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100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: titolo della pagina Protagonisti
 

Maria G. Lombardi
Margherita Troili
Alberto Iannone
Antonio Marasco
Corrado Graziadei
Gori Lombardi
Michele Izzo
Benedetto D’Innocenzo
Michelina Vinciguerra
Maria Almaviva
Carmine Cimmino

 

Paolo Bufalini
Andrea Sparaco
Giuseppe Capobianco
Mario Pignataro
Ernesto Rossi
Domenico Ianniello
Vincenzo Raucci
Michele Senatore
Dario Russo
Francesco Imposimato
Luigi Paolino

 

Maria Teresa Jacazzi
Angelo Maria Jacazzi
Pompeo Rendina
Angelo D’Aiello
Gianni Ferrara
Salvatore Pellegrino
Umberto Barra
Francesco Lugnano
Antonio Bellocchio
Paolo Broccoli
Gaetano Pascarella

 

Nota introduttiva
Per quanto riguarda le note biografiche relative ai protagonisti/e dei cento anni di storia del PCI in Terra di Lavoro abbiamo fatto ricorso a varie fonti (archivi storici e documenti) nonché a testimonianze, che sono state raccolte da alcuni componenti del Comitato promotore (in particolare da Paola Broccoli e Pasquale Iorio).
Mentre la parte tecnica ed informatica del sito è stata curata e gestita da Umberto Riccio (casertaturismo.it).

Per rendere evidenti le fonti di riferimento di seguito indichiamo gli autori per ogni voce biografica.
Per le biografie dei protagonisti della nascita del PCdI: Maria e Gori Lombardi, Michele Izzo, Corrado Graziadei, Ernesto Rossi sono tratte del blog di Angelo Marino, PignataroNews.
Benedetto d’Innocenzo, anche articolo su quaderni Vesuviani.
Per Michele Izzo e Antonio Marasco, oltre Angelo Martino abbiamo Armando Pepe, con documenti e note di Peppino Capobianco.
Per gli anni delle lotte antifasciste: Margherita Troili, Alberto Iannone e Il Proletariato la fonte è il volume di Adolfo VillaniI ragazzi del professore”, Ediesse.
Per la fase della Resistenza e occupazione delle terre: Michelina Vinciguerra e Maria Almaviva, fonti intervista di Paola Broccoli e commemorazione del sindaco di Marcianise A. Velardi.
Su Angelo D’Aiello Cacianiello, testo tratto da tesi di laurea di Andrea Iorio.
Per la rinascita democratica: su Carmine Cimmino, testimonianza di Virginia Rosano, moglie.
In merito a Peppino Capobianco e al recupero della memoria, abbiamo varie fonti da: Archivio di Stato, interventi di Guido D’Agostino e Gianni Cerchia.
Per Andrea Sparaco, articolo di Enzo Battarra su Il Mattino, e Pasquale Iorio, La Feltrinelli omaggio.
Per Mario Pignataro, interventi di Achille Flora, Pasquale Iorio e articolo tratto da Il Caffè.
Su Mimi Ianniello, ricordo di Lino Martone.
Per Vincenzo Raucci testimonianza di Adolfo Villani.
In memoria di Michele Senatore articolo su Buongiorno Caserta del 6-11-2010 e di Emilia Borgia.
Per Dario Russo, Franco e Ferdinando Imposimato notizie di agenzie stampa.
Per Maria Teresa e Angelo Jacazzi ricordi di Vito Faenza.
Su Salvatore Pellegrino testimonianza di Nunzio Renga, con info di agenzia stampa.
*Per Umberto Barra, Armando Del Prete, Francesco Lugnano, Antonio Bellocchio e Gaetano Pascarella notizie dagli archivi: Regione Campania, Camera dei Deputati e Senato.
*Su Gianni Ferrara, articoli tratti da Il Manifesto, con testimonianze di G. Azzariti e Andrea Fabozzi
*Per Paolo Broccoli testo redazionale.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Maria G. Lombardi
 

Maria G. Lombardi
Come emerge dalla biografia che gli ha dedicato Silvano Franco - fu una “protagonista al femminile” nel contesto difficile di Terra di Lavoro all’indomani della prima guerra mondiale. Era dotata di una straordinaria forza che balza in primissimo piano al Congresso di Livorno del 1921, decisa a fondare anch’essa il “partito socialista nuovo”, ossia la costola comunista che darà frutti al vecchio albero, con una influenza molto importante nel futuro della storia del nostro Paese. Fu una donna forte, molto emancipata per i suoi tempi, un vero capo. Di professione medico, e nonostante gli impegni quotidiani

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto di Maria G. Lombardi

imposti dalla sua professione in una terra difficile, svolse una attività politica intensa, schierandosi sempre dalla parte delle classi più deboli. La questione contadina costituisce la bandiera attorno a cui si ritrovano tutti gli oppressi. La lotta per la conquista delle terre è il filo rosso che lega le speranze rivoluzionarie che segnano il cosiddetto “biennio rosso” (1919-1920) al movimento democratico, che nel dopoguerra si organizza nel Sud e dà vita ad epiche battaglie per dare la terra a chi la lavora. Dopo la liberazione dal fascismo tornò alla politica partecipando alla costituzione del PCI. Sia nella fase socialista che poi la sua azione politica è stata sempre legata all’idea di una “sinistra rivoluzionaria”. Infatti, operai e contadini costituirono sempre il centro dell’attenzione e dell’impegno di Maria Lombardi fino al declino della questione contadina negli anni ’60, non solo nella zona aurunca ma in tutto il Mezzogiorno. Dai documenti emerge la dimensione sociale del suo profilo, del suo impegno costante su tematiche e questioni di carattere storico e politico di portata nazionale.
Fu protagonista di una lotta convinta a fianco dei bisognosi e dei meno abbienti: i

braccianti del malsano «Pantano», ad esempio, contro i sontuosi padroni del latifondo. Nasceva così, spontaneamente, da una opzione sociale, la sua parabola politica, da “pasionaria”, delegata casertana per il Partito Socialista Italiano, al Congresso di Livorno del 1921. E da lì uscita fuori, su posizioni ancor più radicali, a fianco di Bordiga e Gramsci, come co-fondatrice del Partito Comunista d’Italia assumendo il ruolo di segretaria della Federazione di Terra di Lavoro. Per partecipare tanti anni più in là, dopo il blackout del fascismo e della Seconda Guerra, alle battaglie sindacali ed alle vicende operaie dei primi anni ’50. Fu un personaggio affascinante, complesso ed anche scontroso, difficile da domare. Muore il 20 maggio del 1963.
Fu una delle poche donne che riuscì a laurearsi nella Facoltà di medicina della Federico II a Napoli. Esercitò per lunghi anni la professione di medico condotte in varie frazioni del sessano e dintorni. Fu molto attiva nella cooperazione per le classi meno abbienti. Partecipò in modo attivo alla scissione del PSI e si impegnò nella organizzazione del nuovo partito comunista, fino a diventarne il 12 giugno 1921 segretario della Federazione provinciale di Terra di Lavoro. A causa del suo carattere ribelle alla fine dello stesso anno fu espulsa per indisciplina. Dopo il crollo del fascismo si riaffacciò alla vita politica e nel 1944 (insieme con Gori Lombardi, Ugo Paparelli e Michele Storace fu tra i fondatori della sezione comunista di Sessa Aurunca. Nelle elezioni amministrative del 1952 venne eletta consigliere comunale della sua città nella lista del PSI, sempre a fianco delle lotte per il miglioramento delle condizioni di vita delle classi operaie e contadine (come nel caso della vertenza dei braccianti per il rimboschimento del Monte Massico, insieme con altri compagni storici come Pietro Bove, G. Ciriello, Vito Longo, R. Laurenza e S. Martino). Nonostante la sua vita travagliata bisogna riconoscere che svolse un ruolo di primaria importanza in piena epoca fascista, con scelte politiche coraggiose in aperta rottura con i tempi e le con l’ambiente in cui visse. Può essere considerata una figura ante litteram del movimento femminista.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Margherita Troili
 

Margherita Troili
Nasce a Capua nel 1913. E' stata dirigente del PCI a Napoli e Caserta, partigiana, ha insegnato nelle scuolesecondarie.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto di Margherita Troili

Organizza a Capua la sede UDI (Unione donne Italiane nel 1944).
In seguito venne nominata responsabile della Commissione femminile del Pci, diretto da C. Graziadei. Delegata al V Congresso Nazionale.
Autrice di un volume autobiografico “Una donna ricorda. Memorie”, edito da Il Ventaglio nel 1987.
Nel suo bel libro “Una donna ricorda” (Il Ventaglio) Margherita Troili racconta la sua intensa vita di partigiana e di militante politica di sinistra, in prima fila nelle lotte per la rinascita democratica nella sua città, ma anche a livello provinciale e regionale.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina del libro Una donna ricorda di Margherita Troili

Come ha ben descritto Lidia Menapace nella sua presentazione ci troviamo di fronte ad una storia intessuta e intrecciata a una vicenda più pubblica, quella delle lotte antifasciste e della formazione del PCI in Terra di Lavoro.

 

Capua: dalla ritrovata libertà alla tragedia di Alberto Iannone

Da I ragazzi del professore di Adolfo Villani: Capitoli I e II

Capitolo I: Il presagio
Capua 4 gennaio 1945: Margherita si sveglia presto, come fa ogni giorno dal suo ritorno in città. Se ne era allontanata con il marito e la figlia nell’estate del 1943. Era stata un’estate di fuoco. La scelta di sfollare era scaturita da valutazioni molto stringenti. Da un lato gli sviluppi degli eventi bellici imponevano la messa in sicurezza della famiglia. Con lo sbarco degli alleati in Sicilia, infatti, i bombardamenti sui centri urbani si erano fatti sempre più incalzanti. Il destino di Capua, nodo strategico di comunicazione e importante centro militare, appariva inesorabilmente e drammaticamente segnato. Dall’altro, la destituzione di Mussolini – operata il 24 luglio dal Gran Consiglio del fascismo – induceva a un cambiamento di fase nell’attività clandestina dei partiti democratici. E così per mesi avevano vissuto spostandosi nelle campagne verso Villa Volturno (così si chiamava il comune che accorpava gli attuali municipi di Bellona e Vitulazio), Calvi, Teano. Fino a quando, intorno alla metà dell’ottobre del 1943, andati via i tedeschi, il comando inglese aveva inviato delle persone a «prelevare» Alberto Iannone a San Secondino – frazione di Pastorano – per affidargli il controllo dell’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia per i reati minori nella città di Capua. Una scelta indovinata, perché i cittadini si erano subito stretti intorno al- l’uomo che, con la sua coerenza e la sua non comune cultura, aveva saputo conquistare la stima e la fiducia di tutti nel corso di quel ventennio fascista che lasciavano alle loro spalle, con tutto il carico delle sofferenze e delle persecuzioni patite. Il ricordo di quel periodo drammatico e la convinzione di aver voltato definitivamente pagina rendono ancora più piacevole il risveglio.
È straordinario respirare l’aria nuova di libertà, ritrovare la normalità della vita familiare. Certo, Alberto deve dedicare gran parte della giornata alla ricostruzione della città, completamente distrutta, materialmente e moralmente, dal bombardamento del 9 settembre del 1943. Un impegno totalizzante che cambia qualcosa d’importante nel loro rapporto. Lei, infatti, si era legata a quest’uomo di quattordici anni più anziano, fin dal 1930, all’età di diciassette anni, anche se si erano sposati solo dieci anni più tardi. Con lui era cresciuta sul piano culturale e politico, condividendone ogni giorno ansie, sofferenze, speranze. Insieme avevano animato gli ambienti antifascisti clandestini di Terra di Lavoro, il cui territorio era stato in gran parte ricompreso nella provincia di Napoli, dopo la soppressione della provincia di Caserta operata dal fascismo nel 1927 (vedi Giuseppe Capobianco, Fascismo e modernizzazione. La scomparsa di Terra di Lavoro nel 1927, Centro studi «Corrado Graziadei», 1991).
Al suo fianco aveva attraversato il drammatico autunno di lotta partigiana, vissuto da protagonista di azioni di sabotaggio e dell’uccisione di un soldato tedesco. Sempre si era lasciata guidare da lui. Ora tutto sta cambiando. Non solo i numerosi impegni pubblici del marito ma anche la responsabilità che le è stata assegnata di coordinare i circoli dell’Unione donne italiane (Udi) nella zona, le impongono di imparare a fare da sola, di decidere in piena autonomia. Per il carattere vivace, tenace, e anche un po’ ribelle, vive questa condizione come un’occasione, un’opportunità che può farle compiere un salto di qualità nella sua formazione politica. Margherita ha trentadue anni e, grazie al nuovo incarico, frequenta a giorni alterni, il pomeriggio, la federazione comunista di Napoli. Qui entra in contatto con personalità di rilievo. Conosce il mitico Velio Spano, già collaboratore di Gramsci, condannato dal Tribunale speciale, espatriato in Francia e in Egitto, animatore delle brigate garibaldine nella guerra civile in Spagna, fondatore con Giorgio Amendola di un giornale comunista a Tunisi, dove è condannato due volte in contumacia dal governo alla pena di morte, e dove forma un dirigente comunista del calibro di Maurizio Valenzi. Frequenta il severo responsabile di organizzazione, Salvatore Cacciapuoti, dal quale apprende un metodo di lavoro fondato su una rigorosa intransigenza. Stabilisce un rapporto di stima e di amicizia con Maddalena Secco, della Commissione nazionale femminile del partito.
Questa nuova esperienza suscita in lei, così avida di apprendere e di crescere politicamente, grande entusiasmo. Tuttavia non vuole spingere la sua autonomia fino al punto di rinunciare completamente all’aiuto del marito. Perciò, quella mattina del 4 gennaio, si sveglia avendo in testa un pensiero fisso, che la tormenta da giorni e che è motivo di tensione tra i due: convincere Alberto a intervenire per fare assegnare all’Udi un locale in Piazza dei Giudici, in un palazzo che fa angolo con Via Duomo, da cui si apprezza una veduta spettacolare della bellissima piazza principale della città. Il locale, infatti, si trova di fronte al cinquecentesco Palazzo della regia Corte di giustizia, sede del municipio, decorato al pian terreno con le protomi – Giove, Nettuno, Mercurio, Giunone, Cerere, Marte – provenienti dalle chiavi d’arco delle strutture dell’Anfiteatro dell’Antica Capua, e, al piano nobile, dal balcone arengario emergente sul lato della facciata adiacente alla Chiesa di Sant’Eligio, seguita a sua volta dall’arco Mazzocchi con la soprastante Loggia dell’Udienza. In quell’ambiente, riflette tra sé, l’Udi acquisirebbe ben altra visibilità. Da alcuni mesi all’associazione è stato assegnato un locale nel retro del Comune. Un locale, comunque, per niente male, visto che le consente di organizzare lunghe e partecipate discussioni sulla condizione della donna, e, ogni sabato sera, delle piccole festicciole, alle quali partecipano perfino ufficiali e soldati del vicino Pirotecnico esercito. È, però, appartato. In Piazza dei Giudici sarebbe tutta un’altra cosa. L’intervento del marito può essere decisivo. Alberto è la massima autorità della città: ha ricevuto l’incarico dalla federazione comunista napoletana «di costituire a Capua il Cnl [Comitato nazionale di Liberazione] e di entrarvi da socialista» (Margherita Troili, Una donna ricorda, Il Ventaglio, Roma, 1987) è diventato membro del Cnl provinciale, assessore comunale, e inoltre è stato designato, dal 1° febbraio del 1944, dal dirigente dell’ufficio del lavoro di Napoli, il dottor Alfredo Sorrentino, collocatore capo zona della sottosezione di collocamento di Capua. Insomma, se sostiene la richiesta dell’Udi, è fatta. Alberto, però, è un uomo rigoroso e severo. Lo è soprattutto verso se stesso e i suoi familiari.
Margherita lo sa molto bene. Ricorda perfettamente quanto accaduto pochi mesi prima. Si avvicinava una festività e aveva deciso di utilizzare le belle tende azzurre del suo salotto per cucire un vestito nuovo alla figlia Mariateresa. Terminata l’opera, le mostrò orgogliosa la bambina. La sua reazione la gelò: «Ma ti pare che con la miseria e la fame di cui soffre Capua mia figlia possa andare in giro vestita in questo modo?». Ne seguì una spiegazione pacata ma chiara nelle conseguenze pratiche, al termine della quale si vergognò di quello che aveva fatto e ripose il vestito nell’armadio. Certo questa volta la questione è diversa e lui non è stato così brusco. Non ha escluso un suo interessamento. Ha solo deciso di prendere tempo. Vuole verificare se il locale è stato oggetto di altre richieste, se vi sono altre priorità. Tuttavia questa volta Margherita non ha nulla di cui vergognarsi.
La sua richiesta nasce da ragioni politiche e non personali. Anzi è convinta che ora sia Alberto a esagerare e perciò da alcuni giorni gli porta il broncio. Quella mattina del 4 gennaio, appena sveglia, tenace come è, torna alla carica. Dopo aver affidato ai nonni Mariateresa, che era arrivata ad allietare la loro unione da circa quattro anni, chiede ad Alberto di recarsi con lei a ispezionare quel locale. Vuole spiegargli sul posto perché, cambiando sede, l’attività dell’Udi può risentirne positivamente. Vuol fargli capire che, se gli dà una mano, non lo fa per assecondare un capriccio della moglie, ma per rispondere a un’importante esigenza politica di un’organizzazione che svolge un ruolo decisivo nella battaglia per l’emancipazione femminile. Una questione certo non secondaria nel processo di costruzione di una democrazia avanzata in Italia e in particolare nel Mezzogiorno. Ha toccato il tasto giusto per ottenere almeno la disponibilità all’ascolto. Scendono le scale della casa di Via Roma, nel palazzo ad angolo con la strada che porta il nome della Chiesa di San Martino alla Giudea (ricordo della presenza a Capua di una comunità ebraica dalla metà del XII secolo, fino all’espulsione avvenuta nel 1540). Percorrono il breve tratto che li separa dall’arco del Museo campano. Qui imboccano Via Duomo. Giunti in Piazza dei Giudici rimangono attoniti: il palazzo dove è ubicato il locale è ridotto a un cumulo di macerie. È crollato nella notte. I danni prodotti dalle bombe hanno permesso alle piogge di minarne la stabilità. Non è il primo a finire in quel modo a causa di quel maledetto bombardamento del 9 settembre 1943, e, purtroppo, non sarà neppure l’ultimo. Dopo qualche minuto è Margherita a rompere il silenzio sussurrando: «Pensa se ci fossi stata io lì dentro»; e Alberto, abbracciandola: «Starei a scavare con le unghie e con i denti, disperatamente» (Margherita Troili, op. cit.)

