervento del marito può essere decisivo. Alberto è la massima autorità della città: ha ricevuto l’incarico dalla federazione comunista napoletana «di costituire a Capua il Cnl [Comitato nazionale di Liberazione] e di entrarvi da socialista» (Margherita Troili, Una donna ricorda, Il Ventaglio, Roma, 1987) è diventato membro del Cnl provinciale, assessore comunale, e inoltre è stato designato, dal 1° febbraio del 1944, dal dirigente dell’ufficio del lavoro di Napoli, il dottor Alfredo Sorrentino, collocatore capo zona della sottosezione di collocamento di Capua. Insomma, se sostiene la richiesta dell’Udi, è fatta. Alberto, però, è un uomo rigoroso e severo. Lo è soprattutto verso se stesso e i suoi familiari.
Margherita lo sa molto bene. Ricorda perfettamente quanto accaduto pochi mesi prima. Si avvicinava una festività e aveva deciso di utilizzare le belle tende azzurre del suo salotto per cucire un vestito nuovo alla figlia Mariateresa. Terminata l’opera, le mostrò orgogliosa la bambina. La sua reazione la gelò: «Ma ti pare che con la miseria e la fame di cui soffre Capua mia figlia possa andare in giro vestita in questo modo?». Ne seguì una spiegazione pacata ma chiara nelle conseguenze pratiche, al termine della quale si vergognò di quello che aveva fatto e ripose il vestito nell’armadio. Certo questa volta la questione è diversa e lui non è stato così brusco. Non ha escluso un suo interessamento. Ha solo deciso di prendere tempo. Vuole verificare se il locale è stato oggetto di altre richieste, se vi sono altre priorità. Tuttavia questa volta Margherita non ha nulla di cui vergognarsi.
La sua richiesta nasce da ragioni politiche e non personali. Anzi è convinta che ora sia Alberto a esagerare e perciò da alcuni giorni gli porta il broncio. Quella mattina del 4 gennaio, appena sveglia, tenace come è, torna alla carica. Dopo aver affidato ai nonni Mariateresa, che era arrivata ad allietare la loro unione da circa quattro anni, chiede ad Alberto di recarsi con lei a ispezionare quel locale. Vuole spiegargli sul posto perché, cambiando sede, l’attività dell’Udi può risentirne positivamente. Vuol fargli capire che, se gli dà una mano, non lo fa per assecondare un capriccio della moglie, ma per rispondere a un’importante esigenza politica di un’organizzazione che svolge un ruolo decisivo nella battaglia per l’emancipazione femminile. Una questione certo non secondaria nel processo di costruzione di una democrazia avanzata in Italia e in particolare nel Mezzogiorno. Ha toccato il tasto giusto per ottenere almeno la disponibilità all’ascolto. Scendono le scale della casa di Via Roma, nel palazzo ad angolo con la strada che porta il nome della Chiesa di San Martino alla Giudea (ricordo della presenza a Capua di una comunità ebraica dalla metà del XII secolo, fino all’espulsione avvenuta nel 1540). Percorrono il breve tratto che li separa dall’arco del Museo campano. Qui imboccano Via Duomo. Giunti in Piazza dei Giudici rimangono attoniti: il palazzo dove è ubicato il locale è ridotto a un cumulo di macerie. È crollato nella notte. I danni prodotti dalle bombe hanno permesso alle piogge di minarne la stabilità. Non è il primo a finire in quel modo a causa di quel maledetto bombardamento del 9 settembre 1943, e, purtroppo, non sarà neppure l’ultimo. Dopo qualche minuto è Margherita a rompere il silenzio sussurrando: «Pensa se ci fossi stata io lì dentro»; e Alberto, abbracciandola: «Starei a scavare con le unghie e con i denti, disperatamente» (Margherita Troili, op. cit.)

Capitolo II: La tragedia
La mattina successiva un’altra giornata faticosa attende Alberto Iannone: deve avviare alcuni operai al lavoro, assolvere il suo ruolo di coordinatore del Cnl e poi ancora pensare all’Eca, l’Ente comunale di assistenza, la cui gestione di fatto è ormai anch’essa caduta sulle sue spalle. In città si vive una situazione politica delicata. Da qualche giorno il sindaco Andrea Mariano ha rassegnato le dimissioni. Il Cnl è entrato in contrasto con il prefetto di Napoli, che ha destituito la giunta comunale senza motivate ragioni. Forse qualcuno sta passando all’attacco di un quadro politico cittadino giudicato troppo sbilanciato a sinistra. Sa che tocca innanzitutto a lui trovare un nuovo equilibrio. La rottura dell’unità dei partiti antifascisti avrebbe effetti deleteri. Nella riunione del Cnl del 2 gennaio, alla quale non aveva partecipato il rappresentante della Dc, era stato bravo a evitare che le tensioni producessero rotture difficilmente ricomponibili. Aveva proposto un documento molto equilibrato, nel quale i partiti segnalavano l’indisponibilità a sostenere un nuovo sindaco che non fosse espressione del Cnl.
Queste tensioni lo riportano con la mente indietro di qualche mese facendogli pensare di aver fatto bene quando, pochi mesi prima, di fronte alla proposta avanzatagli dal partito di trasferirsi a Roma, per lavorare alla redazione di un giornale, aveva deciso di prendere tempo. Non se l’era sentita di lasciare i suoi impegni a Capua di punto in bianco, nonostante le insistenze di Margherita a trasferirsi subito nella capitale. Aveva ritenuto fosse prematuro lasciare la presidenza del Cnl locale. Doveva continuare a interessarsi della ricostruzione del Laboratorio pirotecnico, prima fonte di lavoro per Capua.Era soprattutto per ricostruire quella fabbrica che aveva accettato l’incarico di collocatore. Con gli operai del Pirotecnico aveva un forte legame, fin dai tempi della clandestinità. Era profondamente consapevole del ruolo essenziale di quei lavoratori per il tessuto democratico della città.
Una classe operaia così legata al proprio stabilimento da aver trovato la freddezza e il coraggio, nei momenti drammatici del dopo armistizio, di sotterrare le macchine ed evitare che i tedeschi le distruggessero. E poi aveva bisogno del tempo necessario per formare un valido sostituto alla direzione dell’ufficio del lavoro, preparargli il terreno, evitare che un posto così importante finisse nelle mani di qualcuno che lo usasse per fini di puro potere. Certamente l’impresa si stava rivelando più lunga del previsto. Con questi pensieri ancora nella mente saluta Margherita. Lei come tutte le mattine si assicura che non porti con sé più soldi del necessario, per evitare che, come spesso accade, ritorni a casa con le tasche vuote. Lui è fatto così: di fronte all’aiuto richiesto dalle tante persone in difficoltà che gli si rivolgono, alle quali non riesce sempre a dare un lavoro, si priva di tutto ciò che porta con sé. Forse quella mattina ha fretta e perciò, contravvenendo alle sue abitudini, dedica meno tempo del solito alle tante persone che quotidianamente lo trattengono lungo il percorso che lo conduce all’ufficio, per chiedergli un aiuto, un consiglio o semplicemente per salutarlo. Fatto sta che alle nove Alberto Iannone e cinque operai in procinto di essere avviati al lavoro rimangono schiacciati dal solaio del palazzo del Corso appio dove ha sede il collocamento. È crollato a causa dei danni causati dal bombardamento e dalle continue infiltrazioni di acqua piovana.Quel che accadde poi lo conosciamo dalle toccanti pagine che Margherita dedica nel suo libro al ricordo di quelle tragiche ore: «Sulla soglia io, sola. Sola con il bisogno di scavare con le unghie e con i denti, disperatamente. E poi la speranza e la corsa da un ospedale a un altro ospedale. La sosta in quello di Santa Maria Capua Vetere, ove un infermiere, incurante della mia presenza, sollevando una gamba di uno di loro che io credevo solo ferito e lasciandola cadere, esclamò quasi indignato o infastidito: “Che cazzo li avete portati a fare. Questi sono Morti”.
E poi; questi sei corpi scaricati – questo il termine – perché dalle barelle furono scaricati, rovesciati in terra nella sala mortuaria. E poi; io sola. Sola con questi poveri morti irriconoscibili; irriconoscibili tanto che, dopo averli guardati ancora una volta, gridai: “Alberto non c’è, bisogna tornare a Capua”. E poi; l’orologio che egli di solito portava al polso mi dà il segno della sua presenza lì, fra quelle carni maciullate. Non ci furono più dubbi. E mi sedetti per terra accanto a lui e incominciai a toccarlo, a toccarlo ancora, a parlargli piano quasi sottovoce, a chiamarlo. E poi; ancora la speranza perché questi sei corpi furono ricaricati sull’ambulanza e portati all’ospedale di Capua, ed io sempre con loro sull’ambulanza nel- l’ospedale. E poi; tutto come in un incubo, come in un sogno orrendo e impossibile. I fiori, tanti tanti. Gli operai tutti che piangevano il loro compagno morto. Gli alunni, i suoi alunni. Tutto avveniva al di fuori della mia percezione. Il corteo funebre, interminabile, per le vie di Capua deserta. Non un balcone, un portone, un negozio aperto. I cittadini tutti erano con me. Ma io non li vedevo. Ma io non li sentivo. E poi; la piazza gremita fino all’inverosimile. Le parole del compagno Picardi che vanno e vengono. Quelle del compagno Bellocchio in nome dei giovani comunisti. E tanti, volti intorno. E tante mani protese. E tanti pugni chiusi. E io che non ero in grado neanche di soffrire! Sono rimasta sola, sola a decidere della mia vita; nessuno mi può aiuta- re. Io che tanto mi ero lasciata guidare, amare da quest’uomo meraviglioso non sono in grado di far nulla per me» (Margherita Troili, Una donna ricorda, cit.)