Capitolo II: La tragedia
La mattina successiva un’altra giornata faticosa attende Alberto Iannone: deve avviare alcuni operai al lavoro, assolvere il suo ruolo di coordinatore del Cnl e poi ancora pensare all’Eca, l’Ente comunale di assistenza, la cui gestione di fatto è ormai anch’essa caduta sulle sue spalle. In città si vive una situazione politica delicata. Da qualche giorno il sindaco Andrea Mariano ha rassegnato le dimissioni. Il Cnl è entrato in contrasto con il prefetto di Napoli, che ha destituito la giunta comunale senza motivate ragioni. Forse qualcuno sta passando all’attacco di un quadro politico cittadino giudicato troppo sbilanciato a sinistra. Sa che tocca innanzitutto a lui trovare un nuovo equilibrio. La rottura dell’unità dei partiti antifascisti avrebbe effetti deleteri. Nella riunione del Cnl del 2 gennaio, alla quale non aveva partecipato il rappresentante della Dc, era stato bravo a evitare che le tensioni producessero rotture difficilmente ricomponibili. Aveva proposto un documento molto equilibrato, nel quale i partiti segnalavano l’indisponibilità a sostenere un nuovo sindaco che non fosse espressione del Cnl.
Queste tensioni lo riportano con la mente indietro di qualche mese facendogli pensare di aver fatto bene quando, pochi mesi prima, di fronte alla proposta avanzatagli dal partito di trasferirsi a Roma, per lavorare alla redazione di un giornale, aveva deciso di prendere tempo. Non se l’era sentita di lasciare i suoi impegni a Capua di punto in bianco, nonostante le insistenze di Margherita a trasferirsi subito nella capitale. Aveva ritenuto fosse prematuro lasciare la presidenza del Cnl locale. Doveva continuare a interessarsi della ricostruzione del Laboratorio pirotecnico, prima fonte di lavoro per Capua.Era soprattutto per ricostruire quella fabbrica che aveva accettato l’incarico di collocatore. Con gli operai del Pirotecnico aveva un forte legame, fin dai tempi della clandestinità. Era profondamente consapevole del ruolo essenziale di quei lavoratori per il tessuto democratico della città.
Una classe operaia così legata al proprio stabilimento da aver trovato la freddezza e il coraggio, nei momenti drammatici del dopo armistizio, di sotterrare le macchine ed evitare che i tedeschi le distruggessero. E poi aveva bisogno del tempo necessario per formare un valido sostituto alla direzione dell’ufficio del lavoro, preparargli il terreno, evitare che un posto così importante finisse nelle mani di qualcuno che lo usasse per fini di puro potere. Certamente l’impresa si stava rivelando più lunga del previsto. Con questi pensieri ancora nella mente saluta Margherita. Lei come tutte le mattine si assicura che non porti con sé più soldi del necessario, per evitare che, come spesso accade, ritorni a casa con le tasche vuote. Lui è fatto così: di fronte all’aiuto richiesto dalle tante persone in difficoltà che gli si rivolgono, alle quali non riesce sempre a dare un lavoro, si priva di tutto ciò che porta con sé. Forse quella mattina ha fretta e perciò, contravvenendo alle sue abitudini, dedica meno tempo del solito alle tante persone che quotidianamente lo trattengono lungo il percorso che lo conduce all’ufficio, per chiedergli un aiuto, un consiglio o semplicemente per salutarlo. Fatto sta che alle nove Alberto Iannone e cinque operai in procinto di essere avviati al lavoro rimangono schiacciati dal solaio del palazzo del Corso appio dove ha sede il collocamento. È crollato a causa dei danni causati dal bombardamento e dalle continue infiltrazioni di acqua piovana.Quel che accadde poi lo conosciamo dalle toccanti pagine che Margherita dedica nel suo libro al ricordo di quelle tragiche ore: «Sulla soglia io, sola. Sola con il bisogno di scavare con le unghie e con i denti, disperatamente. E poi la speranza e la corsa da un ospedale a un altro ospedale. La sosta in quello di Santa Maria Capua Vetere, ove un infermiere, incurante della mia presenza, sollevando una gamba di uno di loro che io credevo solo ferito e lasciandola cadere, esclamò quasi indignato o infastidito: “Che cazzo li avete portati a fare. Questi sono Morti”.
E poi; questi sei corpi scaricati – questo il termine – perché dalle barelle furono scaricati, rovesciati in terra nella sala mortuaria. E poi; io sola. Sola con questi poveri morti irriconoscibili; irriconoscibili tanto che, dopo averli guardati ancora una volta, gridai: “Alberto non c’è, bisogna tornare a Capua”. E poi; l’orologio che egli di solito portava al polso mi dà il segno della sua presenza lì, fra quelle carni maciullate. Non ci furono più dubbi. E mi sedetti per terra accanto a lui e incominciai a toccarlo, a toccarlo ancora, a parlargli piano quasi sottovoce, a chiamarlo. E poi; ancora la speranza perché questi sei corpi furono ricaricati sull’ambulanza e portati all’ospedale di Capua, ed io sempre con loro sull’ambulanza nel- l’ospedale. E poi; tutto come in un incubo, come in un sogno orrendo e impossibile. I fiori, tanti tanti. Gli operai tutti che piangevano il loro compagno morto. Gli alunni, i suoi alunni. Tutto avveniva al di fuori della mia percezione. Il corteo funebre, interminabile, per le vie di Capua deserta. Non un balcone, un portone, un negozio aperto. I cittadini tutti erano con me. Ma io non li vedevo. Ma io non li sentivo. E poi; la piazza gremita fino all’inverosimile. Le parole del compagno Picardi che vanno e vengono. Quelle del compagno Bellocchio in nome dei giovani comunisti. E tanti, volti intorno. E tante mani protese. E tanti pugni chiusi. E io che non ero in grado neanche di soffrire! Sono rimasta sola, sola a decidere della mia vita; nessuno mi può aiuta- re. Io che tanto mi ero lasciata guidare, amare da quest’uomo meraviglioso non sono in grado di far nulla per me» (Margherita Troili, Una donna ricorda, cit.)

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Alberto Iannone
 

Alberto Iannone
Fu un perseguitato politico, antifascista, il quale a seguito delle famigerate leggi eccezionali fasciste aveva subito ogni sorta di soprusi e danni di carattere morale e fisico. Dopo circa trent’anni di impegno a favore delle classi subalterne, anni vissuti con la coerenza dei grandi uomini che sanno ove è presente la sofferenza e il dolore di chi subisce condizioni ingiuste ed inique, il professore Alberto Iannone di Capua, a soli quarantasei anni, rimase vittima il 5 gennaio 1945, con altri cinque operai del Pirotecnico, del crollo del solaio del collocamento, sito in Corso Appio a Capua, ove lavorava e che aveva subìto danni rilevanti dal bombardamento e dalle infiltrazioni di acqua piovana. Iannone lasciava l’inseparabile compagna Margherita Troili, ed inoltre un vuoto nel Partito Comunista, nella sua città e nell’intera provincia di Terra di Lavoro. Vedi foto sopra con M. Troili.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Antonio Marasco
 

Antonio Marasco
Fu il fondatore nel 1919 della Camera del Lavoro di Piedimonte Matese insieme agli operai elettrici della centrale, ove lavorò fino al pensionamento. Tale sede diede impulso alla sezione massimalista del Partito Socialista Italiano, la quale aderirà con la forza dei suoi 200 iscritti al Partito Comunista d’Italia, dopo la scissione di Livorno. Negli anni del Fascismo Marasco fu presidente del Comitato di Liberazione Nazionale di Piedimonte, mentre si organizzava il Movimento Operaio di Terra di

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto di Antonio Marasco

Lavoro con segretario provinciale Corrado Graziadei, delegato alla conferenza di Capanna Mara presso Como nel 1924, anno in cui Graziadei avrà il compito di accompagnare Antonio Gramsci e di ospitarlo nella sua abitazione di Sparanise.
Nel 1956 la sinistra a Piedimonte Matese ottenne un 39,2% di consensi, riuscendo a competere quasi alla pari con la Democrazia Cristiana che raggiunse il 42,6%, mentre le Destre il 18,2%. Tale successo fu dovuto preminentemente ad Antonio Marasco, alla sua credibilità e alla sua coerenza nel guidare il Partito Comunista Italiano nel territorio di Piedimonte, uomo a cui anche gli avversari riconoscevano le sue idealità rapportandosi con lui con gran rispetto e stima. A conferma di ciò, quando morì poco tempo dopo le elezioni, il 15 luglio 1956, all’età di 62 anni, anche la Chiesa locale non fece alcuna opposizione ai funerali religiosi di Antonio Marasco, data la volontà dei familiari di “portarlo in Chiesa”. Allora vi fu l’accordo per un funerale misto, un funerale organizzato dal Partito e uno dalla Chiesa per ricordare l’uomo che aveva inalberato la bandiera rossa sul Monte Cila il primo maggio 1943, avvenimento che lo stesso Capobianco definisce “clamoroso”.

 

Antonio Marasco, il comunista di Piedimonte d’Alife dalla parte degli ultimi

Il movimento operaio a Piedimonte d’Alife di Armando Pepe

Con prosa efficace e rapida lo storico Giuliano Perticone, ad affresco di un’epoca di forti tensioni sociali e segnata da una lotta politica lunga e tenace, credette opportuno scrivere che «La crisi del 1898 era stata piena di insegnamenti. La reazione crispina non si era ripetuta nelle stesse condizioni e con lo stesso apparente successo. Le Camere del lavoro già unite in Federazione scendono da 19 a 4, ma nel 1900 sono di nuovo 19. Più tardi altri organismi si sostituiscono alla Federazione delle Camere del lavoro[1]». Sulla scia di queste grandi idealità trova uno spazio tutto suo Antonio Marasco, morto a 62 anni in Piedimonte il 15 ottobre 1956.

Chi era Antonio Marasco?
Il primo a scriverne un profilo biografico fu Giuseppe Capobianco, il quale ammise, data la frammentarietà delle informazioni reperibili, che era un’impresa non facile, nonostante avesse rovistato negli archivi tra Caserta, Benevento e Roma. Tuttavia, perdurando l’assenza di ulteriori fonti e facendo di necessità virtù, proviamo a delineare un ritratto di Antonio Marasco e una brevissima storia degli albori movimento operaio a Piedimonte, dove la Sezione massimalista, forte di 200 iscritti, nell’ottobre del 1924 aderì compattamente al Partito comunista d’Italia, quello di Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Camilla Ravera. Durante la duratura parentesi fascista, sia pure senza clangori ma non in modo felpato, l’opposizione operaia fu presente, continua e costante.
Alla caduta del regime mussoliniano, Antonio Marasco fu Presidente del Comitato di Liberazione a Piedimonte, proprio nel momento in cui Don Giacomo Vitale fu scelto dagli Alleati quale commissario straordinario dell’Ospedale civile. Andando a ritroso, dalle poche carte di Prefettura disponibili si viene a sapere che il 5 gennaio 1925 a Piedimonte «Un gruppo di comunisti armati di bastone, incoraggiato da rappresentanti del Partito popolare, si diresse verso la sezione del Fascio per provocare. Furono scambiate bastonate e rimasero feriti quattro comunisti, di cui uno giudicato guaribile oltre il ventesimo giorno. Dei quattro comunisti fermati, due, e cioè Boggia Giuseppe e Santomassimo Andrea, sono stati denunziati quali autori di lesioni, Marasco Antonio e D’Abbraccio Carmine per correità in tale reato[2]». Per i postumi delle percosse subite Andrea Santomassimo negli anni seguenti morì.
Non è distante dalla realtà supporre che l’episodio accennato rimanesse indelebile nella memoria di Antonio Marasco, il quale continuò svolgere il proprio lavoro di dipendente della Società Meridionale di Elettricità alla Centrale di Piedimonte.

Verso la fine della Seconda guerra mondiale e dopo
A fine agosto 1944 il dottor Italo Mormile, Prefetto di Benevento, appose la propria firma su di un decreto che stabiliva la nuova composizione dell’Amministrazione comunale di Piedimonte[3], formata da: l’avvocato Alfredo Ricigliano (sindaco), il prof. Giacinto Cirioli (assessore effettivo), l’avvocato Vincenzo Cappello (assessore effettivo), il signor Vittorio Geraci (assessore effettivo), l’avvocato Vincenzo Di Matteo (assessore effettivo), il dottor Fernando Tedesco (assessore supplente), il signor Federico Lupoli (assessore supplente nonché fedele seguace di Don Giacomo Vitale).
Ricordava in un suo libro, scritto in presa diretta, l’ex sindaco di Napoli, e senatore comunista, Maurizio Valenzi che «La più bella manifestazione di fraterna solidarietà è stata però quella organizzata il 1° ottobre scorso [1944] a Piedimonte d’Alife, in onore dei combattenti delle divisioni «Folgore» e «Legnano». Vi presero parte più di 10000 soldati, assieme alla popolazione di Piedimonte d’Alife. La presenza del Sottosegretario alla Guerra Mario Palermo, del Vescovo di Alife [Luigi Noviello], del Generale [Umberto] Utili, di numerosi ufficiali di Stato Maggiore e del rappresentante [Antonio Marasco] dei sei Partiti uniti nel Comitato di Liberazione diedero a questa bella festa di solidarietà popolare il carattere di una grande manifestazione di unità nazionale. Il successo della manifestazione stroncò definitivamente i tentativi criminali di alcuni ufficiali fascisti che si erano sforzati, alcuni giorni prima, di creare a Piedimonte una situazione incresciosa provocando incidenti tra i soldati del Corpo di Liberazione e la popolazione civile[4]».
Nel dopoguerra, e fino alla morte, Antonio Marasco rimase fedele agli ideali di gioventù, non dimenticando di stare sempre dalla parte degli ultimi, e pertanto gli fu intitolata la sezione piedimontese del PCI (Partito Comunista Italiano).

Fonti e riferimenti bibliografici
Mario Palermo, Memorie di un comunista napoletano, Parma, Guanda 1975.
Armando Pepe, Le origini del fascismo in Terra di Lavoro (1920-1926), Canterano Aracne 2019.