 

Venticinque di aprile, anniversario della Liberazione, giornata nel ricordo di uomini e donne che hanno combattuto per conquistare la libertà. Figure indelebili nella nostra storia passata, germoglio di un rinnovato ricordo per quanti hanno combattuto per i diritti fondamentali di uguaglianza e libertà. Margherita Troili, partigiana, antifascista, capuana. La sua figura, le sue azioni, i sentimenti, trovano ampie declinazioni nell'intensa bibliografia, per cui diventa indispensabile la lettura del volume di Adolfo Villani, "I ragazzi del professore", nel quale risulta predominante, anche, la personalità di Alberto Iannone, marito della Troili.
Alberto Iannone fu un perseguitato politico, antifascista, anche lui di Capua, a quarantasei anni, rimase vittima il 5 gennaio 1945, con altri cinque operai del Pirotecnico, del crollo del solaio del collocamento, sito in Corso Appio, dove lavorava e che aveva subìto danni rilevanti dal bombardamento e dalle infiltrazioni di acqua piovana. La Cgil di Caserta, aderendo all’iniziativa “Strade di Liberazione” lanciata da ANPI Nazionale, ricorda, oggi, la figura di Margherita Troili, nella piazza a lei dedicata, quella della stazione.
Margherita Troili è stata in prima linea per le lotte dei diritti delle donne e per la rinascita democratica di Capua, della Provincia di Caserta e della Campania. La dovizia nei particolari raccontati da Adolfo Villani, nella sua preziosa narrazione, appassiona non poco il cronista, che rilancia la figura della Troili, ma anche quella di Alberto Iannone, il marito, figura cardine nella cultura e nella politica capuana. Dalla sua scuola di pensiero si sono formati Bellocchio, Rendina e Raucci. Dopo aver sopportato numerose ingiustizie e prevaricazioni, con la Liberazione gli venne affidato il controllo dell’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia per i reati minori nella città di Capua. Scelta opportuna, all’uomo - scrive Villani - che, con la sua coerenza e la sua non comune cultura, aveva saputo conquistare la stima e la fiducia di tutti nel corso di quel ventennio fascista.
Alberto Iannone dedica gran parte della giornata alla ricostruzione della città, completamente distrutta, materialmente e moralmente, dal bombardamento del 9 settembre del 1943. Margherita Troili era cresciuta sul piano culturale e politico, condividendone ogni giorno ansie, sofferenze, speranze. Insieme avevano animato gli ambienti antifascisti clandestini di Terra di Lavoro, il cui territorio era stato in gran parte ricompreso nella provincia di Napoli, dopo la soppressione della provincia di Caserta operata dal fascismo nel 1927. Al suo fianco - aggiunge Adolfo Villani - aveva attraversato il drammatico autunno di lotta partigiana, vissuto da protagonista di azioni di sabotaggio. Alla Troili viene affidato il coordinamento dei circoli dell’Unione donne italiane (Udi) nella zona, frequenta la federazione comunista di Napoli, conosce Maddalena Secco, della Commissione nazionale femminile del partito con la quale instaura un rapporto di intensa collaborazione, proiettando Capua e la nostra provincia in incessanti attività di crescita socio culturale e politica. "Il Proletario", giornale clandestino, che usciva con cadenza mensile in tutta la Campania è il veicolo con cui il fronte antifascista creò i collegamenti che permisero di uscire dall’isolamento, per costruire l’insurrezione del settembre 1943. Il Proletario, stampato a Capua dalla primavera 1942 fino ad agosto 1943, fondato da Aniello Tucci e Michele Semeraro, trovarono in Alberto Iannone e Margherita Troili, punti di riferimento certo, sia nella redazione che nella distribuzione.

Luigi Di Lauro, 23 aprile 2021

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Alberto Iannone
 

Alberto Iannone
Fu un perseguitato politico, antifascista, il quale a seguito delle famigerate leggi eccezionali fasciste aveva subito ogni sorta di soprusi e danni di carattere morale e fisico. Dopo circa trent’anni di impegno a favore delle classi subalterne, anni vissuti con la coerenza dei grandi uomini che sanno ove è presente la sofferenza e il dolore di chi subisce condizioni ingiuste ed inique, il professore Alberto Iannone di Capua, a soli quarantasei anni, rimase vittima il 5 gennaio 1945, con altri cinque operai del Pirotecnico, del crollo del solaio del collocamento, sito in Corso Appio a Capua, ove lavorava e che aveva subìto danni rilevanti dal bombardamento e dalle infiltrazioni di acqua piovana. Iannone lasciava l’inseparabile compagna Margherita Troili, ed inoltre un vuoto nel Partito Comunista, nella sua città e nell’intera provincia di Terra di Lavoro. Vedi foto sopra con M. Troili.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Pasquale Iorio
 

Grazie a Vito Faenza ed al suo archivio i primi articoli di Pasquale Iorio, corrispondente de L'Unità del 1977 e 1978

• Da L'Unità di venerdi 12 agosto 1977
Visualizza e/o download del file in PDF
• Da L'Unità di sabato 13 agosto 1977
Visualizza e/o download del file in PDF
• Da L'Unità di domenica 14 agosto 1977
Visualizza e/o download del file in PDF
• Da L'Unità di venerdì 21 luglio 1978
Visualizza e/o download del file in PDF

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina del libro Diritti e lotte sociali nel XX secolo di Pasquale Iorio

Diritti e lotte sociali nel XX secolo in Terra di lavoro: il nuovo consistente volume a cura di Pasquale Iorio

È disponibile dal mese di gennaio del 2020 il nuovo lavoro storico a cura di Pasquale Iorio dal titolo “Diritti e lotte sociali nel XX secolo – Storie e protagonisti di Terra di Lavoro”, pubblicato dalla casa editrice Guida.
Tale corposo testo si mostrava indispensabile in quanto, come evidenzia nella presentazione Gianni Cerchia, necessitava un rilancio della memoria storica di uomini e donne che hanno rappresentato una resistenza civile, politica e culturale in un territorio complesso quale quello di Terra di Lavoro.