[1] Giacomo Perticone, La formazione della classe politica nella Italia contemporanea, Firenze, Sansoni 1954, p. 98
[2] ACS, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati, Anno 1925, busta 119, fascicolo 81 “Caserta e provincia”, sottofascicolo “Piedimonte d’Alife”.
[3] Giuseppe Capobianco, Antonio Marasco e il movimento operaio di Piedimonte Matese, Caserta Federazione comunista 1986, p. 44.
[4] Maurizio Valenzi, Esercito e popolo: parole ai nostri soldati, Napoli, Edizioni della Federazione comunista napoletana 1944, pp. 6-7
Come possiamo vedere nell’elenco non c’era il nome di Antonio Marasco, il quale nondimeno era Presidente del CLN locale.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Corrado Graziadei
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Corrado Graziadei

Corrado Graziadei
Giunse al Partito Comunista Italiano dalle fila socialiste dove aveva militato fin da giovanissimo prima come segretario cittadino e poi come segretario della federazione giovanile socialista. La sua iscrizione alla Federazione Giovanile Socialista Italiana risale al 1907, quando aveva appena 14 anni.
Graziadei era nato l’11 agosto 1893 a Sparanise, patria di Leopoldo Ranucci, divenuto assessore al Comune di Napoli nella giunta del Cln. A 16 anni fu denunciato e condannato dalla pretura di Pignataro Maggiore a pagare cinque lire di ammenda “quale promotore di processione civile senza licenza e per disturbo della quiete pubblica”. Anche nel suo impegno politico di

deputato Graziadei tenne fede alla sua coerente visione di vita di stare sempre con i più umili e con quelli che soffrivano condizioni sociali inaccettabili e a dir poco ingiuste. Egli continuò la sua lotta per l’emancipazione delle classi subalterne fino alla morte, avvenuta il 13 luglio 1960.
Nella sua lunga militanza ricoprì vari incarichi anche di livello regionale nazionale, prima nel PSI e poi nel PCI, di cui fu uno dei primi segretari nella ricostruita Federazione provinciale il 1945. Tra le cariche pubbliche ricordiamo quella di sindaco di Sparanise nel 1944, di consigliere Provinciale nel 1946 e di Deputato al Parlamento nel 1953. Negli anni venti diversi comuni a guida socialisti furono assaliti dalle squadracce fasciste, a partire da Capua e da S. Saria CV che già era sede del Tribunale. Nel 1924 vi fu una rivolta contadina a Teano contro le nuove pesanti tasse imposte dal regime con l’avallo degli agrari.
In questi anni Mussolini in persone ebbe a dichiarare che “Caserta deve rassegnarsi ad essere un quartiere di Napoli”, aggiungendo che “i Mazzoni (nome del territorio meridionale di TdL compreso tra Aversa e la costa tirrenica) sono una plaga; con terreno paludoso, stepposo, malarico, abitato da una popolazione che fino dai tempi dei romani aveva una pessima reputazione ed era chiamata popolazione dei latrones”.
Per ironia della sorte qui era uno dei pochi luoghi in Italia dove il duce veniva contestato e beffeggiato.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina libro Scritti di Corrado Graziadei Le lotte nelle campagne di Terra di lavoro 1945-1950   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: libro su Corrado Graziadei di P. Mesolella    
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Gori Lombardi
 

Gori Lombardi
Era nato a Sessa Aurunca l’8 luglio 1916, riuscì ad entrare in consiglio provinciale nel 1964, tentando senza successo di diventare parlamentare della Repubblica come Corrado Graziadei nel cui collegio fu candidato nel 1958 e nel 1963. Poteva ancora dare un contributo rilevante all’emancipazione delle lavoratrici, ma mancò a soli 49 anni il 23 marzo 1966. Fu uno dei più importanti protagonisti della storia del Pci casertano. I contadini che avevano avuto assegnate le “quote” del terreno bonificato entrarono in conflitto con la politica agraria del regime. Nel dopoguerra le lotte dei “quotisti2 continuarono e a dirigerle fu proprio Gori Lombardi, che fondò la locale sezione del PCI a Sessa Aurunca nel 1944. Egli ebbe anche un ruolo di primo piano durante le occupazioni di terra del 1945 a Carinola. Poi ebbe modo di partecipare alla scuola quadri del PCI.
Anche lui entrò in contrasto con le tendenze personalistiche del dirigente De Andreis e venne gradualmente emarginato dai compiti di direzione all’interno del partito, come capitò a molti altri. La sezione comunista di Sessa Aurunca venne ricostruita il 19 febbraio 1944 da Gori Lombardi, insieme con altri militanti comunisti che avevano combattuto clandestinamente nella zona sessana, come Corrado Graziadei e Benedetto D’Innocenzo avevano fatto nell’agro caleno, così come il professore Alberto Iannone e i compagni di Capua, Antonio Marasco fu fondatore del movimento operaio a Piedimonte Matese e Leopoldo Cappabianca a Santa Maria Capua Vetere. Nella riunione del 19 febbraio, Gori Lombardi fu eletto all’unanimità segretario della sezione comunista di Sessa Aurunca e partecipò alla svolta di Salerno, diventando altresì delegato al primo congresso della federazione comunista campana del 27 febbraio 1944.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Michele Izzo
 

Michele Izzo di Carano di Sessa
Giuseppe Capobianco, nel ricordare la sua figura, usa parole che tendono al lirismo al fine di comunicare quanto questo uomo, semplice lavoratore, abbia inteso dedicare la sua vita al riscatto delle classi subalterne di Terra di Lavoro, profondendo il suo costante impegno nel territorio sessano già dal 1920. Izzo seppe far intendere agli “intellettuali per vocazione” che non bisognava cullarsi su un passato di lotta alla resistenza e vivere di rendita su di esso. Per lui anche la lotta resistenziale era stata un grande momento di sofferenza, ma essa costituiva il preludio per le grandi lotte contadine, già iniziate nel 1920, da intraprendere dopo gli anni del fascismo ancora con maggiore vigore, spirito di sacrificio ed abnegazione “per intaccare nelle campagne i rapporti di proprietà e di produzione e conquistare così una nuova coscienza e una maggiore autonomia delle masse contadine”.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Benedetto D’Innocenzo
 

Benedetto D’Innocenzo (Calvi Risorta 1879-1962)
Si rivela figura storica rilevante nella lotta non solo contro il fascismo, ma soprattutto per una società più giusta, in stretto collegamento con l’impegno antifascista, politico e sociale di Corrado Graziadei. Infatti, se la figura di Graziadei risulta rilevante al fine di conoscere la storia dell’antifascismo, dell’organizzazione del Partito Comunista, delle lotte contadine in Terra di Lavoro, non minore rilievo riveste la figura di Benedetto D’Innocenzo. D’altronde i rapporti tra i due non erano solo di impegno politico comune, quasi parallelo, ma anche di rispetto e grande amicizia. Benedetto D’Innocenzo era titolare di una fabbrica di bibite che commercializzava nell’agro caleno. Si iscrisse al PCd’I nel 1921.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto di Benedetto D’Innocenzo

Nel 1924 Graziadei ospitò Antonio Gramsci nella sua abitazione di Sparanise, all’incontro fu presente anche il D’Innocenzo. Nell’anno successivo a Taverna Mele, residenza della famiglia D’Innocenzo, si svolse il Congresso Provinciale del Pcd’I presieduto da Celeste Negarville. Nel 1926 l’attivismo antifascista costò a D’Innocenzo sei anni di ammonizione. Iniziano quelli che Giuseppe Capobianco definisce “gli anni bui”. D’Innocenzo continuò ad essere uno dei collaboratori più fidati di Graziadei per la propaganda politica nelle campagne e contrade dell’Alto Casertano ed entrambi furono accomunati dall’arresto e dal confino nel 1937. La sua abitazione di Calvi Risorta, a Taverna Mele lungo la Statale Casilina, fungeva da sede di sezione calena del PCI, ove si recavano spesso esponenti di rilievo dell’allora partito comunista: da Umberto Terracini a Pietro Ingrao, da Giorgio Amendola a Giorgio Napolitano.
Benedetto D’Innocenzo continuò la sua battaglia per l’occupazione delle terre negli anni 1949-50 a Calvi Risorta con il figlio Diocrate che allora aveva 35 anni.

Infatti negli anni che vanno dal 1945 al 1950 in Terra di Lavoro, che era tornata ad essere Provincia di Caserta, iniziarono le occupazioni a Nocelleto di Carinola nel 1945 e proseguirono negli anni successivi in altre zone. Il 27 aprile 1945 la Federterra festeggiava l’assegnazione dei primi terreni occupati. Da allora tentativi di occupazione furono sporadici. Bisogna arrivare al periodo che va dal 22 Novembre 1949 al 17 dicembre 1949 in cui vi furono un susseguirsi di occupazioni di terre incolte: il 22 novembre 2000 braccianti occupano ben 5 tenute dell’agro di Carinola; il 24 novembre 2000 braccianti occupano la tenuta Spinelli di S. Maria La Fossa; il 28 novembre un migliaio di persone occupano la tenuta Pontoni nel territorio di Vitulazio; il 3 dicembre circa 2000 persone occupano la tenuta Limata nell’Agro di Carinola; il 17 dicembre un gruppo imprecisato di contadini occupa la tenuta Porcara di Baia e Latina. L’impegno di D’Innocenzo è stato sempre in prima linea anche in questa fase per favorire la costruzione di una società più giusta. Morì il 26 febbraio del 1962 a Calvi Risorta.

 

Benedetto D’Innocenzo: un uomo normale che seppe dire no al fascismo di Benedetta Mancino
Benedetto D’Innocenzo nasceva il 29 gennaio del 1879 in località Taverna Mele a Calvi Risorta, un paesino facente parte della vasta area di Terra di Lavoro. La sua famiglia, non molto numerosa, era composta da Angelo, suo padre, dalla madre Carolina, dalla sorella Giacomina e dal fratello Isaia. Il papà era nativo di Caporciano, una cittadina abruzzese ed era un carabiniere a cavallo; svolgeva, dunque, un lavoro che lo aveva affrancato dalla condizione contadina delle origini. Ma tra le peculiarità della famiglia di Benedetto c’era anche il lavoro esercitato dalla madre: la signora D’Innocenzo oltre ad essere un’attenta e premurosa madre di famiglia, era un’imprenditrice, proprietaria di una fabbrica di bibite di cui le più note erano la gassosa ed il caffè; alle spalle di questa fabbrica si trovava la “fornace”, in cui venivano preparati e cotti i mattoni che, una volta raffreddati, erano pronti per essere venduti.
La famiglia Mele - D’Innocenzo, pertanto, poteva contare su un'evidente agiatezza economica, il che aveva influito in maniera significativa sulla vita di Benedetto. Egli, infatti, aveva vissuto un’infanzia serena e spensierata, impegnato solo negli studi e ad apprendere i primi rudimenti di musica. A suo modo era una condizione privilegiata; basti pensare che ci si trovava all’indomani dell’Unità d’Italia, quando la povertà ed ancor di più l’analfabetismo erano prepotentemente diffusi, tanto che solo una cerchia ristretta di persone poteva permettersi il “lusso” dell’istruzione.
Oltre alla piaga dell’analfabetismo, a fine 800 l’altra grande afflizione delle campagne meridionali, sempre più spopolate, era l’emigrazione. Per porre rimedio, almeno in parte, a tutto ciò si era intervenuti con la bonifica di varie zone, il che consentiva l'aumento delle colture. In tale contesto, ogni regione cercava di distinguersi con la coltivazione di un determinato prodotto; ad esempio, la Campania si era specializzata per la coltura del pomodoro. In questo stesso periodo, inoltre, si andava sviluppando un primo apparato industriale che aveva provocato un cambiamento significativo nella vita socio-politica del Paese e la conseguente diffusione di idee socialiste tra gli operai sfruttati e malpagati. Da questo malcontento generale nascevano, a poco a poco, a partire dall’ultimo decennio del XIX secolo, i “Fasci dei Lavoratori” e varie organizzazioni solidaristiche e di lotta. L’iniziativa si stava propagando un po’ in tutta la penisola in concomitanza a manifestazioni di propaganda socialista, ma il tutto era diretto, come è stato scritto, da "principianti della politica” e bisognava aspettare la nascita del giornale «La Propaganda» per poter parlare di una vera e propria organizzazione socialista. Il giornale rappresentava, infatti, il punto di riferimento dei diversi nuclei socialisti dislocati nel Mezzogiorno e in Terra di Lavoro, dove prevaleva l’impegno politico e civile dei due fratelli Ranucci di Sparanise, sostenuti anche da molti altri giovani della zona.
Era tra questi giovani che Benedetto D’Innocenzo iniziava a maturare il proprio pensiero politico, avvicinandosi fin da ragazzino alle idee socialiste. Egli, infatti, oltre a coltivare interessi per strumenti musicali quali il clarinetto, la chitarra ed il pianoforte, si interessava di questioni di natura politico-sociale, indignato per la situazione di sfruttamento del proletariato che si giudicava brutalmente schiacciato dalla “mano del padrone".
Nonostante si trattasse di problemi che non lo riguardavano in prima persona, Benedetto prendeva molto a cuore la sorte degli operai. E la cosa appariva ancor più enigmatica se si pensa che lui proveniva da una famiglia di imprenditori, il cui guadagno maggiore era dato dalla fabbrica di gassose, di conseguenza egli era più vicino agli imperativi commerciali del mondo capitalistico che ai bisogni dei proletari. Il giovane, dunque, sosteneva le persone più deboli e, quando poteva, cercava di aiutare chi era in difficoltà.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: lapide a ricordo di Benedetto D’Innocenzo

Quanto detto poc'anzi trova un riscontro anche in un episodio particolare della vita del D’Innocenzo, episodio in cui egli aveva mostrato autonomia di pensiero, nonché coraggio e coerenza nel fare cose in cui credeva. Si tratta di un evento accaduto nel 1894, quando il ragazzino, poco più che quindicenne, aveva deciso di prendere parte ad una manifestazione insieme a degli operai della zona. Durante lo svolgimento, però, erano intervenute le forze dell’ordine che lo avevano arrestato insieme a diversi manifestanti. Benché fosse presto rilasciato, l’infortunio segnava indubbiamente la sua vita, motivandolo ancor di più all’impegno politico militante.

Questo corso delle cose subiva un’interruzione quando il ragazzo, poco meno che ventenne, era chiamato a prestare il servizio militare9, inquadrato come appuntato (successivamente promosso a caporale) musicante in una Caserma della città di Pisa. In Toscana Benedetto D’Innocenzo trascorreva circa un anno, periodo durante il quale aveva conosciuto Alessandra Alessandrini, una ragazza pisana di 5 anni più giovane di lui, figlia di noti industriali della zona. L’amore fra i due era nato fin da subito, nonostante la tenera età della donna. Il loro fidanzamento andava avanti anche quando Benedetto, finito il servizio militare, ritornava a Calvi Risorta. Da quel momento in poi, infatti, tra i due ragazzi iniziava un’intensa comunicazione epistolare.
Qualche anno dopo, il 2 giugno del 1904, finalmente potevano convolare a giuste nozze a Pisa, per poi trasferire la loro residenza a Sparanise, a pochi chilometri da Calvi Risorta, dove Benedetto aveva la possibilità di stare più vicino a sua sorella Giacomina che nel frattempo si era sposata con Emilio Ricca - dal quale aveva avuto quattro figli. A Sparanise, inoltre, il D’Innocenzo aveva un’avviata attività commerciale che, ora, mandava avanti anche grazie all’aiuto della moglie.
Alessandra, tuttavia, non ha potuto dedicarsi a lungo al lavoro: infatti, subito dopo il matrimonio era rimasta incinta e l’anno seguente, il 5 marzo del 1905, dava alla luce Otello. Al primogenito facevano seguito Isaia, nato il 15 maggio del 1906, e Desdemona, nata il 6 novembre del 1907. Erano anni sereni, insomma, senza problemi economici e familiari di alcun genere. Le cose, però, cambiavano repentinamente quando la grande storia della nazione, con le sue terribili e sconvolgenti esigenze belliche, irrompeva anche nella vita privata dei D’Innocenzo richiamando alle armi il capofamiglia.
Benedetto, infatti, il 31 dicembre del 1911 era chiamato ad unirsi ad altri combattenti per partecipare alla guerra in Libia, lasciando di punto in bianco lavoro e famiglia. La notizia lo gettava nello sconforto, non voleva assolutamente partire e si ingegnava per cercare un espediente. Gli serviva però una scusa plausibile che non destasse sospetti, ma soprattutto che non lo facesse apparire come un disertore. Così, il D'Innocenzo - con la complicità della moglie e della sua famiglia — dichiarò di avere gravi problemi finanziari; dovendo provvedere, perciò, al sostentamento di una moglie e tre figli, si riteneva impossibilitato ad espletare i doveri a cui era chiamato. La scusa si rivelava efficace, tanto che sul suo foglio matricolare era immediatamente appuntato un esonero “per motivi economici di famiglia”. Tra l’altro, quest’ultima stava per allargarsi ulteriormente, dato che Alessandra era incinta ed aspettava la quarta figlia - Deifra, nata il 10 di ottobre del 1909.
Il pretesto che il D’Innocenzo aveva utilizzato per non partire militare aveva, indubbiamente, anche un’altra motivazione: il disagio di chi non condivideva i princìpi dell’impresa libica, con le sue logiche aggressive e nazionalistiche. Una posizione, tra l'altro, che animava un gran numero di socialisti, sia a livello locale che nazionale, allorché la maggioranza del partito decideva di ribadire il tradizionale pacifismo socialista, mentre il gruppo riformista (“di destra") aderiva ad una certa concezione “progressista" del colonialismo, schierandosi a favore della guerra in Libia.
Alla fine, questa situazione determinava perfino una rottura all'interno del partito socialista, tant’è che nel 1912 si giungeva alla cacciata dei dirigenti considerati “filo-tripolini” (cioè favorevoli alla guerra di Libia) come Bissolati, Podrecca, Cabrini e Bonomi. Quest’ala, la destra riformista del partito, si organizzava poi in un altro partito ispirato agli ideali del socialismo moderato. Come ricorda Giuseppe Capobianco, la crisi nazionale aveva un immediato riflesso anche sui diversi territori locali, dividendo i militanti, portando perplessità e scompiglio.
La vicenda, tuttavia, sembrava migliorare in seguito ad un altro avvenimento politicamente rilevante, datato sempre 1912: la riforma elettorale che sanciva la conquista del suffragio universale maschile. Il provvedimento prevedeva l’estensione del diritto di voto a tutti i cittadini maschi dai 30 anni in su (senza alcuna limitazione), nonché ai cittadini maschi che avessero compiuto i 21 anni e che sapessero leggere e scrivere o che avessero prestato servizio militare. La riforma, benché ancora monca per la mancata estensione del suffragio alle donne, rappresentava comunque una grande modernizzazione della vita politica; il corpo elettorale si dilatava a dismisura, chiamando alla partecipazione politica enormi strati della società, soprattutto grandi masse di contadini che, così, potevano fare il primo passo verso l’emancipazione e la presa di coscienza della loro forza politica.
Era la prima volta al voto anche per Benedetto D’Innocenzo che, possedendo tutti i requisiti necessari, poteva finalmente esprimere le proprie preferenze politiche, sostenendo le ragioni del PSI. Ma quella del voto non era stata l’unica novità nella vita di Benedetto: nel 1912, il 30 novembre, egli diventava nuovamente padre di un bimbo di nome Diocrate. Con il nuovo arrivato, la famiglia D’Innocenzo diventava davvero numerosa: cinque figli da educare e “tirar su” non era sicuramente un compito facile. Tuttavia, Benedetto ed Alessandra, con pazienza e dedizione, cooperavano e si impegnavano a fondo affinché i propri figli non vivessero in condizioni disagiate.
Dal punto di vista economico, con l’attività commerciale il capofamiglia riusciva a sopperire ad ogni necessità dei bimbi e della moglie; anzi, poteva permettersi anche qualche “lusso”. Basti pensare che Benedetto poteva mandare i propri figli a scuola ed egli stesso poteva coltivare la passione per la musica classica, imparando a suonare diversi strumenti, tra cui il pianoforte. Senza contare l’amore per il teatro e per l’opera, testimoniato persino da alcuni dei nomi che dava ai suoi figli. Ma il D’Innocenzo non dimenticava di prodigarsi molto anche per gli altri, sempre attento ai problemi sociali dei suoi concittadini. Chiunque bussava alla porta di Taverna Mele, infatti, trovava ospitalità ed accoglienza, sia da parte del capofamiglia che della moglie e dei figli. Una generosità, peraltro, che non aveva secondi fini, tanto da non chiedere mai nulla in cambio per i favori elargiti.
Il D’Innocenzo dunque partecipava, oltre che “teoricamente", anche in maniera concreta alla vita socio-politica, mettendo a disposizione il proprio tempo, la propria casa nonché il proprio denaro, in un momento — va aggiunto — tutt'altro che facile della vita economica e sociale italiana. Il Paese, infatti, era scosso dai “disordini sociali dovuti ai grandi scioperi operai che culminavano nella settimana rossa, nel giugno del 1914". Ma se l’Italia era travagliata da questi problemi, il resto dell'Europa non era da meno. I rapporti tra i diversi Stati, infatti, si reggevano su un equilibrio pericolosamente fragile, alla cui base c’erano tensioni di natura politica ed economica, determinate dalle scelte compiute dalle grandi potenze europee a partire dalla fine dell’Ottocento. Una situazione siffatta non poteva durare a lungo. Così, alla prima occasione il tutto degenerava, provocando lo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914.
Al principio, come è noto, l’Italia si dichiarava neutrale. Ma all’interno della penisola si agitavano del-le correnti ben definite e contrastanti fra loro, alcune delle quali tutt’altro che soddisfatte di non poter nuovamente “menar le mani”, si erano schierate a favore dell’entrata in guerra dell’Italia. D’altro canto, però, c’era la stragrande maggioranza della nazione (le masse cattoliche come quelle socialiste, allo stesso modo di gran parte dei liberali) che sosteneva esplicitamente la scelta del non intervento.
Uno dei principali movimenti interventisti era quello nazionalista, già fondamentale nella mobilitazione per la guerra di Libia. La sua ragion d’essere si basava sul concetto di “nazione, concepita come insieme di persone unite fra di loro da vincoli indissolubili”. Tale concezione aveva una duplice funzione: unificatrice. Da persone dello stesso Paese, e disgregatrice, tra gente di nazionalità diversa. Se da un lato, infatti, spingeva il popolo a restare unito, dall'altro incoraggiava un comportamento che per certi aspetti appariva aggressivo e razzista. In altre parole, il nazionalismo, sostenendo la supremazia assoluta della propria comunità nazionale, predicava un'inevitabile contrapposizione verso tutti gli altri Paesi. Tanto che, per alcuni protagonisti del nazionalismo italiano (si pensi a Papini), la guerra diventava uno strumento vitale e positivo: un lavacro per determinare l’igiene del mondo.
Il fronte interventista, tuttavia, era molto composito e non si riassumeva tutto nelle elucubrazioni del nazionalismo. C'era, infatti, anche un interventismo democratico e di marca riformista, nonché risorgimentale che vedeva nel conflitto come l’ultima guerra di liberazione, l’occasione per redimere le ultime terre irredente (il Trentino e la Venezia Giulia). Tra questi anche alcuni socialisti, sebbene rappresentassero la minoranza nel corpo di un PSI compattamente schierato contro la guerra. Per altri versi, c'era anche un'estrema sinistra interventista, quella sindacalista rivoluzionaria, che guardava alla guerra come la scintilla dell’auspicata occasione rivoluzionaria.
Su quale versante si fosse idealmente schierato Benedetto D'Innocenzo non appare molto chiaro, ma l’aver chiamato Trento e Trieste due dei suoi ultimi figli sembrerebbe accostarlo alla corrente interventista democratica. È soltanto un'ipotesi; quel che è certo, invece, è che era richiamato alle armi nel maggio del 1915 senza che andasse alla ricerca di nuove scuse per non partire - sebbene qualche ragione potesse ragionevolmente addurla anche in questo caso: Benedetto, infatti, lasciava Alessandra incinta del suo sesto figlio che nasceva un paio di mesi dopo la partenza, il 2 luglio del 1915, iscritto all'anagrafe (appunto) con il nome di Trento. Per la signora D’Innocenzo non era affatto facile gestire da sola una famiglia con tanti figli; come se questo non bastasse, il piccolo si ammalava gravemente, di poliomielite, quando aveva ancora solo pochi mesi.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: tessera del PCI anno 1945 di Benedetto D'Innocenzi

Nel frattempo, Benedetto cercava di far giungere sue notizie a casa con una certa assiduità. A volte inviava delle vere e proprie cartoline per far vedere il luogo in cui si trovava. Partito per il fronte come musicante, era mandato a Cervignano del Friuli, in provincia di Udine. In questa località, secondo alcuni racconti dello stesso D’Innocenzo, sarebbe avvenuto rincontro col maestro Arturo Toscanini, il quale lo avrebbe inquadrato ai suoi ordini nella banda militare dell’esercito. Tra i due sarebbe nato, come amava ricordare Benedetto, un rapporto di stima e d’amicizia tale che, al termine del conflitto, Toscanini gli avrebbe chiesto addirittura di seguirlo negli USA per continuare a lavorare insieme.