Il merito di Pasquale Iorio è di aver saputo porre in forma organica una serie di biografie di vari autori, sia in qualità di veri storici che di studiosi. I pionieri di tali ricerche appassionate sono stati soprattutto Carmine Cimmino e Giuseppe Capobianco.
Nella prima parte il testo si propone di rilanciare la memoria dei protagonisti della democrazia radicale di fine Ottocento di Terra di Lavoro, in contatto con gli ambienti napoletani più avanzati e i suoi protagonisti, tra cui spicca il nome di Giovanni Bovio. Inoltre, è presente uno studio concernente la realtà delle prime Società Operaie di Mutuo Soccorso operanti in Terra di Lavoro, a cui ha fatto seguito quella che possiamo definire l’”alba” del socialismo in Terra di Lavoro nei primi anni del Novecento. I primi giornali socialisti, tra cui “La Luce”, hanno fornito le informazioni dettagliate di un percorso che va, quindi, dall’inizio del Novecento alla scissione di Livorno del 1921.
Quindi tanti nomi di uomini, parzialmente dimenticati, che hanno mostrato di avere grandi idealità finalizzate al miglioramento delle condizioni di vita dei contadini e degli operai tramite dure lotte durante le quali tali uomini si dimostravano credibili e, pertanto, riuscivano a raccogliere il consenso necessario per porre in atto tali azioni di lotte, mirate alla conquista con sacrificio dei primi diritti sociali. Le schede sono dedicate in ordine alla memoria di Corrado Graziadei di Sparanise, ammirato anche dagli avversari politici per la sua elevata umanità. Alla scheda biografica di Corrado Graziadei, la più completa, seguono quelle di Gori Lombardi di Sessa Aurunca, di Alberto Iannone di Capua, di Michele Izzo di Carano di Sessa, di Antonio Marasco, fondatore nel 1919 della Camera del Lavoro di Piedimonte Matese, di Ernesto Rossi di Caserta, di Maria Lombardi, “protagonista al femminile” nel contesto difficile di Terra di Lavoro all’indomani della Prima Guerra Mondiale.
Le parti successive, altrettanto ricche di notizie storiche per il rilancio della memoria, sono dedicate all’Antifascismo in Terra di Lavoro, riprendendo anche il lavoro storico precedente di Adolfo Villani, “I ragazzi del professore”, che, tra l’altro, ricostruisce tutta la storia del giornale clandestino “Il Proletario”, tenendo nel contempo sempre presenti i libri e i tantissimi scritti di Giuseppe Capobianco. In tale contesto storico di antifascismo militante viene riproposta un’altra scheda biografica di un ulteriore importante protagonista dell’antifascismo e delle successive lotte per i diritti civili, Benedetto D’Innocenzo di Calvi Risorta. Seguono, oltre agli scritti di Corrado Graziadei sulla Resistenza, il contributo di Margherita Troili, i riferimenti agli importanti lavori più recenti di Gianni Cerchia e di Felicio Corvese.
La quarta parte è specificamente dedicata alle lotte contadine nel dopoguerra e all’inizio delle lotte operaie, in cui, oltre a nomi già citati, si riporta la dovuta memoria di altri protagonisti non meno importanti.
Non si poteva non dedicare un profilo biografico a Peppino Capobianco, al suo lavoro rilevante e completo di ricerca storica, ampiamente riportato, e alle testimonianze sulla sua figura di militante e di storico da parte di Guido D’Agostino, di Paolo Broccoli, di Giacinto Di Patre, oltre a quella di Gianni Cerchia.
Un’interessante sesta parte è dedicata alle “donne nelle lotte antifasciste e sociali”.
Paola Broccoli dedica un successivo capitolo alle lotte del movimento operaio e studentesco nel ’68. Il corposo testo si avvia alla conclusione con le vittime della criminalità organizzata e un profilo biografico del vescovo emerito di Caserta Raffaele Nogaro e del Centro di Casa Rut, come anche della memoria di intellettuali e artisti, storici, educatori e politici che hanno fornito il loro contributo per una più ampia forma di democrazia e giustizia sociale in Terra di Lavoro. Nicola Terracciano dedica un doveroso omaggio a Carmine Cimmino, uomo politico socialista dedito ai beni comuni, educatore e promotore culturale, storico e ricercatore sociale di grande valore in un saggio di densa empatia. È presente, quale conclusione di un testo molto apprezzabile dal punto di vista storico, un’ampia e ricca bibliografia.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Mario Ventriglia
 

Addio a Mario Ventriglia
Da poco Adolfo mi ha informato che è scomparso Mario Ventriglia, certamente uno dei protagonisti delle lotte sociali e democratiche a Capua ed in Terra di Lavoro, come ho avuto modo di ricordare nel mio volume sui diritti.
Era un operaio che si formò nella scuola del movimento comunista e sindacale, un militante sempre in prima fila nelle lotte, come quelle che nella fine degli anni 60 si svilupparono intorno alla vertenza St Gobain, la grande vetreria di Caserta che allora segnò una fase di transizione dei processi di industrializzazione e modernizzazione della nostra provincia. Dopo ha lavorato nell’azienda dei trasporti (autoferrotranviere).
Nello stesso tempo la vita di Mario è stata segnata sempre da una forte ed appassionata militanza politica nel PCI, ricoprendo ruoli di direzione nel Comitato Federale e nella Sezione capuana. Per diverse legislature è stato anche consigliere comunale.
Negli anni della contestazione studentesca del '68 - insieme ad altri dirigenti storici di estrazione operaista, come Sandro Ammirato - seppe confrontarsi e dialogò anche con quei movimenti. Ricordo le interminabili passeggiate nel corso della città in cui discutevamo in modo animato ma franco, che poi sono continuate con la nascita della coop sociale Capuanova, uno dei centri vitali della vita culturale ed artistica, animata da altre figure prestigiose come Vincenzo Galeone, Andrea Vinciguerra. Con Mario se ne va un altro protagonista, un simbolo della cultura di sinistra e democratica che aveva come valore primario il riscatto sociale delle classi deboli e la tutela del bene comune. La sua vita rimane come un valore ed un esempio fulgido di militanza e di cittadinanza attiva, di grande umanità, una testimonianza anche per le nuove generazioni.
Pasquale Iorio, 30 gennaio 2020

 