Un invito davvero autorevole e intrigante che, però, l’imprenditore casertano, memore dei doveri familiari, non aveva alcuna possibilità di accettare.
Quanto di vero e quanto di leggenda ci fosse nell’aneddoto appena narrato non è dato saperlo. Ma dando uno sguardo alla biografia dell’autorevole Maestro è stato possibile appurare due cose. In primo luogo. Arturo Toscanini aveva preso parte alla grande guerra raggiungendo, con i "suoi uomini", una delle postazioni più avanzate in provincia di Udine. In secondo luogo, Toscanini qualche anno dopo la guerra era effettivamente partito per una tournée negli Stati Uniti, come narrava il D’Innocenzo. Dunque, sembrerebbe esserci una certa rispondenza tra la storia dell’illustre direttore d’orchestra ed i racconti di Benedetto. Tuttavia, non resta possibile chiarire tutti i termini dell’avvenimento e del contesto nel quale si verificava.
Toscanini a parte, ritornando alla storia del nostro protagonista - alla fine del 1918 terminava la prima guerra mondiale, con la vittoria dell’Intesa e quindi anche dell’Italia che riusciva ad ottenere i tanto agognati Trento e Trieste. Alla conclusione del conflitto i militari potevano far ritorno a casa ed anche Benedetto, una volta ottenuto il congedo illimitato, tornava alla propria famiglia, potendo finalmente conoscere il suo ultimo figlio. Aveva da recuperare un bel po’ di tempo, all’incirca tre anni di lontananza dalla moglie, ma soprattutto dai figli che Benedetto ritrovava cresciuti. Otello aveva quasi 14 anni ed aiutava sua madre, insieme ad Isaia e Desdemona.
La famiglia D'Innocenzo, dunque, si era dovuta riorganizzare per andare avanti. Col ritorno di Benedetto, ovviamente, le cose iniziavano ad andare molto meglio. Quanto meno si alleggerivano le responsabilità che Alessandra si era dovuta sobbarcare negli anni della guerra, ritrovando progressivamente la tranquillità e la stabilità di un tempo. A contribuire a tutto ciò si era aggiunto il fatto che Alessandra era nuovamente incinta. La nuova arrivata nasceva il 15 novembre del 1919 e, come anticipato, era stata chiamata Trieste.
Immediatamente dopo la fine del conflitto, Benedetto iniziava a fare propaganda politica, ma solo fino al Natale del 1920, quando veniva accusato di oltraggio e resistenza all'arma dei Reali Carabinieri. in quella circostanza egli decideva di ridimensionare il suo impegno, almeno fino a quando non si sarebbero calmate un po’ le acque. L'anno seguente, tuttavia, la situazione del proletariato italiano stava per subire una trasformazione radicale, sia in ambito locale che nazionale. Difatti, il mito della rivoluzione d’Ottobre e il crescere del conflitto sociale interno determinavano una netta frattura all’Interno del PSI, provocando poi la scissione di Livorno del 1921 e la conseguente formazione di una nuova organizzazione: il Partito Comunista d’Italia, sezione della III Internazionale. Il napoletano Amadeo Bordiga era il principale leader del neonato gruppo. Secondo lui il nuovo partito doveva essere formato da un insieme di rivoluzionari professionisti, ristretto e compatto, che avrebbe dovuto guidare le masse quando si sarebbe presentata l’occasione rivoluzionaria. Si trattava di una concezione molto vicina a quella di Lenin il quale, però, si trovava ad agire in un contesto sociale arretrato e contadino come quello russo. Tale differenza di ambiente era la principale contestazione con cui Antonio Gramsci si opponeva a Bordiga.
Per Gramsci la rivoluzione italiana non poteva essere una meccanica traduzione dell’esperienza russa per l’evidente diversità dei due Paesi. In tal senso, nel contesto nazionale dell’Occidente, il partito rivoluzionario non poteva ridursi ad un nucleo ristretto, centralizzato e separato dal contesto sociale. Infatti, se in Oriente lo Stato era tutto, nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto. In altre parole, in Italia dietro l’apparato statale si scorgeva una “robusta struttura della società civile”, per cui secondo Gramsci l’affermazione del socialismo nella nostra penisola sarebbe dovuto passare attraverso una lenta e progressiva conquista dell’intera società per poi giungere alla struttura dello Stato. Questo dibattito aveva un risvolto anche sul piano internazionale, nella fattispecie si parlava del “caso italiano” negli organismi della Terza Internazionale, dove Gramsci si trovava perfettamente in linea col comunismo sovietico (e da esso veniva ricambiato e sostenuto), mentre Bordiga sembrava allinearsi alle ragioni dell’opposizione guidata da Trotskji. Bordiga, in ogni caso, era un leader riconosciuto ed autorevole nella base del partito italiano.
Tra coloro che decidevano di seguirne le orme c’era anche Benedetto D’Innocenzo, che si schierava al suo fianco sin dai giorni successivi la scissione di Livorno. Ma non era stato il solo a fare “la grande svolta”. Di lì a poco arrivavano anche un gran numero di ferrovieri della provincia, espulsi dal lavoro perché organizzatori degli scioperi; tra questi emergeva Corrado Graziadei, il futuro leader e parlamentare comunista, abitante a Sparanise che, non più giovanissimo, si iscriveva alla facoltà di Giurisprudenza per diventare un brillante avvocato pochi anni dopo. Benedetto stringeva con lui un’amicizia destinata a durare per tanti anni e che portava i due a vivere delle esperienze drammatiche, ma allo stesso tempo intense e significative.
Nel maggio del 1924 Graziadei partecipava al Convegno segreto di Como, dove era andato in rappresentanza della Federazione comunista di Caserta e lì, anche l’ex ferroviere aveva sostenuto le posizioni assunte da Bordiga. A lui si accodavano molti altri, tanto da far pensare che il leader napoletano avrebbe conservato tranquillamente il controllo del partito. Tuttavia, Bordiga non aveva potuto mettere in pratica la sua aspirazione poiché a livello internazionale era cambiata la “scena”. Nel corso del quinto congresso della Terza Internazionale, infatti, Stalin liquidava l’opposizione guidata da Trotskji, compreso Amadeo Bordiga. Tutto ciò aveva un riflesso immediato sul piccolo partito italiano, al quale si imponeva immediatamente un cambio della leadership.
Intanto, nella vita dell’imprenditore D’Innocenzo si avvicendavano una serie di avvenimenti più o meno piacevoli. Il 14 marzo del 1922 nasceva Giacomina Ribelle detta Mimina, ma l’anno successivo tanta gioia veniva oscurata da un terribile lutto per la morte di un’altra figlia: Vladimira, scomparsa a pochissimi mesi. Era un duro colpo per l’intera famiglia, ma soprattutto per Benedetto che era riuscito a superare l’accaduto con grande difficoltà, trovando solo nel crescente impegno politico un lenimento e una valvola di sfogo. Aveva infatti ripreso l’attività militante, questa volta - come si è preannunciato - nelle fila del comunismo, andando incontro a non pochi inconvenienti. I tempi, peraltro, erano cambiati, la battaglia politica si era fatta più dura e lo spettro del fascismo diveniva sempre più manifesto ed evidente.
Il 9 aprile del 1925, Benedetto era oggetto addirittura di una perquisizione personale in seguito alla quale gli era stato sequestrato un opuscolo del “Soccorso Rosso’’. Immediatamente dopo, altri controlli (in diverse case di sovversivi milanesi) favorivano il ritrovamento di alcuni elenchi di nomi, fra i quali quello del D’Innocenzo. Nello stesso periodo, inoltre, Benedetto veniva sorpreso mentre affiggeva dei manifesti di propaganda comunista ed era arrestato subito dopo. Come ricorda la prefettura di Caserta: il 9 aprile 1925 subì una perquisizione personale che fruttò il sequestro di un opuscolo sovversivo intitolato “Il perché del soccorso rosso internazionale’’. Da perquisizioni fatte eseguire in Milano in casa idi sovversivi furono trovati diversi elenchi di nomi fra i quali il suo. La sua attività l'esplica soprattutto nei comuni di Sparanise. Pietramelara e Riardo. Risulta altresì di essere stato arrestato per affissione di manifesti sovversivi offensivi alle istituzioni ed incitanti all'odio fra le classi sociali.
Tuttavia, l’infortunio non scoraggiava certo un uomo come Benedetto D'Innocenzo che imperterrito continuava la sua battaglia. Un episodio che testimoniava il persistente e costante impegno politico era quello dell’incontro tra comunisti in una casa colonica nei pressi di Riardo. Si trattava del Congresso provinciale del partito, avvenuto nel 1925 e presieduto da Ennio Gnudi e Umberto Terracini. In questa circostanza, in cui veniva deciso il nuovo nucleo che avrebbe diretto l’azione del partito, era riconfermato Graziadei alla guida della federazione, affiancato proprio da Benedetto D’Innocenzo, oltre che da Domenico Schiavo, da Antonio Marasco, da Gennaro Leoncavallo e da Ambrogio Ursillo. Come se non bastasse, qualche mese dopo il Congresso della FGCI presieduto da Celeste Negarville si svolgeva a Taverna Mele, la dimora del D’Innocenzo.
Entrambe le riunioni si svolgevano in assoluto segreto, perché se solo la polizia avesse sospettato un minimo movimento, avrebbe impedito il tutto, arrestando certamente i malcapitati. E la situazione politica era destinata solo a peggiorare. Infatti, nel novembre del 1926 Benito Mussolini emanava le leggi speciali con le quali dava ufficialmente il via all'era della dittatura fascista. L'immediata conseguenza di ciò era lo scioglimento dei partiti ostili al neonato fascismo, primo fra tutti il PCI. Pertanto, iniziavano a “fioccare” tutta una serie di provvedimenti per “sistemare” una volta per tutte i fastidiosi antifascisti. A livello nazionale venivano dispensate sentenze eclatanti, come l’arresto e la successiva condanna a vent’anni di carcere toccata ad esponenti di rilievo come Antonio Gramsci; mentre a livello locale c’erano gli arresti, le ammonizioni, i provvedimenti di confinamento assegnate a tutti coloro che intralciavano la politica del regime.
Una punizione simile veniva data anche a personaggi come Graziadei e D’Innocenzo. Riguardo quest’ultimo, la polizia fascista rimarcava che:col pretesto di gestire una fabbrica di gazzose trova occasione di girare per diversi comuni ove esplica attività antinazionale. Il 15 dicembre del 1925 fu proposto per l’ammonizione e con ordinanza 28 detto fu ammonito. Ma mentre l'ammonizione a carico dell’ex ferroviere Graziadei era revocata dopo qualche mese, quella di Benedetto era destinata a durare fino al 1928, con l’aggravio di una stretta sorveglianza da parte delle autorità.
La Commissione Provinciale dì Napoli - continuava il rapporto dell’autorità prefettizia - con ordinanza del 16 gennaio 1928. ha prosciolto dai vincoli della ammonizione il controsegnato comunista, ammonito con ordinanza del 28 dicembre 1926 dell’Ex Commissione Provinciale di Caserta. Il D’Innocenzo viene ora vigilato come sovversivo.
La situazione, dunque, si faceva insostenibile per i comunisti che dovevano, seppur per un tempo limitato, "deporre le armi” e rientrare dei ranghi della loro vita privata. Dal 1927 al 1936, infatti, per i comunisti di Terra di Lavoro era un “periodo buio”, come scriveva Giuseppe Capobianco. Il che valeva anche per Benedetto D’Innocenzo, sorvegliato costantemente dalla polizia che faceva rapporto sul suo conto ogni tre o sei mesi, senza però dare adito a contestazioni. In ognuno di essi, infatti, si leggeva: Durante questi ultimi tempi pur mantenendo ligio alle sue idee non ha dato luogo a rilievi con la sua condotta politica; è vigilato.
Questa vigilanza durava dal 30 giugno del 1928 al 2 gennaio del 1937, periodo in cui il sovversivo non si occupava affatto di politica. Tuttavia, in quegli stessi anni il regime si interessava anche al resto della famiglia, ad iniziare dal figlio Otello, sospettato di essere un comunista, pertanto schedato come “sovversivo”. La polizia aveva iniziato a fiutare qualcosa già dal 1926, quando il giovane lavorava a Milano, facendo propaganda sovversiva tra i suoi colleghi. Segnalato alle autorità, era puntualmente trasferito, prima a Trieste e successivamente a Messina e Ragusa. E proprio durante la permanenza in Sicilia, Otello aveva incontrato Santa, una giovane isolana, che sposava poco dopo. Nel 1928 arrivava il primo figlio, che i due avevano deciso di chiamare come il nonno paterno: Benedetto. Dopo la nascita del bimbo, Otello era ormai convinto di aver trovato una certa stabilità, oltre che familiare, anche lavorativa. Purtroppo, invece, era trasferito ben presto a Bologna dove, però, egli aveva avuto molta fortuna. Difatti, in Emilia Otello non proseguiva la sua solita attività di operaio, ma aveva intrapreso l’attività di imprenditore edile, sfruttando l’esperienza e la qualifica professionale di capo capocantiere. Il tutto ovviamente avveniva sotto l’occhio attento delle forze dell’ordine che non accennavano ad abbassare la guardia. Addirittura la polizia, non fidandosi di Otello, chiedeva informazioni su di lui anche tra i clienti, generando in molti casi qualche perplessità e, in qualche caso, la perdita del lavoro. Otello perciò decideva, nel settembre del 1928, di scrivere una lettera direttamente al Duce in cui gli spiegava la situazione, cercando di “salvare il salvabile”, dato che egli aveva perso già tanti clienti: Sono ingiustamente perseguitato dalla polizia perché ritenuto un comunista ma non lo sono, anche se mio padre lo era. Ciò che mi interessa maggiormente sono la mia famiglia (mia moglie Santa e mio figlio Benedetto) e il mio lavoro, senza interesse alcuno perla politica.
Questa lettera di abiura, insieme alla “buona condotta politica”, era ritenuta sufficiente dalla dittatura, tanto che nel 1933 Otello era radiato dallo schedario dei “sovversivi”. La situazione di quest’ultimo, d’altra parte, aveva preoccupato un po’ tutta la famiglia, in special modo il papà, che ben conosceva i metodi spietati e cinici della polizia fascista.
Intanto, a Taverna Mele c’erano stati diversi cambiamenti. In primo luogo due matrimoni: quello di Deifra con Antonio Elia, anch’egli comunista, e quello di Desdemona con Veltre, i quali dopo qualche anno decidevano di emigrare negli USA. Ai due bellissimi eventi, però, faceva seguito una tragica vicenda: la morte di Isaia. Il giovane ventiseienne lavorava come operaio ad Ariano Irpino ed aveva più volte segnalato all’ingegnere responsabile il guasto dei freni di un rullo compressore. Alla richiesta non aveva fatto seguito alcun atto concreto ed un giorno, il 3 ottobre del 1932, per una banale distrazione, Isaia veniva travolto e schiacciato dal rullo che lo uccideva sul colpo. Era un evento drammatico che gettava nello sgomento l’intera famiglia, disperati anche per la consapevolezza dell’evitabilità della tragedia che non mancavano di segnalare alla magistratura, denunciando l’impresa responsabile. Con ciò, riflettevano i D’Innocenzo, la famiglia non avrebbe certo riavuto Isaia, ma avrebbe quantomeno denunciato la situazione vissuta da tanti operai, costretti a lavorare in condizioni di estrema pericolosità.
Per lo stesso Benedetto il colpo era durissimo e cercava di attutirlo gettandosi nel lavoro e in uno sporadico e assai prudente impegno politico; almeno per quel tanto che era consentito al cospetto dell’occhiuto controllo di un regime all’apogeo della sua forza. Proprio nell’anno della morte dell’amato figlio, infatti, il fascismo festeggiava il primo decennale del suo trionfo con innumerevoli celebrazioni e, addirittura, concedendosi il lusso di una larga amnistia per i reati politici. L’anno dopo, però, l’infezione totalitaria dilagava dalla periferica Italia al cuore stesso dell’Europa e Hitler conquistava il potere in Germania. Il fenomeno sembrava accompagnarsi, inoltre, ad un generale declino delle democrazie e all’affermazione di regimi autoritari e reazionari, sia nell’Europa orientale che nella vicinissima penisola iberica.
In particolare, agli inizi degli anni Trenta la Spagna entrava in un periodo di conflitti sociali e politici molto acuti che portavano prima all’immediata caduta delia monarchia - sostituita dalia Repubblica – poi ad una sovversione militare che, a partire dal 1936, apriva una vera e propria guerra civile. Le forze armate sleali alla Repubblica erano sostenute all’interno da una forte destra conservatrice e dalla Chiesa cattolica. All'esterno, invece, erano proprio i regimi di Mussolini e di Hitler a fiancheggiarne l'azione politica e militare, individuando in esso un campo di ulteriore espansione del proprio modello di Stato e di governo.
Per questo suo carattere ideologico, il confronto che si apriva in Spagna non rappresentava un semplice fatto locale, ma si affermava presto come un nodo importantissimo della politica internazionale. E se l’Italia e la Germania mandavano mezzi e soldati in aiuto al generale Franco, migliaia di combattenti antifascisti affluivano in Spagna da quasi tutti i Paesi del mondo per contrastare l’ennesimo regime liberticida. Molti erano gli Italiani che fondavano perfino una propria brigata internazionale, intitolata a Giuseppe Garibaldi. In particolare, i comunisti vedevano nella guerra spagnola il riaccendersi di un barlume di speranza nella sconfitta del fascismo, iniziando ad interessarsi dell’andamento della guerra. Ma era proprio una notizia riguardo il conflitto ad essere fatale per Benedetto D’Innocenzo e Corrado Graziadei. I due infatti venivano arrestati proprio per la divulgazione di un fatto accaduto in Spagna. In merito, il Questore di Napoli Stracca scriveva il 29 marzo del 1937: La notte sul 24 volgente questo Ufficio procedette in Calvi Risorta all'arresto del noto comunista schedato ex ammonito D'Innocenzo Benedetto essendo risultato che pochi giorni prima aveva propalata la notizia, che assumeva di avere appresa attraverso una radio diffusione da Barcellona, relativa a tal D'Andreti Alessio del comune di Roccaromana, combattente volontario in Ispana, che sarebbe stato colà fatto prigioniero con molti altri volontari italiani dai battaglioni rossi Garibaldi e Matteotti, dai quali peraltro sarebbe stato trattato bene. [...] A seguito dell'arresto proseguendo nelle indagini questo Ufficio accertò che egli il giorno 15 andante aveva ricevuto incarico a mezzo lettera dal comunista schedato Graziadei Corrado, suo compagno di fede, per avvertire i famigliari del D'Andreti della sua prigionia. Fu anche accertato che il Graziadei aveva appresa la notizia la sera del 14 volgente attraverso ascoltazione dell’apparecchio radio che egli stesso teneva nel proprio domicilio, e pertanto la notte sul 24 volgente fu proceduto pure al suo arresto.
Al D’Innocenzo era stata sequestrata la lettera che Graziadei gli aveva scritto per raccontargli ciò che aveva ascoltato dalla radio e, ovviamente, la polizia aveva usato il contenuto della missiva contro di loro. D’Innocenzo e Graziadei dichiaravano di aver agito per generosità verso la famiglia dell’uomo in questione (volevano rassicurarli sulla sorte del loro caro, ancora in vita, nonostante la prigionia). Ma secondo le forze dell’ordine quanto detto dai due non corrispondeva a verità: è ovvio che lo scopo era ben altro: come si evince dalla divulgazione della notizia riflettente la cattura delle armi e munizioni per nulla attinente alla prigionia del D'Andreti.
Pertanto, sia Benedetto che Corrado venivano assegnati al confino politico. Il 31 marzo del 1937 il D’Innocenzo era portato nella Regia Questura di Napoli dove gli era comunicata la sentenza: “condanna al confino di polizia a Tremiti per ragioni politiche per due anni, con la possibilità di ricorrere alla Commissione d’Appello”. Cosa che egli faceva, senza pensarci tanto su, producendo un ricorso in data 6 aprile 1937 e scrivendo una lettera alla Commissione Ministeriale per i confinati: lo, semplice operaio, non ero alla pollata di capire se ciò che conteneva il biglietto era compromettente o meno. Nella mia intenzione non vi era nessuna voglia di propalare il comunicato radio, perché se ciò avessi voluto fare, avrei incominciato a Sparanise dove mi fu consegnato il biglietto: invece me ne tornai a casa senza dire niente a nessuno: a conferma di ciò sta il fatto che neanche a Riardo a nessuno parlai del comunicato.
Dopo essersi giustificato di ciò che aveva fatto, Benedetto continuava raccontando cosa era successo (evidenziando sempre la buona fede nella divulgazione della notizia). Ma il tentativo si rivelava vano e gli veniva riconfermata la sentenza del confino per due anni, costretto perciò a lasciare la sua famiglia e a scontare, tristemente, la pena inflittagli. Giungeva così alle Tremiti, il 12 aprile di quello stesso anno, dove era sottoposto agli obblighi del confino da ultimare il 23 marzo del 1939, salvo interruzioni. Il 30 giugno, in un rapporto della Regia Prefettura di Foggia si leggeva: “finora non ha dato luogo a rilievi in linea politica’’. Benedetto D’Innocenzo era, dunque, un “confinato” tranquillo che non dava problemi. Era, molto probabilmente, per questa ragione che il 4 luglio egli chiedeva una licenza che gli era anche con diversi creditori che, approfittando della lunga assenza dell’imprenditore, non pagavano il dovuto. Inoltre, c’era da portare avanti la causa contro l’impresa edile per l’infortunio di Isaia che era ancora in corso dal 1932. Tuttavia, la breve licenza non era stata sufficiente a Benedetto per sbrigare le varie faccende; cosicché, una volta ritornato a Tremiti e aspettato circa un mese, chiedeva un’altra licenza. La Regia Prefettura di Foggia esprimeva anche questa volta parere favorevole, concedendo al confinato un permesso a partire dal 28 agosto 1937, con la durata di otto giorni. Allo scadere del termine stabilito Benedetto chiedeva una proroga di 20 giorni, ma il Prefetto di Napoli gli accordava solo 10 giorni, ritenuti sufficienti per poter sistemare il tutto. Così, il D’Innocenzo il 16 settembre, munito di foglio di via e scortato da due agenti, che lo avevano accompagnato durante tutta la permanenza a Calvi Risorta, faceva ritorno alle isole Tremiti.
Dopo la partenza di Benedetto, i suoi familiari tentavano di ottenere qualcosa scrivendo direttamente a Mussolini per spiegare la situazione del loro caro. Una prima lettera veniva mandata da Otello, il quale chiedeva clemenza per il padre: mio padre è stato assegnato al confino politico a Tremiti, prov. Foggia, per anni due a causa di dicerie riportate riguardanti un prigioniero di guerra in Spagna. Mentre assicuro V.E. che i suoi sentimenti sono e sono sempre stati del più alto amore di Patria e della più completa devozione alla rivoluzione ed al fascismo mi permetto rivolgere la più viva e rispettosa preghiera a V.E. per poter ottenere che mio padre sia graziato.
La lettera di Otello era datata 21 settembre 1937 e due giorni più tardi, il 23 settembre, anche Alessandra mandava una comunicazione al Duce nella quale chiedeva: che fosse riesaminata la cosa coscienziosamente, e se da questo riesame fosse emersa la sua buonafede e la sua innocenza. rimandarlo in seno alla famiglia, che senza la sua presenza si sarebbe andati irreparabilmente alla rovina. [...] inoltre, mio marito non ha ancora trovato un avvocato per Cassazione per poter controbilanciare le grandi influenze degli avversari; ma ciò non è stato possibile durante la licenza non essendosi potuto recare a Roma.
Non è stato possibile appurare l’iter delle due lettere, ma di certo Benedetto era ben presto libero. Infatti, nell’autunno del 1937 giungeva l’inaspettata notizia: S.E. il Capo del Governo gli aveva commutato il residuale periodo di confino in ammonizione. Questo provvedimento era datato 8 ottobre 1937 ed il giorno 12 dello stesso mese Benedetto partiva dalla colonia di Tremiti diretto a Napoli, accompagnato da alcune guardie. Giunto a destinazione il giorno 13, era ufficialmente dichiarato ammonito e avviato verso Calvi Risorta. I vincoli ai quali era sottoposto, tra cui quello di non fare propaganda politica ed avere un domicilio stabile, imposti con un'Ordinanza della Regia Prefettura di Napoli, in seguito alla riunione della Commissione Provinciale per l’ammonizione, si sarebbero esauriti il 23 marzo del 1939.
Ma un altro colpo di scena faceva mutare ulteriormente la situazione: in seguito ad atto di clemenza di Mussolini, in ricorrenza del Natale, il 25 dicembre entrambi i due ex confinati erano prosciolti anche dai vincoli dell’ammonizione. D’Innocenzo e Graziadei, dunque, erano completamente liberi seppur attentamente sorvegliati, Dalla Regia Prefettura di Napoli sono stati registrati controlli di vigilanza su Benedetto ogni tre mesi fino al 23 aprile del 1943, in cui era riportata sempre la stessa dicitura: “Durante decorso trimestrale nessun rilievo da segnalare. Ha serbato regolare condotta politica”. Dunque, anche se “alleggerito” dalla condanna precedentemente imposta, egli era ancora sotto i riflettori della polizia fascista che lo teneva d’occhio a debita distanza. Tuttavia, la sorveglianza andava sempre di più scemando, tant’è vero che, a differenza di quanto si raccontava nei rapporti ufficiali delle autorità, al ritorno dal confino sia Benedetto D’Innocenzo che Corrado Graziadei riprendevano i contatti con i pochi comunisti sopravvissuti alla dittatura e con essi decidevano di ricostruire il partito.
Intanto, nella vita privata di Benedetto c’era stato un altro avvenimento tragico: la morte di Alessandra. La signora D’Innocenzo, duramente provata dalle disgrazie di Vladimira ed Isaia, nonché dalle traversie legate alla repressione del fascismo, veniva a mancare nel 1939. La famiglia, straziata dal dolore, si stringeva intorno a Benedetto che era rimasto unico punto di riferimento del nucleo familiare. Per di più, in quello stesso anno aveva inizio anche il secondo conflitto mondiale, con il timore che esso potesse ben presto coinvolgere anche l’Italia. L'anno seguente, infatti, Mussolini decideva di entrare in guerra con un massiccio impiego di uomini. Il conflitto si rivelava disastroso per il Paese, che lo affrontava completamente impreparato. Nel giro di pochissimo tempo gli italiani dovevano chiedere aiuto al potente alleato tedesco, fino a dover subire - a partire dal giugno-luglio 1943 - l’invasione degli anglo-americani decisi a risalire tutta lo stivale, dalla Sicilia alle Alpi. Era in quel clima, come è noto, che maturava il crollo del fascismo, con una sorta di colpo di palazzo - il 25 luglio del 1943 - orchestrato dal re e dal fascismo moderato. Nel giro di un mese e mezzo, inoltre, gli eventi precipitavano e l’Italia era costretta, addirittura, a firmare l'armistizio con gli anglo-americani. Era l’8 settembre; in quel momento il vecchio alleato nazista cambiava volto e diventava un nemico incattivito per il voltafaccia e, dunque, molto pericoloso.
Prima di quel momento, i comunisti casertani erano già riusciti a ricostruire un minimo di organizza-zione, a partire dall’esperienza cospirativa ispirata da Aniello Tucci, noto antifascista di Terra di Lavoro, iniziata nel 1941 insieme al fratello Tommaso ed altri (quali Lazzetti, Semerano e Spinosa). L’intento era quello di costruire una rete e mettere insieme tutte le forze antifasciste della provincia di Caserta. Spinosa aveva portato con sé anche Corrado Graziadei e questi successivamente si era preoccupato di far inserire altri nel gruppo. Si volevano creare dei nuclei operativi per quante più zone possibili, autonomi e non in contatto diretto col il nucleo principale, in modo che sarebbe stato difficile per la polizia individuare l'intera organizzazione. Era in quest’ambito che, nel 1942, nasceva a Capua il solo giornale di opposizione di tutta l’Italia meridionale: «Il Proletario». Esso veniva sempre stampato nella città natale, in una tipografia mobile, e usciva con una certa regolarità ma soltanto fino al luglio del 1943. Nella redazione vi erano tutti i componenti dell’organizzazione summenzionata, tra cui anche Graziadei. L’avvocato si occupava sia degli articoli che dello smistamento del giornale nella zona del Matese e di Sparanise, con l’aiuto - ovviamente - del compagno Benedetto D’Innocenzo. Ma, come si è detto, l’organizzazione aveva potuto agire solo fino al 1943, quando “alla Cappella di Cangiani, Napoli, nella casa di un compagno ci fu una riunione per stringere le fila del movimento clandestino e per raccogliere fondi per il periodico”. In quella occasione, infatti, intervenivano le forze dell’ordine che arrestavano 49 persone su 79 partecipanti e scompaginando la redazione del «Proletario» che smetteva praticamente di esistere.
Gli eventi che seguivano vedevano Terra di Lavoro interessata dal rapido passaggio della guerra che provocava lutti ed enormi distruzioni, pur senza dare il tempo materiale per organizzare una diffusa ed efficace resistenza contro le truppe tedesche. Il risultato era quello di un gran numero di stragi di civili (circa 650 morti, senza distinzione né di sesso né di età) e il deterioramento di una situazione economica, di per sé già tutt’altro che positiva. La fibrillazione sociale, tuttavia, non si traduceva immediatamente come una spinta al cambiamento politico-istituzionale. Lo dimostrava in maniera evidente il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, ad un anno dalla fine della guerra, quando I' 80% della popola-zione casertana si esprimeva a favore dei Savoia. L’attaccamento alle passate istituzioni, corresponsabili sia dell’avvento al potere di Mussolini che della guerra, era tanto forte da determinare veri e propri disordini all’atto della proclamazione dei risultati definitivi che assegnavano la vittoria alla Repubblica.
Intanto, il PCI, finalmente alla luce del sole, aveva da risolvere molti problemi interni. Anzi, era a questa situazione di crisi che Capobianco addossava il cattivo risultato del partito, attestatosi ad appena il 4,98%, contro il quasi 20% nazionale. La prestazione deludente dava vita ad una discussione aspra e difficile, tanto da portare ad un avvicendamento della guida provinciale del partito che passava, nel settembre 1946, nelle mani di Nino De Andreis. Graziadei restava invece nel nuovo comitato federale, dove era eletta anche Trieste D’Innocenzo che aveva seguito le orme del padre74. Quest’ultimo, al contrario, aveva già raggiunto un’età in cui bisognava iniziare a centellinare gli impegni, evitando gli strapazzi e le eccessive fatiche. A quasi 70 anni, d'altra parte; continuava a condurre l’azienda (che nel frattempo era divenuta un’impresa familiare nella quale lavoravano i figli). Non rinunciava alla politica, insomma, ma assumeva un atteggiamento più distaccato e meno coinvolto. Il testimone, in realtà, era passato da una generazione al ’altra, dal vecchio padre alle mani della giovane Trieste. Questo ritrarsi nel privato, tipico degli ultimi anni di Benedetto D'Innocenzo, non si traduceva però in un disinteresse verso la società o nei confronti dei problemi degli altri uomini. Il suo istintivo sentimento di solidarietà nei confronti dei simili continuava, infatti, a manifestarsi senza tregua, e in termini sia economici che morali. Un esempio molto ricordato dalla famiglia è quello che vedeva coinvolto uno studente inglese di origine malese, un giovane di nome Revi che rischiava di moriva annegato nel corso dell’alluvione del 1960. La fortuna volle che Benedetto si trovasse a passare di lì e, a più di 80 anni, riuscisse a trarlo in salvo dal fiume nel quale era caduto. Il giovane, molto malandato a causa della sua peripezia (pare avesse contratto una forma di polmonite) veniva subito portato a Taverna Mele dove la famiglia D’Innocenzo lo accoglieva e lo curava per diversi giorni. Solo dopo essersi ripreso perfettamente, Revi faceva finalmente ritorno in Inghilterra.
L’episodio anticipava di poco la scomparsa di Benedetto D’Innocenzo che moriva il 26 febbraio del 1962, all’età di 83 anni. Si concludeva, così, la vita di un uomo che la polizia fascista qualificava come un “sovversivo, un comunista schedato pericoloso, più volte ammonito, confinato. Ma ciò che appare più evidente dalla sua biografia è la tenacia e costanza nel professare e difendere gli ideali in cui ha sempre creduto, nonostante le oggettive difficoltà dettate dalla necessità di mantenere una numerosa famiglia - un’esigenza che lo aveva spinto, in qualche caso, a fingere perfino il ravvedimento politico per evitare la stretta repressiva del regime fascista.
Ma la politica era solo una delle passioni che lo contraddistinguevano. D'Innocenzo era un uomo semplice, naturalmente buono, generoso nei confronti di tutti, comunisti e non, che sapevano di poter trovare a Taverna Mele sempre un sostegno e una parola di conforto. In tal senso, la sua storia merita di essere raccontata: per il coraggio e la fermezza delle proprie idee, ma anche per l’orgoglio e la fierezza che, ancora oggi, suscita nel ricordo dei suoi familiari e dei suoi concittadini.