Stamane è venuto a mancare Mario Ventriglia.
La notizia mi ha raggiunto mentre partecipavo ad un corso di formazione obbligatoria ed è stato il corso più tormentato della mia vita professionale. Con Mario mi lega una antica militanza politica e una straordinaria amicizia. La prima volta ci incontrammo sul cavalcaferrovia che porta a via Roma a Caserta. Ero al secondo anno del Geometra Buonarroti e stavo partecipando, insieme a tanti studenti, ad una manifestazione di protesta per chiedere un istituto scolastico decente. Il corteo si muoveva dalla zona di viale Lincoln verso il centro della città e Mario ci venne incontro alla guida di una delegazione dei lavoratori della Saint Gobain, in lotta contro un piano di ristrutturazione selvaggia della fabbrica. Era il 1969, l'anno che vide saldare le lotte studentesche e quelle operaie anche a Caserta e nel Mezzogiorno. La lotta dei lavoratori della Saint Gobain fu la prima lotta operaia che riuscì a mobilitare l'intera città di Caserta, che viveva la crisi di quella fabbrica come un pericolo per l'economia cittadina. Da allora non ci siamo mai persi di vista. Ero giovanissimo quando mi salvò da una aggressione fascista con modalità incredibili che lo resero ai miei occhi un personaggio mitico.
Mario univa un intuito politico non comune ad uno spiccato senso dell'ironia. Con una battuta riusciva a rendere il senso di importanti passaggi politici o l'essenza di una personalità. Insieme abbiamo vissuto i passaggi più tormentati della storia della sinistra del secolo scorso, l'esperienza di consiglieri comunali a Capua e tanto altro. Mario è stato innanzitutto un gran lavoratore fin da ragazzo. Ha lottato - pagando sulla propria pelle - per i diritti di tutti i lavoratori. Un sindacalista coraggioso e tenace, un dirigente del PCI. Insomma una bandiera della CGIL e della sinistra. Il simbolo di una classe operaia che negli anni 70 ha lottato, ha sofferto, ha pagato ma ha anche vinto. Ha affermato i diritti sociali e politici di tutti, ha difeso la democrazia contro l'eversione e il terrorismo. Tutti i diritti che ancora abbiamo - e che ormai non riusciamo più a difendere in modo efficace - li dobbiamo a quella classe operaia che in quegli anni è stata protagonista di una lotta di classe che, a differenza di ciò che vogliono farci credere, continua a muovere il Mondo.
Ciò che è cambiato è che allora la lotta di classe la guidavano gli operai che imponevano la redistribuzione della ricchezza, oggi lavoratori e cedi medi subiscono il dominio delle multinazionali e della grande finanza e la ricchezza non è mai stata così concentrata come oggi in un pugno di miliardari. Di quella classe operaia Mario Ventriglia è stato un vero dirigente, stimato e rispettato. Per me anche un maestro di vita e un punto di riferimento. Oggi non mi sento di dirgli ciao. Siamo stati parte di una storia importante che è più forte della morte. In quella storia ha lasciato un segno indelebile. Per me Mario non è morto e continua a vivere nelle lotte sociali e politiche del mondo del lavoro.
Adolfo Villani

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Giovanni Rendina
 

Giovanni Rendina (Capua 22.08.1884, Capua 25.04.1945)
Per avere la possibilità di studiare frequentò il seminario vescovile di Capua.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Giovanni Rendina

Conseguì la licenza, presso il locale liceo statale, con medaglia d’oro (prima così si usava) e, fra i tanti, con un 10, in Italiano.
Idelfonso Nieri, il famoso Novelliere, firmò il diploma, gelosamente conservato - in bella mostra - nello studio del figlio. La cultura porta sempre l’amore per la libertà. Ed egli fu sempre un democratico.
Le sue innate capacità e l’ansia di conoscenza avrebbero potuto portarlo “molto in alto” ma per le sue idee politiche e la necessità di lavorare non potette proseguire negli studi.
Entrò nel mondo del lavoro e, benché emarginato dal fascismo, riuscì a diventare capostazione.
Aderì, fin dal primo momento, ai gruppi clandestini antifascisti e fu uno dei più attivi esponenti del gruppo di intellettuali del palazzo Antignano - Di Capua (“Museo Campano” di Capua).
Un suo figlio, l’avvocato Pompeo, continuerà in seguito le lotte del padre per la libertà e la democrazia e sarà eletto senatore della Repubblica.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Pompeo Rendina
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Pompeo Rendina

Pompeo Rendina
Classe 1922, proveniva da una famiglia antifascista, con il padre che partecipò in modo attivo agli incontri culturali che si tenevano nel Museo Campano. E’stato sentore della Repubblica dal 1963 al 1968, poi sindaco di Capua dal 1975-76.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Vincenzo Raucci
 

Vincenzo Raucci

Il deputato Vincenzo Raucci, protagonista delle lotte contadine
Vincenzo Raucci iniziò il suo impegno di attivista comunista nel 1944, a 20 anni. Infatti nacque a Capua nel 1924 e visse i suoi anni di fanciullezza ed adolescenza in un ambiente familiare di forte impronta fascista. Ricordiamo solo che il nonno Vincenzo era stato nel 1921 segretario della sezione del Fascio di Capua e suo padre Attilio aveva partecipato alla marcia su Roma e accusato dell’aggressione del deputato socialista Vittorio Lollini.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Vincenzo Raucci

La famiglia era una famiglia molto benestante di commercianti e proprietari di immobili. Fu allievo del professore Alberto Iannone, nonostante il professore fosse un noto antifascista, e da quegli insegnamenti Enzo Raucci trasse l’ispirazione di una scelta di vita al servizio delle classi subalterne di Terra di Lavoro.
Raucci si iscrisse al Partito Comunista Italiano nel 1944 e già il 22 ottobre fu tra i sei delegati della sezione di Capua, insieme a Aniello Tucci, De Cecio, Antonio Perrotta, Pasquale di Rienzo e Vittorio Castellano, alla conferenza di organizzazioni delle sezioni del Pci dell’Oltrevolturno che si tenne a Sparanise. Da allora il suo impegno fu mirato a costruire e dare forza al “Partito nuovo” con incarichi di responsabilità.
Enzo Raucci rischiò il primo arresto nel corso di un comizio per una manifestazione non autorizzata, dopo la notizia dell’attentato a Togliatti. Riuscì a sfuggire ai carabinieri, rifugiandosi nella casa di Benedetto D’Innocenzo a Calvi Risorta, mentre veniva condotte al fermo le sorelle Maria e Velia. Raucci entrò a far parte del comitato federale del Pci nel 1946, dopo che la provincia di Caserta ottenne di nuovo il suo status, e successivamente nella segreteria della Federazione.