** Tratto d Quaderni Vesuviani autunno 2008

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Michelina Vinciguerra
 

Michelina Vinciguerra
Nata a Maddaloni il 07.09.1930 da padre impiegato civile presso l’accademia militare di Caserta, primogenita di quattro figlie femmine. Nel 1941 il padre morì a 33 anni in guerra e pertanto restarono orfane di guerra. Vivevano a Casagiove, ma nel 1942 ritornammo a Maddaloni ad abitare presso la nonna materna. Ha frequentato le scuole fino al quarto ginnasio dove ho conosciuto in qualità di insegnante la figlia di Corrado Graziadei, che insegnava educazione domestica e che ci avviò alla vita politica e all’adesione alla associazione Ari – Associazione ragazze italiane.
A circa 13 anni frequentando l’associazione diede la sua adesione all’Udi organizzazione femminile a Maddaloni, dell’Anpi e del PCI, il cui segretario all’epoca era Giuseppe Natale fondando una colonia per bambini all’interno dei capannoni militari americani che erano stati abbandonati a conclusione della guerra. Trovò sostegno economico e materiale nelle nostre iniziative dal sindaco Pci di Macerata Campana, S. Tarigetto. Inoltre il fratello di Nicoletta Ursomando ex presentatrice della Rai dirigeva l’Urra una struttura che si trovava presso la Prefettura e anche da lui ottenemmo sostentamento materiale per portare avanti le attività delle colonie in favore dei bambini. Non so se fosse comunista, ma ci aiutò.”

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Maria Almaviva
 

Maria Almaviva (1932–2019)
Il sindaco di Marcianise Antonello Velardi l’ha commemorata con parole toccanti: “Se ne è andata ieri sera Maria Almaviva, aveva 87 anni. Ai più giovani il nome non dirà niente, ma con lei si chiude un periodo storico della provincia di Caserta e non solo. Maria Almaviva era la vedova di Peppino Capobianco, monumento della sinistra campana. E lei stessa è stata protagonista di straordinarie battaglie politiche. Fu la prima consigliera comunale donna della provincia di Caserta nel periodo della rinascita democratica. Sedette nei banchi del consiglio comunale di Marcianise alla fine del 1952, fu il simbolo di un femminismo mai ostentato ma sempre praticato in tempi difficili e di grandi chiusure”.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Maria Almaviva

E’ morta Maria Almaviva, prima consigliera donna in Terra di Lavoro. Era la moglie di Peppino Capobianco e la mamma di Franco e Giovanni.
Mondo della politica in lutto. E’ morta Maria Almaviva, vedova di Peppino Capobianco, faro assoluto di tutto il mondo della sinistra in Terra di Lavoro e madre di Franco Capobianco, ex assessore provinciale, più volte consigliere a Caserta e uomo di punta del centrosinistra in Terra di Lavoro negli ultimi venti anni, e di Giovanni Capobianco, già consigliere a Capodrise e dirigente di Rifondazione Comunista. La stessa Maria Almaviva ha rappresentato una pagine importante per la politica nostrana, in quanto è stata la prima donna consigliere comunale. Ne ricorda la figura anche Antonello Velardi sindaco di Marcianise. «Se ne è andata stasera Maria Almaviva, aveva 87 anni. Ai più giovani il nome non dirà niente, ma con lei si chiude un periodo storico della provincia di Caserta e non solo. Maria Almaviva era la vedova di Peppino Capobianco, monumento della sinistra campana. E lei stessa è stata protagonista di straordinarie battaglie politiche – ha spiegato - Fu la prima consigliera comunale donna della provincia di Caserta.

Sedette nei banchi del consiglio comunale di Marcianise alle fine del 1952, fu il simbolo di un femminismo mai ostentato ma sempre praticato in tempi difficili e di grandi chiusure. Maria Almaviva era la mamma di Franco Capobianco, protagonista della vita politica casertana degli ultimi decenni in diversi ruoli. A lui va un forte abbraccio da parte di tutta la comunità di Marcianise che ricorda con orgoglio la prima consigliera comunale della sua storia. Un abbraccio anche ai fratelli Giovanni e Teresa (moglie del prefetto Ennio Sodano). Maria Almaviva viveva a Capodrise dove si terranno i funerali - una cerimonia laica, in via Elpidio Jenco 28 - sabato mattina, alle 10. Poi raggiungerà il suo Peppino nel cimitero di Santa Maria a Vico».

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Carmine Cimmino
 

Carmine Cimmino
Uno storico socialista. In un saggio denso di empatia (pubblicato nella sua Rivista Storica) Nicola Terracciano ha delineato un suo profilo biografico di alto spessore, di un uomo politico socialista dedito ai beni comuni, educatore e promotore culturale, storico e ricercatore sociale di grande valore. Si inizia con la sua data di nascita il 25 maggio 1934 a Capodrise (allora frazione di Marcianise), paese agricolo di circa 5.000 abitanti, vicinissimo a Caserta, legato soprattutto alla cultura del tabacco – e prima ancora della canapa. Apparteneva ad una distinta famiglia di professionisti (il padre Antonio era docente), nella quale la cultura e l’impegno civile erano stati sempre valori fondamentali: si pensi ai legami di parentela col poeta Elpidio Jenco (a cui Cimmino dedicò un numero della sua rivista) ed alla militanza a sinistra nel secondo dopoguerra della stessa madre Francesca Moriello nell’Unione donne Italiane (UDI).
L’influsso materno fu fondamentale, avendo Carmine perso il padre quando era ragazzo ed era rimasto solo con la sorella Carmina e la zia materna Maddalena. Dedicando le sue migliori energie alla ricerca storica e a suscitare incessanti iniziative

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Carmine Cimmino
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina libro di Carmine Cimmino Primo centenario della nascita di Elpidio Ienco

culturali, si segnalò nel 1974 con il fondamentale volume Democrazia e socialismo in Terra di lavoro (1861-1915). Due anni dopo fondò la Rivista Storica di Terra di Lavoro, che ha diretto fino alla morte, e più tardi nel 1978 promosse il comitato di Caserta dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, di cui assunse la Presidenza.
La storia fu la sua grande passione, a cui dedicò le migliori energie e tutti i mezzi possibili, con una dedizione quotidiana incessante, che si esprimeva non solo nei lunghi tempi trascorsi presso gli Archivi di Caserta, di Capua, di Napoli, ma anche nella promozione di tante iniziative, coinvolgendo nella ricerca amici locali ed organizzando convegni, tra i quali furono notevoli quello di Arpino su Economia e società civile nella Valle del Liri nel XIX secolo del 1981 e quello di Vairano-Caianello su Garibaldi del 1982, raccolti in preziosi volumi.
Pur interessandosi a tutta l’area di Terra di Lavoro da Arpino a Isola Liri (di cui aveva studiato le singole vicende industriali dagli inizi ottocenteschi fino al suo tracollo dopo

un secolo) a Sessa Aurunca, a Mondragone, un sentimento particolare espresse con lavori specifici verso il paese natio Capodrise e verso la contigua Marcianise, sede del suo lavoro di docente ed el suo impegno culturale. Ma l’interesse storiografico riguardava anche Napoli, la Campania e il Mezzogiorno in generale.
L’impegno politico fu precoce ed assorbente, tanto che aderì giovanissimo al PCI, diventando animatore di battaglie locali, sociali ed amministrative nella dura situazione degli anni cinquanta, quando la militanza costava in termini personali e familiari. Non aveva ambizioni da burocrate o da professionista politico, ma sentiva preminente e fondamentale solo il dovere dello schierarsi e del lottare in modo disinteressato a fianco degli umili e dei subalterni, per la loro emancipazione sociale e culturale, anche contro le linee ufficiali del partito, allora su posizioni staliniste sia a livello centrale che periferico. Oltre che consigliere, Carmine fu a Capodrise anche assessore ai lavori pubblici nei primi anni ottanta. Noti erano il suo rigore e la sua dedizione al bene comune.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina libro di Carmine Cimmino Democrazia e socialismo in Terra di Lavoro
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Paolo Bufalini
 