Poi rappresentante della Camera del Lavoro e consigliere comunale di Capua, nel 1948, avrà il suo ruolo rilevante nel corso delle lotte dei braccianti del 1954. Le lotte bracciantili del 1954, in provincia di Caserta, segnarono, infatti, un momento altrettanto importante con una nuova ondata di occupazioni, che portò a conquiste rilevanti in relazione al salario e ai primi diritti sindacali per i contadini. Siamo in un momento storico in cui il movimento contadino assume la valenza di movimento organizzato con una consapevolezza politica delle proprie ragioni sociali, anche economiche e di partito. Nel 1954 i braccianti conquistarono il primo contatto provinciale che portava i salari minimi a 800 lire giornaliere.
Inoltre fu l’anno degli scioperi per il sussidio di disoccupazione, di cui resta memorabile la giornata del 12 giugno 1954 con la Camera del Lavoro che decise di organizzare due grandi manifestazioni a Trentola e a Casal di Principe. In tale giornata, alle ore 6 del mattino, i dirigenti della Camera del Lavoro di Caserta, insieme ai braccianti, erano già sul posto, ma vi trovarono anche i Carabinieri che trassero in arresto sia i funzionari che gli stessi braccianti per blocco stradale. Tra di essi ritroviamo Vincenzo Raucci, che diede tutto il suo apporto generoso a quelle lotte per i primari diritti sindacali. Con Pietro Bove e Mariano Vegliante, Enzo Raucci sarà condannati a tre anni di carcere, condanna che in appello si ridurrà ad un anno di carcere. È grazie a quelle lotte che nell’inverno del 1954 i contadini conquistano il sussidio di disoccupazione, l’assegno familiare per il figlio e per il genitore, l’assistenza sanitaria. A tal riguardo, infatti, il 22 novembre 1954 il Parlamento approva la legge n° 1136 Bonomi con alcune aggiunte della proposta Longhi - Pertini che prevede l’assistenza sanitaria completa ed il contributo statale di 1500 lire per assistito.
Da quel momento ben 2 milioni di contadini usufruiranno per loro stessi e per i familiari dell’assistenza medica; il che significa che la conquista dell’assistenza sanitaria riguarderà ben 5 milioni di persone. Quindi Enzo Raucci diede un apporto determinante per un futuro migliore dei contadini in quell’anno. Belle le parole che dedicherà all’esperienza in carcere di Enzo Raucci la moglie del professore Alberto Iannone, Margherita Troili, nel momento in cui scrive: “ Il compagno Raucci, in carcere, con il suo atteggiamento e con il suo rifiuto di stare in cella se non con i braccianti, riuscì a tenere uniti i compagni”.
Sarà gran festa per tutti i compagni della provincia quando Enzo Raucci ritroverà la libertà nel 1956. Nell’anno 1959 Raucci sarà con Gerardo Chiaramonte testimone alle nozze di Giorgio Napolitano e Clio Bittoni. Nel dicembre del 1960 entra a far parte della Camera del Deputati. Siamo in un momento storico in cui, dopo la caduta del governo Tambroni, la Democrazia Cristiana apre al Partito Socialista e ciò provocherà un dibattito nel Pci sulle posizioni da tenere. Enzo Raucci nei suoi interventi farà prevalere la tesi dell’opposizione costruttiva in attesa di una svolta in senso ancora più progressista della società italiana. Dal 1961 al 1962 proporrà un pacchetto di proposte per una riforma tributaria che, basandosi sui principi fondamentali della Costituzione, sarà incentrato su imposte progressive per un fisco più giusto, equo e solidale. Nel contempo non viene meno il suo impegno di consigliere comunale di Capua, che aveva conservato. A ridosso degli anni settanta si consumò la devastazione del litorale domizio con la rivolta di Castel Volturno del 1969 e Raucci dedicò alla questione interrogazioni in cui denunciava gli intrecci di interessi fra politici e speculatori.
Enzo Raucci fu deputato fino al 1976, allorché vi fu un ricambio nella rappresentanza parlamentare del Pci della provincia e a Raucci e Iacazzi subentrarono Antonio Bellocchio e Paolo Broccoli. Raucci entrò nella direzione nazionale della Confcoltivatori e successivamente fu chiamato a dirigere la Confcoltivaltori campana. Agli inizi degli anni ottanta si adoperò quale collaboratore di Giorgio Napolitano, allorchè fu eletto capogruppo dei deputati del Pci fino alla morte che lo colse prematuramente nel 1986.

Bibliografia:
Adolfo Villani - I ragazzi del Professore - Ediesse 2013

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Il proletariato, il giornale clandestino che raccontò la Resistenza del Sud
 

Il Proletario, giornale clandestino che raccontò la Resistenza del Sud di Francesco Capo

È notte fonda, un uomo armato e vestito da gerarca fascista e un ferroviere con una valigia in mano camminano furtivamente in un vicolo di una città medievale. All’interno di una stanza, illuminata solo da un paio di candele sono stipati in tanti, per lo più giovani. Molti fumano nervosamente. Il gerarca bussa a una porta. Un solo tocco al centro della porta con le nocche del pugno sinistro e poi un fischio. Un giovane, che è nella stanza, con il camice da salumiere addosso sobbalza e dice “sono loro”, si alza da una sedia e apre la porta. Sono felici di vederli. Tutti si abbracciano, cercando di non far troppo rumore e soffocando la loro gioia.
Il ferroviere si chiama Aniello Tucci. L’uomo vestito da gerarca non è un fascista, si chiama Giuseppe Iazzetti e fa il tipografo a Napoli. Sono partiti insieme da Calata di Massa a Napoli per arrivare fino lì, alla retrobottega di una salumeria nel centro storico di Capua. «Mettiamoci al lavoro, dobbiamo far presto», dice il ragazzo salumiere che è il fratello di Aniello e si chiama Tommaso. Aniello apre la valigetta e tira fuori grandi fogli di carta, inchiostro, caratteri, clichées. Sono lì, in quel buco nascosti, per stampare un giornale. È la primavera del 1942.

Il Proletario, un giornale clandestino
Fu allora che uscì il primo numero de Il Proletario, l’unico giornale clandestino e resistente stampato nel Sud Italia. A fondarlo furono “Leniscki”, nome di battaglia di Aniello Tucci e “Rosso”, nome in codice di Michele Semeraro. Le manchettes ai lati contenevano spesso due frasi: “La distruzione della città non costa niente ai tedeschi” e “I tedeschi vogliono che l’Italia sia il loro campo di battaglia, ma gli italiani hanno il dovere di evitarlo”. Sotto la testata, il celebre motto: “Proletari di tutto il mondo unitevi”. Era un giornale comunista Il Proletario, ma ospitò articoli di tutte le anime della Resistenza (socialisti, democratici di sinistra, repubblicani e democratici di ispirazione cattolica). Spesso mancavano alcuni caratteri: al posto di una “A”, si utilizzava una “V” capovolta o viceversa; se mancava la “O” si ricorreva ad una “C”, con l’apertura rivolta verso il basso.
Ne uscirono ventuno numeri: dalla primavera del 1942 fino al 18 agosto del 1943. Circa un mese prima delle quattro giornate di Napoli, il 22 agosto 1943 Tucci e compagni furono arrestati durante una riunione segreta a Cappella Cangiani a Napoli, molto probabilmente a causa di una soffiata. Furono liberati il successivo 10 settembre, due giorni dopo la firma dell’Armistizio. Centinaia di copie de Il Proletario partivano da Capua per arrivare al porto di Napoli, ai cantieri di Torre Annunziata, nel centro storico di Napoli, nella zona di Frattamaggiore e Afragola, a Caserta città, a Sparanise, a Calvi Risorta e finanche a Cassino. Il giornale divenne in quegli anni l’anima della Resistenza al Sud, che vide Capua come centro operativo. Erano ben tre i gruppi di resistenti attivi nella città bagnata dal fiume Volturno: il gruppo dei giovani (con in testa Tucci e Alberto Iannone), il gruppo del Pirotecnico e il gruppo del Museo (gli intellettuali che si riunivano segretamente al Museo Campano, diretto allora dall’avvocato Luigi Garofano Venosta).
La storia de Il Proletario è anche la storia, purtroppo dimenticata, di questi giovani valenti che rischiarono o persero la vita in nome della libertà e in difesa della Patria. Aniello Tucci, il ribelle, sempre con un paio di occhiali da sole al naso, che amava definirsi “un anarchico romantico”. Carlo Santagata, che morì da eroe, impiccato dai nazisti sulla strada verso Santa Maria Capua Vetere a soli sedici anni. Luigi Garofano Venosta, che salvò dai bombardamenti la collezione unica al mondo delle Matres Matutae, con un sistema da far invidia a Indiana Jones. Michele Semeraro, ventenne pugliese, studente a Capua presso la Caserma “Ettore Fieramosca”, che ebbe il fondamentale ruolo di collegamento tra il mondo militare e quello universitario e intellettuale di Napoli.