Paolo Bufalini
Fu inviato dal centro del PCI per dirigere la campagna congressuale della Federazione casertana nel 1947. Questo anno di attività congressuale venne definito da Graziadei un “anno disgraziatissimo”.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Andrea Sparaco
 

Andrea Sparaco
22 agosto 2018: sette anni dalla scomparsa di Andrea Sparaco: gli amici si incontrano per ricordarlo (di Francesca Nardi da Appia Polis)

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: locandina per l'articolo su Andrea Sparaco

Il 23 agosto 2011, Andrea Sparaco ci ha lasciato, ma il suo ricordo è ben vivo nella comunità. Domani alle 11 gli amici e chi vorrà, porteranno un fiore ed un saluto all’artista scomparso. Andrea Sparaco ci lascia una preziosa eredità, culturale, umana, politica, artistica. Una lezione di stile, di impegno civile, di generosità e dedizione per la sua terra, per l’arte e per la sinistra.
Tutto il suo agire di uomo e di artista è fuso inscindibilmente con il suo impegno politico e sindacale. Andrea ha lasciato alcune sue carte, i pizzini, i manifesti politici e sindacali, all’Archivio di Stato di Caserta, dove si trovano alcune sue opere che Paolo Pietro Broccoli ha donato allo Stato italiano e che fanno parte insieme a migliaia di libri e km di documenti del Fondo Paolo Pietro Broccoli. L’intento era di farne una mostra permanente, ma Caserta è quel posto in cui un Archivio di Stato da 30 anni cerca casa e quando la trova, nei locali della Reggia, qualcuno decide arbitrariamente di "chiudere i cancelli", (in tutti sensi) e boicottare il trasferimento dell’Archivio.
Solo nella provincia più sgangherata d’Italia, può succedere che nel Museo della

Reggia di Caserta, non vi sia una parete per ospitare una mostra permanente di un artista noto ed amato. Caro Andrea, noi continueremo la nostra battaglia, sappiamo che tu combatteresti al nostro fianco. Finalmente pare che un venticello favorevole, sembra spirare, nel verso giusto. Ciao Andrea, oggi più che mai abbiamo bisogno di te!

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto di Andrea Sparaco e Pietro Broccoli   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: disegno di Andrea Sparaco
 

Arte in movimento. Gli anni Settanta in Campania a cura di Luca Palermo
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Andrea Sparaco e la modernizzazione di Terra di Lavoro di Paola Broccoli
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Come e perché ricordare di Gaia Salvatori
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• Guida alla mostra "Un artista in Archivio: Andrea Sparaco" di Orsolina Foniciello
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Lavoro 1921-2021: disegno di Andrea Sparaco   Lavoro 1921-2021: disegno di Andrea Sparaco   Lavoro 1921-2021: disegno di Andrea Sparaco
 

Andrea Sparaco
Andrea Sparaco nasce a Marcianise nel 1936; studia dapprima presso l’Istituto Statale d’Arte ed in seguito frequenta i corsi di scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Le sue prime esperienze artistiche si muovono nell’ambito del neorealismo e lo portano a partercipare a numerose mostre collettiva a partire dal 1958. La sua è una pittura priva di ogni formalismo ed attenta all’uomo, all’ambiente, alle questioni belliche, al mondo del lavoro, al tema della città e del rapporto uomo-macchina.
Un anno chiave nel percorso artistico di Andrea Sparaco è, senza dubbio, il 1966 quando lo si trova tra i promotori del “Gruppo Proposta 66 Terra di Lavoro che, in un secondo momento, assumerà la denominazione di “Comune 2”. Come membro dei suddetti collettivi, attivi fino alla fine degli anni Sessanta, darà vita ad una intensa attività di ricerca artistica e di comunicazione socio-politica intessendo rapporti di collaborazione e di corrispondenza con gli ambienti culturali più vivaci del periodo.
Con l’esaurirsi delle attività del collettivo, Sparaco, a partire dagli anni Settanta orienta la sua ricerca sulla grafica che, in seguito, utilizzerà come momento progettuale dei suoi oggetti polimaterici. Comincia, così, in questi anni ad elaborare nuove ipotesi lavorative e nuove metodologie che si palesano nella costruzione delle cosiddette “Macchine non funzionali” nelle quali è ben palese l’intento dissacratorio nei confronti della tecnologia. A partire dal 1973 tiene mostre personali in Italia (Milano, Genova, Napoli, Pordenone, Bergamo, Caserta) e all’estero (Stoccarda, Monaco, Karlsruhe, Anversa).
Con gli anni Ottanta la sua ricerca grafica si carica di connotazioni concettuali che, inevitabilmente, finiscono con l’influenzare anche la sua produzione plastica caratterizzata da un costante utilizzo del legno, materiale molto amato dall’artista e da lui recuperato come simbolo di una manualità povera.
Le opere di questo periodo procedono, per lo più, per cicli (Automatismi della memoria, Codici meridionali, Lettere e cifre, La memoria ha un gran futuro, Il libro e la pagina, Lettere dal disagio, etc…).
Gli anni novanta sono caratterizzati da numerose mostre in Campania (Capua, Napoli, Caserta, Gaeta, Santa Maria Capua Vetere) e più volte a Roma: mostre per lo più antologiche con un occhio di rigaurdo per i suoi Manifesti.
Andrea Sparaco muore nell’agosto 2011 mentre una sua mostra ancora si teneva a Teano (Figure Dialoganti).

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: disegno di Andrea Sparaco   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina di un libro sui disegni di Andrea Sparaco   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: disegno di Andrea Sparaco
 

“Figure dialoganti: i pizzini dell’anima”. Quasi un presagio, la raffinata ricerca di una sublimazione eterea. Andrea Sparaco aveva dato questo titolo alla mostra inaugurata domenica scorsa nella Chiesa dell’Annunziata a Teano e tuttora in corso.
Ora Andrea Sparaco non c’è più. Era nato a Marcianise nel 1936. I suoi “pizzini dell'anima’’ li ha lasciati come eredità terrena, portando con sé la storia di un uomo ricco di sentimenti e di genialità. Anche se le sue opere continuano e continueranno a vivere, un senso di vuoto, uno smarrimento totale invade il mondo artistico di Terra di Lavoro.
Il suo studio in via Mazzocchi 26 a Caserta, nel quartiere storico della Santella, in quello che è stato definito un tempo il quadrilatero dell’arte, ebbene il suo studio è stata la palestra formativa di generazioni di artisti, di operatori culturali e di intellettuali (due definizioni di altri tempi), di giovani intraprendenti desiderosi di frequentare il “salotto buono” della città. Qualcuno ha tenuto la sua prima esposizione proprio nel magmatico e pullulante studio di Andrea Sparaco.
Eppure, il suo atelier era la sua immagine. Ordinato fino all’ossessione, razionale come solo un artista può esserlo, contaminando paradossalmente regole e trasgressioni. E poi sensibile, di un’umanità sconvolgente, di una delicatezza estrema. Ma bastava avviare una discussione e solo allora il suo temperamento si scaldava sempre più. Sosteneva con vigore le sue tesi artistiche, sociali, politiche. Sosteneva con forza le sue idee e riusciva sempre ad averne. Idee buone, idee nuove, idee rivoluzionarie.
Dire che ha iniziato la sua attività nel 1958 non basta, è un connotato biografico ma non è quello che gli dà autorevolezza storica. Il 18 febbraio 1967 inaugurava insieme con le menti migliori della sua generazione e del suo territorio la collettiva “Nuove presenze di Terra di Lavoro: Proposta 66” al Circolo Sottufficiali di Caserta. E lì iniziava la grande storia che avrebbe accomunato Andrea Sparaco, Crescenzo Del Vecchio, Gabriele Marino, Antonio de Core, Attilio Del Giudice, i grandi protagonisti dell’arte casertana a partire dagli anni Sessanta. Ognuno diverso dall’altro per linguaggio ma soprattutto per identità culturale.
Andrea Sparaco ha sempre incarnato, seppure giovane all’epoca, il ruolo del vecchio saggio, con un’interpretazione sempre più calzante con il passare dei decenni. Si trovava molto a suo agio nel progettare eventi collettivi, nello spronare iniziative comuni, nel motivare sé stesso e gli altri. Da lui partirono le prime prese di posizione di carattere internazionalistico degli artisti casertani, a cominciare dal 1968 per la Grecia, poi per il Vietnam, per il Sudafrica. È stato lui a realizzare decine e decine di manifesti, soprattutto negli anni Settanta-Ottanta, per iniziative territoriali del Partito Comunista o della Cgil. E con la sua proverbiale accuratezza presentò tutti questi materiali in una splendida mostra allestita nel 2007 nella sala delle Matres Matutae al Museo Campano di Capua.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina del libro Arte in Terra di Lavoro

E come non ricordare precedentemente la personale tenuta sempre a Capua nel 1990 nella chiesa di San Salvatore a Corte, dall’emblematico titolo "La memoria ha un grande futuro". Nel 2001, poi, aveva realizzato una significativa antologica nell’ex tabacchificio di Santa Maria Capua Vetere, in quella che era diventata la sua città. Ancora una volta il titolo è illuminante: “Disegnare il tempo, scolpire la memoria: geometrie emozionali”. La mostra era a cura di Domenico Papa, catalogo Electa. In quell’occasione si tenne un incontro-dibattito con la partecipazione dei filosofi Massimo Cacciari e Lucio Saviani.
Andrea Sparaco è stato veramente un testimone attivo del suo tempo, capace di rapportarsi ai protagonisti della cultura nazionale, a cominciare dal compositore Luigi Nono, passando attraverso il genio di Luigi (Luca) Castellano. Nonostante ciò aveva scelto di essere un artista calato nella propria realtà territoriale, legato alle sue radici familiari e culturali. Per questo era e resterà per sempre un genius loci romantico, convinto che la cultura prima o poi sarebbe dovuta andare al potere.
Enzo Battarra

 

Si inaugura la mostra "Andrea Sparaco. Una storia che parla agli uomini"

Lunedì 28 dicembre alle ore 12.00 nelle sale del Museo d'Arte Contemporanea della Città di Caserta, presso il Centro Servizi Culturali Sant'Agostino in via Mazzini, sarà inaugurata la mostra "Andrea Sparaco. Una storia che parla agli uomini" promossa da Confindustria Caserta in collaborazione con Comune di Caserta, Provincia di Caserta e Ordine degli Architetti. La mostra è stata curata dal critico d'arte Enzo Battarra.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Disegno di Andrea Sparaco

In omaggio ad Andrea Sparaco di Pasquale Iorio
Nei giorni scorsi ho saputo per caso che un gruppo di persone sta promuovendo delle iniziative con mostre per ricordare la figura di Andrea Sparaco, scomparso quattro anni fa. Mi sembra una buona idea per rendere omaggio ad uno degli artisti ed intellettuali più importanti di Terra di Lavoro. Di lui sono rimaste solo alcune tracce, come la sala dedicata nel Polo Culturale della Provincia di Caserta a Villa Vitrone. Ci sono stati anche eventi in sua memoria, come quello realizzato qualche mese fa presso la SUN nella sede di S. Maria Capua Vetere. Poca cosa rispetto alla sua opera e al ricco patrimonio culturale che ci ha lasciato in eredità.

Ricordo che nelle settimane successive alla sua morte organizzammo un evento nella Feltrinelli di Caserta, con i familiari. Ora è giunto il momento di colmare un vuoto, grazie anche ad alcune lodevoli iniziative (come quelle avviate dall’università e realizzate in collaborazione con Agrorinasce con la mostra degli artisti di Terra di Lavoro negli anni ’70 nel bene confiscato che ora è un bene comune, un centro di aggregazione artistica e giovanile nel cuore di Gomorra, a Casapesenna).
A tal fine cercheremo anche noi, come rete delle Piazze del Sapere, di ricordare e far rivivere i tratti salienti di un artista, un vero “intellettuale collettivo” (per riprendere un concetto gramsciano). Il primo dato che bisogna sempre mettere in evidenza è proprio questa caratteristica fondamentale, imprescindibile in Sparaco (come in tanti altri artisti ed intellettuali della sua epoca) : la volontà e la capacità di tenere sempre insieme, ben connessi la creatività artistica con l’agire quotidiano, con il suo fare politica (nel PCI) ed impegno nel sociale (nella sua CGIL, ed in particolare con la FLM, la federazione unitaria dei metalmeccanici, come ha ricordato di recente Luisa Cavaliere).
Di questa impronta particolare bisogna tener conto anche oggi, a partire dalla scelta dei luoghi e dei promotori, per mantenere una coerenza e congruità con il suo pensiero e con la sua opera di artista e di cittadino democratico. Anche attraverso la lettura di testi come quello curato da Paola Broccoli, ho potuto ricostruire alcuni momenti salienti in cui Andrea fu protagonista: come le manifestazioni e le mostre organizzate nella metà degli anni ’70 nelle feste de l’Unità, a sostegno delle lotte operaie e del movimento sindacale per i diritti. Come pure vanno ricostruite le diverse performances artistiche, come l’originale esposizione organizzata a Castel Volturno nella Piazza S. Castrese, con quadri e sculture che documentavano la civiltà contadina e le tradizioni delle terre dei mazzoni (a partire dalla bufala e dalla mozzarella). Fu una bella intuizione della giunta di riscossa popolare guidata da Mario Luise, che poi venne miseramente distrutta nei mesi successivi.
Inoltre, mi preme ricordare il tratto più peculiare di Andrea, che possiamo definire un artista “glocale” – per usare una espressione cara a Bruno Schettini – di un intellettuale e di un cittadino che sapeva guardare ad ampi orizzonti del mondo globale, ma senza mai perdere di vista le radici del suo territorio e della sua comunità di formazione, sempre orgoglioso del suo “genius loci” (per dirla con Franco Cassano nel suo “pensiero meridiano”). Esempi fulgidi sono le tante iniziative organizzate da Sparaco e dagli altri artisti a fianco del movimento di lotta internazionale per la pace, dei popoli in lotta per la loro liberazione e per il riscatto dall’oppressione neocapitalistica.
Infine, mi preme ricordare un tratto distintivo della sua personalità schiva, ma nello stesso tempo gioviale. A lui non piaceva fare comizi in pubblico, preferiva il dialogo ed il confronto diretti con le persone e gli amici. Cercava di capire le opinioni degli altri, anche quando non le condivideva. Rigoroso ma aperto a confrontarsi, anzi sempre molto curioso ed attratto dalle novità.
La sua ricca testimonianza umana ed artistica va ricordata in modo degno ed adeguato. Per questo motivo ho chiesto e proposto ad alcuni intellettuali che lo hanno conosciuto bene di collaborare per organizzare entro il prossimo mese di gennaio un seminario sul tema: In omaggio ad Andrea Sparaco. Arte, cultura, politica e socialità.