I partigiani del casertano
A portare di nuovo alla luce le loro storie è stato lo studioso capuano Massiliano Palmesano, autore del libro Un giornale fuori legge (edito da Tracce ribelli), in uscita a maggio. «Sono partito dal lavoro del compianto Franco Pezone, storico di Orta di Atella, che pubblicò, con l’Istituto di Studi Atellani, un libro sulla Resistenza a Capua e su Il Proletario – confida Palmesano – ma il mio obiettivo è stato quello di realizzare un lavoro organico su tutta la Resistenza nella nostra terra. Gli altri storici locali, fino ad ora, si erano concentrati sulla storia delle stragi (come quella del 7 ottobre 1943 di Bellona) o su singoli episodi – prosegue Palmesano. Io ho cercato di dare uno sguardo d’insieme, perché il passaggio dei tedeschi in provincia di Caserta durò un mese, ma fu cruentissimo: circa cinquecento furono i morti».
Lo storico capuano racconta nel libro anche della battaglia di San Prisco del 27 settembre 1943. Mentre a Napoli scoppiavano le rivolte popolari (raccontate nel celebre film di Nanni Loy del 1962), a San Prisco, sul Monte Tifata un gruppo di partigiani resistette all’attacco dell’Alpen jager, un gruppo alpino d’élite dell’esercito tedesco, grazie alla migliore conoscenza del territorio e alla posizione di favore sull’altura. Nell’azione di resistenza e difesa, che costrinse la divisione tedesca alla ritirata, persero la vita due soldati dell’esercito sovietico che aiutarono i partigiani. Purtroppo le gesta di questi eroi e dei giovani che scrissero su Il Proletario sono cadute nell’oblio, «molto probabilmente anche perché è stata una storia di forti amicizie, caratterizzate poi, nel dopo guerra, da spaccature e delusioni», sostiene Massimiliano Palmesano.
Aniello Tucci nel 1947 fu cacciato dal PCI perché in rotta con la linea ufficiale dettata da Palmiro Togliatti. Continuò la sua attività politica da indipendente: «Sappiamo che negli anni settanta ospitò clandestinamente nella sua casa a Capua, in viale Ferrovia, dissidenti del regime dei colonelli in Grecia», racconta Palmesano. Corrado Graziadei, una delle “penne” de Il Proletario, che poi provvedeva a distribuire a Sparanise, Calvi Risorta e nella rischiosa Cassino, fece invece carriera nelle fila del PCI, venendo eletto deputato nella seconda legislatura (dal 1953 al 1958). Di Michele Semeraro non si hanno più notizie. È come scomparso, forse, deluso da come andarono le cose, abbandonò finanche l’Italia nell’immediato dopoguerra.
I ragazzi del Tempo Rosso, il centro sociale di Calvi Risorta, ricorderanno i loro nomi con un corteo che partirà il 25 aprile alle 9.30 da piazza de I Giudici a Capua e arriverà all’albero di gelso dove fu impiccato Carlo Santagata sulla nazionale Appia. Lì leggeranno un prezioso documento che la professoressa Anna Solari, nuora di Luigi Garofano Venosta, ha dato a Palmesano per la sua ricerca: la lista dei cinquanta combattenti capuani redatta dallo stesso Garofano Venosta.

** Tratto da Radio prima rete

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Adolfo Villani, I ragazzi del professore. Il filo rosso delle lotte per la democrazia in Terra di Lavoro e nel Mezzogiorno
 

I ragazzi del professore. Il filo rosso delle lotte per la democrazia in Terra di Lavoro e nel Mezzogiorno di Adolfo Villano
Capitoli 10 e 11

Capua: la famiglia Bellentani – Iannone dalla Normale Femminile alla rete clandestina del PCI

Capitolo 10. Le radici risorgimentali degli Iannone-Bellentani
La formazione culturale di Alberto ed Edelweiss fu certamente influenzata dalle solide radici risorgimentali della famiglia. Il nonno, Alberto Bellentani, si era trasferito da Parma a Capua negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia, chiamato da Salvatore Pizzi a dirigere la Scuola normale femminile. Fu quella della Normale un’esperienza avanzata, tra le prime nel Mezzogiorno, prodotto delle più innovative idee risorgimentali. Non si comprendono le ragioni per cui Capua fu un punto di forza nell’antifascismo campano se non si parte da quell’esperienza, dalle energie e dalle intelligenze che intorno ad essa si mobilitarono. Salvatore Pizzi era stato fin da giovanissimo mazziniano. Arrestato più volte tra il 1848 e il 1860, sottoposto a rigida sorveglianza («bisogna spiare perfino il respiro di Salvatore Pizzi», è scritto negli archivi segreti del Borbone), partecipò all’impresa dei Mille e in seguito accettò la nomina da parte di Garibaldi a governatore di Terra di Lavoro. Dopo pochi mesi rinunciò all’incarico, mantenendo per molti anni solo la carica di presidente del Consiglio provinciale.
All’impegno a tempo pieno in politica preferì la missione che riteneva fondamentale per l’affermazione dei suoi ideali di progresso: costruire una scuola che contribuisse al tempo stesso all’emancipazione delle donne e alla formazione dei pionieri della lotta all’analfabetismo. Impresa che gli riuscì nel 1866, nonostante le difficoltà economiche e l’avversione del clero che non voleva rinunciare al monopolio dell’istruzione privata. Con il contributo della Provincia e della Congregazione della carità, fondò in quell’anno, nell’ex complesso conventuale dell’Annunziata, la Normale femminile, completa del «giardino d’infanzia», delle classi elementari di tirocinio, di tre corsi complementari e tre normali, con lezioni facoltative di lingua, musica e ballo. Pizzi era convinto della superiorità del metodo didattico tedesco e per prima cosa si dedicò alle traduzioni di testi dal tedesco, più di cinquanta, tra i quali Teoria dell’educazione di Gustav Adolf Riecke, la Logica di Stuart Mill e varie opere di pensatori ed educatori tedeschi.
La scelta di nominare Alberto Bellentani primo direttore della Normale non fu casuale. Scrive di lui Maria Cappuccio: «Non era un meridionale Alberto Bellentani: era nato a Parma il 30 ottobre del 1820, da nobile famiglia, di tendenze aristocratiche e retrive, da cui egli si era scostato ben presto, tutto preso dal fervore d’idee liberali e patriottiche che caratterizzava quel centro intellettuale. Il nobile esempio di Giovanni Adorni, suo maestro e amico per lunghi anni, ed animatore di un movimento culturale importantissimo per molteplicità e modernità d’iniziative e per i suoi fini patriottici, filantropici e sociali, dovette lasciare un’orma profonda nell’anima di lui. Ritiratosi a Piacenza, dove aveva aperto famiglia (sposando contro il volere dei suoi, una donna di altra classe sociale), il Bellentani si era trapiantato nel ’66 da Piacenza a Capua […] Con lui era stato chiamato a Capua, per invito del Municipio, un gruppo di provette maestre dell’insigne scuola Normale diretta dall’Adorni. Quel piccolo nucleo, con a capo il Bellentani, discepolo prediletto dell’Adorni, era già il germe di una prima organizzazione scolastica omogenea, avendo in comune, i suoi componenti, idee, metodi, preparazione intellettuale e morale, unità d’indirizzo didattico e d’intenti sociali; e veniva dall’Italia del Nord per favorire l’elevazione materiale e morale soprattutto dei non abbienti, nell’arretrata Italia del Sud. L’organizzazione della nuova scuola, secondo le idee del Pizzi e secondo le tendenze dei tempi nuovi, doveva avere uno spiccato carattere laicale, in antitesi alle viete tradizioni scolastiche dell’ex regno borbonico […] E ben presto la Scuola Normale di Capua, grazie all’opera del Bellentani, che coadiuvò il Quercia e il Pizzi, […] poté avere una salda struttura […] Concludendo, vari fattori entrano in giuoco nella formazione e nel funzionamento della Scuola Normale di Capua: la cultura dell’alta Italia, aperta alle correnti più avanzate del movimento spirituale dell’Europa e alle nuove esperienze pedagogiche; il movimento filantropico parmense, che le offre nell’Adorni, tramite il Bellentani, un esempio suggestivo di caldo sentimento umanitario; il pensiero filosofico meridionale con il fascino della tradizione vichiana e gli apporti dei moderni avanzamenti di pensiero (Cuoco, De Santis); il patriottismo risorgimentale con il suo culto della libertà, e, potremmo dire, il garibaldinismo (che ha il suo rappresentante nel Pizzi), con il suo programma di redenzione laicale delle popolazioni del mezzogiorno dal giogo clericale e borbonico; e, infine, il Mazzinianismo del centro patriottico capuano, che fa capo, oltre che al Pizzi, a Luigi Garofano (figlio del patriota Salvatore Garofano – discepolo nella scienza medica e nelle idee rivoluzionarie di Domenico Cirillo perseguitato dal governo borbonico e morto poco dopo la Liberazione per le sevizie patite in carcere)».
1. 1 Maria Cappuccio, La Scuola Normale Femminile di Capua, Museo Campano.
Pizzi, dunque, scelse Bellentani perché condivideva le stesse idee risorgimentali. Al tempo stesso rappresentava un collegamento con l’esperienza avanzata della nascente Normale femminile di Piacenza diretta da Adorni e un valido aiuto nella traduzione dal tedesco. Fu la scuola di Pizzi e di Bellentani a introdur- re per prima in Italia, sull’esempio tedesco, le classi preparatorie, che mutarono successivamente il nome in complementari. E fu guardando all’esperienza capuana che il governo le introdusse nelle proprie scuole. La Normale fu poi soppressa nel 1925, quando la riforma Gentile del 1923 la uniformò all’ordinamento delle scuole statali, facendole perdere slancio innovativo e possibilità di sviluppo. Bellentani ebbe una figlia, Teresa. Una donna bellissima, particolarmente emancipata, che sapeva andare a cavallo, suonare il pianoforte, dipingere, cucire, e aveva appreso dal padre una vasta e solida cultura. Teresa s’innamorò perdutamente dell’avvocato Verzillo. Ma poco prima del matrimonio scoprì che questi l’aveva tradita con una donna dalla quale aspettava un figlio. Scoppiò uno scandalo, Teresa ne rimase sconvolta e decise di allontanarsi da Capua raggiungendo, per un po’ di tempo, una zia a Parma. Il padre per rassicurarla le scrisse sedici lettere dall’ottobre del 1892 che la famiglia conserva gelosamente. Successivamente Teresa sposò un avvocato penalista di grido del foro napoletano, originario di Siano, in provincia di Salerno, dal quale ebbe tre figli: Alberto, Edelweiss e Ketty.
Ma anche questo legame si spezzò. L’avvocato Giovanni Iannone aveva un’amante. Un giorno nel corso di un’udienza fu attaccato pubblicamente da un suo collega che, per denigrarlo, gridò davanti a tutti la sua non attendibilità perché fedifrago. Giovanni Iannone reagì estraendo una pistola e ferendolo. Scoppiò un nuovo scandalo, che portò alla luce del sole la sua relazione. Giovanni Iannone a quel punto si trasferì in Africa e abbandonò la famiglia, lasciandola in precarie condizioni economiche in un momento delicato: Alberto ed Edelweiss frequentavano entrambi l’università. Non ritornò che morente e, quando chiese di vedere i figli, solo Alberto si recò al suo capezzale. I tre figli crebbero con una mamma bella, colta e tormentata, da cui trassero tutta la cultura risorgimentale del nonno, il suo rigore di studioso e di educatore, l’anticonformismo, le ampie vedute, la sensibilità accresciuta dalle sofferenze patite; e con uno zio monsignore, fratello del padre, di nome anch’egli Alberto. Uomo di grande cultura e di ampie vedute, non comuni per un prelato dell’epoca, che ebbe un ruolo importante nella loro formazione culturale, soprattutto nell’insegnamento del latino. Su questa cultura risorgimentale s’innestò quella marxista appresa nei loro studi filosofici. Ma le sofferenze patite ne avevano arricchito anche la sensibilità umana.
Sono significativi della personalità di Alberto non solo gli episodi già raccontati, ma anche le modalità con cui svolgeva la sua missione di educatore. Le lezioni private rappresentavano la sua unica fonte di reddito. È vero che il numero di allievi era considerevole, ma una parte non trascurabile di essi, approfittando del fatto che mai il professore avrebbe richiesto quanto dovutogli, retribuivano le sue lezioni a loro piacimento e in qualche caso non pagavano affatto. Ad un certo punto Rosetta Russo, una cugina di mia madre dal carattere battagliero, anche lei allieva di Iannone (essendo molto brava in latino il professore si faceva a volte sostituire da lei durante le esercitazioni scritte), non riuscendo più a tollerare questi comportamenti, decise di prendere l’iniziativa e di provvedere lei a riscuotere per conto del professore, apostrofando con modi bruschi quelli che più ci marciavano: «Ma non vi vergognate di approfittare in questo modo della generosità del professore? Bisogna avere proprio una bella faccia tosta». Anche questi aspetti della sua personalità spiegano la popolarità e l’affetto di cui godeva in città.

Capitolo 11. I rapporti di Iannone con la rete clandestina del Pci
Dal racconto di Margherita sappiamo che Alberto Iannone partecipò giovanissimo ai congressi preparatori di quello di Livorno del 1921, nel quale il Pci ebbe la sua nascita, e che considerava la scissione come una necessità, a causa delle continue lotte interne al partito che ne indebolivano l’azione. Sappiamo, inoltre, che partecipò a una riunione clandestina con Terracini nelle campagne di Calvi Risorta. È possibile possa trattarsi del congresso provinciale, in preparazione di quello di Lione, presieduto da Terracini ed Ennio Gnudi, che si tenne nel 1925 in una casa colonica nei pressi di Riardo, di cui parla Giuseppe Capobianco nel suo libro La costruzione del partito nuovo in una provincia del Sud. Altro dato certo sono i suoi rapporti con Corrado Graziadei, riconfermato segretario della federazione del PCdI proprio in quel congresso del 1925, nel quale fu anche eletto un nuovo gruppo dirigente, sopravvissuto alle repressioni fasciste, composto da Benedetto D’Innocenzo di Calvi, Domenico Schiavo di Caserta, Antonio Marasco di Piedimonte, Ambrogio Ursillo di Marzano. Di Corrado Graziadei scrive Paolo Spriano: «A Caserta spicca la figura di Corrado Graziadei (1893), altro avvocato nel Pci dalla fondazione e più volte arrestato, carcerato e confinato, deferito al Tribunale militare di Napoli dal governo Badoglio nei quarantacinque giorni: verrà processato anche dagli Alleati perché si è rifiutato di sciogliere il comitato di liberazione al loro arrivo in città».
(Paolo Spriano Storia del Partito Comunista Italiano. La resistenza, Togliatti e il par- tito nuovo, Einaudi, 1969.)
Come ricorda Giuseppe Capobianco per gli antifascisti casertani fu quello un periodo di grande isolamento «Nel 1924 la classe politica di questa provincia aveva accettato quasi al completo, senza resistenza alcuna, la nuova situazione politica assicurando così la transizione al regime senza scosse e consentendo infine nel 1927 che il fascismo, senza reazioni clamorose, sopprimesse e smembrasse la vecchia provincia di Terra di Lavoro. A partire dalla seconda metà degli anni trenta l’opposizione politica al regime, fino allora relegata in alcune ristrette realtà urbane del Casertano e dell’Alifano, comincia a collegarsi con un certo malessere che si andava estendendo nelle campagne: tra i quotisti del “Pantano” di Sessa, tra i canapicoltori del Piano Campano, tra i boscaioli dell’alto Matese e, più tardi, tra gli assegnatari dell’Opera Nazionale Combattenti (Onc) ed i piccoli proprietari espropriati del basso Volturno. Le Bandiere Rosse issate il 1° maggio 1934 su una ciminiera di Calvi Risorta ed il 1° maggio 1935 sul Monte Cila che domina Piedimonte d’Alife, sono segni evidenti che la tenace resistenza di alcuni nuclei proletari iniziava a rompere il suo isolamento. Le guerre d’Etiopia e di Spagna se- gnano, anche in Terra di Lavoro, la ripresa della cospirazione antifascista e della protesta sociale, alle quali fa seguito la ripresa di misure persecutorie contro noti antifascisti locali» (Giuseppe Capobianco, op. cit.,)
Le parole di Capobianco trovano conferma anche dal racconto di Margherita Troili. In quegli anni s’intensificano le perquisizioni e i fermi di polizia ad Alberto Iannone. La stessa Margherita assiste a una delle perquisizioni nella casa di Alberto e subisce il primo fermo di polizia, rimanendo a disposizione del comando dei carabinieri di Capua dall’alba alla notte. Con la venuta di Hitler a Napoli nel 1938 gli vietano per un mese di recarsi nella città dove frequentava la facoltà di Economia e Commercio. Ma si intensi- fica anche l’attività clandestina dei due. Margherita fu incaricata da Alberto di avvertire la moglie di Graziadei che egli non sarebbe rientrato per alcuni giorni: «Mi furono fatte mille raccomandazioni, ma ancora non mi si parlava chiaramente. Ricordo che mi si fece prendere il treno per Caserta e da lì quello per Sparanise. Un giro inutile e vizioso, secondo me, ma non discussi. Ero emozionata fortemente, ma tranquilla; e non so se questi incarichi che mi venivano affidati da Alberto Iannone erano eseguiti da me più per amore che per consapevolezza. Arrivata a Sparanise, andai subito a casa Graziadei: una casa semplice, modesta, alle spalle della ferrovia. Parlai con la moglie di Corrado, una bella donna che non fece trasparire le proprie emozioni. Era purtroppo abituata al peggio ed io ero ancora una sconosciuta per lei» (4 Margherita Troili, Una donna ricorda, cit.)
Nel 1939 Margherita consegnò dei volantini ad un ferroviere nella stazione di Napoli. L’accordo era che sarebbe stata avvicinata da un ferroviere che gli avrebbe chiesto un libro di tecnica bancaria dentro il quale erano impaginati volantini. Sempre a Napoli incontrò, questa volta insieme ad Alberto, un ufficiale dell’esercito e un uomo distinto (credo si trattasse dell’ufficiale dell’esercito Marco Passanisi e del pittore napoletano Paolo Ricci che, come scrive Capobianco, avevano partecipato ad una riunione a Capua nella casa di Aniello Tucci, del quale parlerò più avanti). L’incontro, nel quale ricevettero l’indicazione di consolidare la posizione di Margherita nel Guf (Giovani universitari fascisti) di Capua, si svolse in un bar di fronte al Maschio angioino. Margherita rimase perplessa ma più tardi comprese il perché di quella direttiva. Comunisti e socialisti, infatti, per approfittare del malcontento che andava crescendo, sia a causa della Guerra di Spagna che dell’avanzare del nazionalsocialismo in Europa, avevano deciso di cambiare strategia nella lotta al fascismo e inaugurarono la tattica della «opposizione legale» al regime, attraverso la penetrazione all’interno delle organizzazioni fasciste, in particolare quelle studentesche. Essi approfittarono dello slogan propagandistico lanciato dal regime «Largo ai giovani» e dei «Littorali» per costruire un ampio fronte giovanile antifascista dai comunisti ai cattolici e dialogare con la parte più sensibile dei giovani universitari fascisti. Non è un caso che provenivano dai Guf gran parte delle figure più rappresentative dell’antifascismo e dello stesso gruppo dirigente del Pci: da Giorgio Bocca ad Arrigo Boldrini, da Mario Alicata, a Paolo Bufalini, da Giorgio Napolitano a Pietro Ingrao.
Ben presto la stessa Margherita toccò con mano i risultati prodotti da quella strategia: «Infatti come dirigente ebbi modo, senza troppo scoprirmi, di fare certi discorsi, di mettere in evidenza, con l’aria di volerne fare la difesa, molte pecche del partito fasci- sta. Eravamo parecchi studenti in quella sede. Per farla breve ben presto acquistammo una libertà di linguaggio e di critica […] Formammo così un piccolo gruppo di antifascisti che ogni giorno allargava le sue file. Eravamo studenti intelligenti e quella piccola libertà di parola che ci eravamo conquistata ci faceva sentire degli eroi. Molti bravi compagni sono usciti da quella sede» (5 Margherita Troili, op. cit.)
La svolta arrivò ad Alberto e Margherita solo nel 1939, a causa delle difficoltà nei collegamenti tra il centro interno clandestino del partito e il Mezzogiorno, divenuti rarissimi dopo il 1934. In realtà, la nuova linea politica era maturata da qualche tempo nell’emigrazione antifascista, dopo un lungo dibattito tra Giustizia e Libertà, socialisti e comunisti. Un dibattito che porterà al patto di unità d’azione tra comunisti e socialisti, alla ripresa di un’azione politica nel paese in collegamento con le masse. Scrive Paolo Spriano: «Si va affermando una esperienza politica del tutto nuova, l’esperienza dei fronti popolari (quello francese e quello spagnolo) che hanno un’influenza grandissima su tutto l’antifascismo italiano e particolarmente sul Partito Comunista d’Italia. E questo almeno in due sensi e in due direzioni. Nell’elaborazione programmatica e nell’azione concreta, come nei rapporti tra l’emigrazione e l’interno del paese.
Il gruppo dirigente che vive nell’emigrazione a Parigi si arricchisce di nuovi quadri, di uomini che, espiata la pena a cui erano stati condannati dal Tribunale speciale sono riusciti ad espatriare ed animano il Centro estero di una dialettica più intensa»; e più avanti ricorda la relazione tenuta da Luigi Longo alla sessione del comitato centrale del febbraio-marzo del 1935, «che è pervasa dallo sforzo di crea- re le condizioni per un fronte popolare in Italia, di conquistare alleati alla lotta operaia […] Circola dunque un’area nuova. Si avverte il bisogno di fare politica, tenendo d’occhio lo sviluppo dell’unità d’azione coi socialisti sia la realtà del paese sotto il fascismo. Dice Montagnana: Ci sono dei vari malcontenti del fascismo, tra i giovani, intellettuali ed altri. Si tratta della “sinistra”, dei giovani del fascismo che fanno capo ai vari giornali e riviste che conosciamo e che sono molto più numerosi di quel che non appaia. Il complesso di questi elementi malcontenti rappresenta, per lo meno allo stato potenziale, un’enorme forza antifascista che noi dobbiamo tendere a mobilitare perché senza di essa è difficile se non impossibile abbattere il fascismo».
(6 Paolo Spriano Storia del Partito Comunista Italiano. Gli anni della clandestinità, Ei- naudi, 1969.)

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: fotografie
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua
Bandiera PCI sezione Capua
 
Tessera PCI 1975
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua
Enzo Ligas
 
E. Berlinguer Siemens 1983
 
Enzo Ligas
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua
G. Napolitano a Capua
 
Capua sciopero generale 1982
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua
Il dialogo 1983
 
Tessere PCI Capua
 
Proletario 16.4.1943
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua
Capua funerali E. Berlinguer
 
Manifestazione Capua
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua
A. Tucci
 
Unità operaia
 
on. Raucci Pierrel
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua
M. Ventriglia, Glo La Peruta, A. Gucchiarato
 
Roma funerali E. Berlinguer
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: sezione di Capua  
A. Villani: I ragazzi del professore
Il filo rosso delle lotte per la democrazia in TdL e nel Mezzogiorno
 
Anni ’50: Capua villa comunale
Manifestazione "Rinascita" con giovani E. Raucci e P. Rendina
 
Nuovo Dialogo stampato dalla sezione di Capua inizi anni 70, direttore responsabile P. Iorio
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Capua anni '50        
Capua anni '50