 

Bibliografia essenziale
A. Sparaco (testo di), Perché ancora la pittura, catalogo per la mostra tenutasi al Palazzo Reale di Caserta nel gennaio 1971, 1971.
E. Di Grazia, “Andrea Sparaco” (ad vocem), in Arte Italiana Contemporanea, 1972.
E. Morelli, I Simulacri tecnologici di Sparaco, testo in catalogo per la mostra alla Galleria “La Darsena” di Milano, 1973.
C. Lavorino, La dissacrante tecnologia di Andrea Sparaco, in “La Gazzetta di Gaeta”, 25 agosto 1974.
A. Sparaco (testo di), Dichiarazione, catalogo della mostra al Centro Sud Arte di Scafati, gennaio 1976, 1976.
G. Grassi, Le macchine inutili di Andrea Sparaco, in “Roma”, 7 febbraio 1976.
E. Perna (testo di), La metafora della contestazione tecnologica, catalogo per la mostra alla Galleria San Giorgio di Pordenone, 28 maggio 1977, 1977.
E. Perna, Il confronto estetico, 1979.
E. Battarra, Sparaco al “Multiplo 2”. Uomo all’alba, in “La Gazzetta di Gaeta”, 25 ottobre 1981.
G. Agnisola, “Andrea Sparaco”, in Arte Presente, n.0, marzo 1984.
M. Bignardi (a cura di), Andrea Sparaco: opere 1969-1985, 1985.
E. Battarra, Avanguardie artistiche. Così è cresciuta Caserta in un ventennio, in “Il giornale di Napoli”, 23 maggio 1986.
J. Capriglione, Andrea Sparaco e l’infinito come spazio che intercorre fra due certezze, in “Il giornale di Napoli”, 5 giugno 1990.
V. Corbi, Geometrie fantastiche, in “La Repubblica”, 5/6 aprile 1992.
F. Terracciano, Andrea Sparaco nel reticolo dei segni, in “Lo Spettro”, 12 settembre 1993.
D. Papa (a cura di), Disegnare il tempo scolpire la memoria: geometrie emozionali di Andrea Sparaco, Napoli 2001.
G. Agnisola, E. Battarra, V. Perna, Arte in Terra di Lavoro 1945-2000, 2001.
A. Sparaco, S. M. Martini (a cura di), Materiali per un incontro, 2001.
V. Corbi, Quale Avanguardia? L’arte a Napoli nella seconda metà del Novecento, 2002, pp. 194-197.
Andrea Sparaco. Manifesti e aforismi grafici, catalogo della mostra presso il Museo Provinciale Campano di Capua, 3-28 aprile 2007.
S. M. Martini (a cura di), Il limite e la memoria: omaggio ad Andrea Sparaco, 2011.

Principali mostre personali
1958, Circolo culturale cattolico, Marcianise
1962, Circolo dei congressi del Palazzo Comunale, Cassino
1963, Circolo Nazionale, Caserta
1963, Libreria DEPERRO, Napoli
1963, Sala “Mutuo Soccorso”, Bergamo
1964, Circolo di cultura Antonio Tari, Santa Maria Capua Vetere (CE)
1965, 1966, Galleria “Il Braciere”, Casertav 1967, Palazzo Civico, Capuav 1976, Circolo Sottufficiali, Caserta
1968, Studio d’arte “Il Triangolo, Caserta
1969, Galleria “Il Braciere”, Caserta
1969, “Galleria dell’artista”, Foggia
1971, Caserta Club, Caserta
1971, Galleria “La Bohème”, Aversa
1972, Galleria “La Parete”, Napoli
1972, Circolo “Adamas”, Diamante
1973, 1974, 1975, Galleria d’arte internazionale “La Darsena”, Milano
1973, “Galerie Senatore”, Stuttgart, Germania
1974, Galleria “Studio Oggetto”, Caserta
1974, Galleria “Artetre”, Pegli (GE)
1974, “Galerie v.Kolczynski”, Stuttgart, Germania
1974, Galleria “Gaeta”, Gaeta
1975, Festival dell’avanguardia, Museo di Bruxelles – Assenade, Belgio
1976, Galleria d’arte “Studio Ganzerli”, Napoli
1976, Studio L-Karlsuhe, Germania
1976, “Galerie im Kolpinghaus”, Stuttgart, Germania
1977, Galleria “San Giorgio”, Pordenone
1978, “Galerie Alex”, Stuttgart, Germania
1979, Circolo artistico “Trescore”, Bergamo
1980, “Galerie Sulzbach”, Germania
1981, Artigianare, Lecce
1981, Libreria Marotta, Napoli
1982, Centro d’arte “Lumiere”, San Giorgio del Sannio (BN)
1984, Caserta Club, Caserta
1985, Galleria “Ariete”, Napoli
1986, Galleria “Il Clanio”, Caivano
1987, Palazzo dei Pegni, Marcianise
1990, Chiesa di San Salvatore a Corte, Capua
1992, Associazione Culturale “Poiein”, Napoli
1992, Chiesa di Santa Lucia, Gaeta
1993, Museo Nuova Era, Bari
1994, “Arte Vinciguerra”, Bellona (CE)
1996, Centro Iniziative Artistiche Culturali, Caserta
1999, Palazzo delle Arti, Capodrise (CE)
2007, Museo Provinciale Campano, Capua (CE)
2011, Sala dell’Annunziata, Teano, CE

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Giuseppe Capobianco
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto di Giuseppe Capobianco

Giuseppe Capobianco
È stato una delle figure più importanti del Pci di Terra di Lavoro.
Nato nel 1926 a Santa Maria a Vico, si è impegnato nel «recupero della memoria» degli scempi nazisti nel Casertano, a partire dalla strage di Caiazzo.
È stato un sindacalista e un militante del partito per tutta la vita.
Sulla sua tomba ha voluto solo il nome e la parola «comunista».
Storico del movimento operaio locale, ha scritto, tra l’altro, un memorabile opuscolo sullo «smembramento» della provincia nel 1927 ad opera di Mussolini.
Ha collaborato all’Enciclopedia dell’Antifascismo e a gruppi di ricerca dell’Istituto campano per la Storia della Resistenza.
Tra i suoi libri ricordiamo: Riformisti e rivoluzionari a Napoli, Il recupero della memoria. Per una storia della Resistenza in Terra di Lavoro (autunno 1943), Sulle ali della democrazia. Il Pci in una provincia del Sud (1944-1947), Una nuova questione meridionale. Scritti scelti 1979-1992

Tra politica e ricerca storica
Ricordare oggi la figura di un uomo politico e storico della Resistenza come Peppino Capobianco scomparso del 1994 (lo stesso anno in cui venne trucidato dalla camorra don Peppe Diana) – non deve sembrare un nostalgico ritorno al passato. Serve invece a far conoscere (soprattutto ai giovani) il rigore morale ed i valori della sua personalità nei vari campi in cui è stato protagonista (dalla politica al sociale fino alla cultura), che nei nostri tempi risulta quasi impossibile ritrovare nei politici e governanti non solo a livello locale, ma anche nazionale. Già negli anni giovanili di studente manifestò la sua scelta di campo in pieno regima fascista di combattente contro ogni forma di tirannia e di sopraffazione, in difesa dei principi di libertà, di eguaglianza sociale e solidarietà (come è stato ben ricordato da Adolfo Villani nel suo volume “L’ufficiale e il comunista”, Ediesse, 2018). Nel secondo dopoguerra fu protagonista delle lotte contadine per la conquista delle terre incolte (insieme con Mario Pignataro, Salvatore Pellegrino, Ninotto Bellocchio ed altri esponenti della sinistra politica e sindacale), come emerge dalla raccolta di “Scritti su Corrado Graziadei. Le lotte nelle campagne di Terra di Lavoro. 1945-50” (Spartaco Ed.) È stato anche dirigente sindacale nella Federbraccianti CGIL e nell’Alleanza Contadini. La sua militanza nelle fila del partito comunista si è manifestata con coerenza fino agli ultimi giorni della sua vita, passando dal PCI – di cui è stato autorevole dirigente a livello regionale e provinciale – alla fase di trasformazione.

Non aderì al PDS ma fu uno dei fondatori di Rifondazione Comunista. Per lui che aveva passato una vita dedicata alla politica e alle lotte per l’emancipazione, fu molto amara e dolorosa la decisione di non passare nel nuovo partito. I suoi punti di riferimento teorico sono stati Carlo Marx, Antonio Gramsci e P. Togliatti, insieme con le figure prestigiose del “meridionalismo”. Nell’ultima stagione della sua vita si è dedicato alla sua passione per la storia locale e sociale, con un lavoro certosino di ricerca e documentazione delle fonti. Da qui sono scaturite molte pubblicazioni e tanti contributi fondamentali per la conoscenza di Terra di Lavoro, delle sue trasformazioni politiche, economiche e sociali. A partire dalla rievocazione della scelta scellerata di Mussolini di sopprimere nel 1927 l’allora Terra Laboris, la terza provincia italiana per dimensioni (di cui si trova documentazione nel saggio “Sulla classe dirigente casertana dell’età prefascista”). Ancora più rilevante è stato il suo apporto sui temi del “Recupero della memoria” (un saggio pubblicato con ESI, introdotto da Guido D’Agostino), nel quale finalmente viene ricostruita la storia della Resistenza in Campania, con particolare riferimento a Terra di Lavoro.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina libro di Giuseppe Capobianco Sulle ali della democrazia

Nello stesso tempo si dedicò a documentare le stragi naziste con altri saggi raccolti nel volume “La giustizia negata” (Centro C. Graziadei), che dopo tanti anni di oblio hanno fatto piena luce sull’apporto delle popolazioni casertane per una rinascita democratica, anche con tante vittime e stragi finora dimenticate. Su questi materiali hanno poi sviluppato una ricerca importante Gianni Cerchia, Felicio Corvese ed altri storici, con la produzione di un docufilm dal titolo sintomatico di “Terra bruciata”. Altrettanto significativo è stato il suo contributo sui temi del primo socialismo con il saggio su “Antonio Indaco ed il sindacalismo rivoluzionario” con prefazione di Franco Barbagallo; con quello su Errico Leone a Napoli, fino a “La costruzione del Partito Nuovo in una Provincia del Sud” introdotto da Aurelio Lepre. Da non dimenticare sono anche le raccolte di suoi scritti “Sulle ali della democrazia. il Pci in una Provincia del Sud 1944- 47” a cura di Paolo Broccoli e quelli di “Una nuova questione meridionale scritti scelti 1979-92” a cura di Aldo Tortorella.
A fronte di questo spessore della personalità di Capobianco, con un gruppo di amici e compagni (d’intesa con il figlio Franco) abbiamo deciso di raccogliere documenti e materiali per ricostruire la sua biografia politica e culturale, con saggi e contributi dedicati alla sua figura di “rivoluzionario di professione” (come si diceva una volta). Infatti, mentre da un lato emerge che la bibliografia delle sue opere e scritti è di notevole mole (come si può vedere dall’allegato), dall’altro abbiamo riscontato che dopo la sua scomparsa ci sono poche opere in suo ricordo, come il saggio di A. Villani e quello di P. Broccoli sul suo “impegno civile” in Civiltà Aurunca. Ci sono stati altri momenti con alcuni eventi in sua memoria in occasione del decimo e ventesimo anniversario (a Caserta e Caiazzo). Nel suo comune natio S. Maria a Vico gli è stata dedicata una strada. In tal senso non sarebbe male una iniziativa analoga anche da parte del Comune di Caserta da inserire nelle celebrazioni in occasione del Bicentenario della sua elevazione a Capoluogo di Provincia. Di recente va segnalata anche una tesi di laurea di una studentessa Dilbec Unicampania, seguita dal prof. Paolo De Marco.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina libro di Giuseppe Capobianco Il recupero della memoria

Tutto ciò può fare giustizia del lungo periodo di disattenzione su una delle figure più eminenti della nostra vita politica, sociale e culturale, anche in considerazione del fatto che la consistente mole dei suoi documenti (donata dai familiari in apposito fondi conservati nella Biblioteca Diocesana e nell’Archivio di Stato) purtroppo ora non sono accessibili e consultabili a causa dei modi dilettanteschi ed incompetenti con cui gli organi del Mibact hanno avviato il processo di delocalizzazione nei nuovi uffici della Reggia Vanvitelliana. Una vicenda assurda e scandalosa, che si trascina da decenni e che sta mettendo a rischio di frantumazione e dispersione dei pezzi fondamentali della nostra identità e memoria storica. Come ha scritto Anglo Martino, Capobianco è stato uno dei rappresentanti più nobili della vita politica e culturale di Terra di Lavoro. Il suo fu un impegno civile di primo piano sia come Peppino Capobianco, un rivoluzionario di professione comunista coerente nella visione di una società in cui brillassero giustizia, uguaglianza sociale, progresso civile ed umano delle classi sociali sfruttate che in relazione al suo ruolo di storico, di autore di ricerche storiche sulla Resistenza, sulle lotte agrarie, sull’impegno sindacale nella provincia di Caserta.

Nato a Santa Maria a Vico il 27 luglio 1926, scelse l’impegno politico in giovane età perché profondamente colpito dalla violenza e dall’assurdità della guerra. La Resistenza era stata per Capobianco guerra contro nemici interni e contro l’occupazione nazista per cui il Mezzogiorno, pur non avendo conosciuto il senso di una consapevole e rilevante partecipazione di lotta di liberazione del Nord, aveva dato contributi di sangue che testimoniò nel testo “Il recupero della memoria.” Ricordiamo l’apporto determinante di Giuseppe Capobianco, con Joseph Agnone, nel far luce sulle responsabilità della terribile strage nazista di Caiazzo. Mentre si dedicava a tale impegno – come ha scritto Adelchi Scarano – “Era solito intrattenersi con gruppi di giovani caiatini, in un ambiente essenzialmente anticomunista, con passione, raccontando le sue esperienze e i giovani provavano ammirazione per la coerenza e il rigore etico che comunicava ai suoi attenti ascoltatori”. L’esperienza dolorosissima della guerra vissuta “con gli sbandati e gli sfollati” lo portò all’impegno civile e in breve tempo divenne un dirigente del Partito Comunista Casertano, un

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina libro di Adolfo Villani L'ufficiale e il comunista La vicenda di Francesco e Peppino Capobianco

dirigente sindacale, un uomo delle istituzioni pubbliche al servizio della giustizia e dell’uguaglianza. Pur essendo un uomo di parte, era stimato da tutte le persone di buona volontà della provincia di Caserta e non solo, in quanto tutti gli riconoscevano l’essere una figura straordinaria di democratico.
Peppino dedicò la sua vita a servire il partito in quanto per lui era porsi al servizio dei lavoratori e della loro emancipazione. Sulla sua c’è solo una semplice scritta: Giuseppe Capobianco 1926-1994, Comunista. Che significava essere “comunista” per Giuseppe Capobianco? Semplicemente lottare per un assetto sociale giusto in maniera fattiva, considerando il partito non un fine per raggiungere un carrierismo personale o qualsiasi altro “particulare” guicciardiniano. Per Peppino Capobianco il partito comunista era solo uno strumento funzionale alla costruzione di un sistema politico e sociale più giusto e compiutamente democratico, tenendo presente quell’articolo 3 della costituzione che invita ad operare nella società per la rimozione delle disuguaglianze. Tale era il concetto nobile della politica per Capobianco, un agire al servizio degli altri con una consapevolezza dell’eticità con cui esso deve sapersi proporre.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina libro di Giuseppe Capobianco La resistenza a Gaeta durante l'occupazione tedesca

Tutto ciò emerge chiaramente dai suoi tanti scritti. La politica – scriveva Peppino Capobianco - non è una cosa repellente, ma l’unico strumento che le vittime di un sistema di cose ingiuste hanno a disposizione per cambiare tale situazione. In tale senso nell’esistenza degli esseri umani – era solito dire e scrivere – non esiste nulla di più nobile dell’agire politico. Quando aveva un minimo dubbio passeggero al riguardo, si dedicava alle sue ricerche storiche con passione e dedizione. Egli dedicò molte pagine a Corrado Graziadei, ripercorrendo il suo impegno quale antifascista e successivamente protagonista delle tante lotte per l’emancipazione delle classi subalterne della provincia di Caserta. Gli scritti di Capobianco su Graziadei sono tra le più belle e appassionanti pagine di storia della provincia di Caserta, quella Terra di Lavoro che Peppino Capobianco amava fino ad appassionarsi a tutto il suo percorso storico dal fascismo agli anni del dopoguerra, della costituente, delle lotte operaie e contadine. Egli si appassionò allo smembramento di Terra di Lavoro operata dal Fascismo nel 1927. Vi dedica pagine di alta analisi storica per comprendere le motivazioni di quella decisione e in quale maniera essa si potesse rapportare alla

debolezza di una classe dirigente dall’ età prefascista fino al Regime.
Capobianco non seguì i compagni nella svolta dal Pci al Pds. Al XVII congresso della federazione del Pci di Caserta nel 1990 il suo intervento “Io non vi seguirò”, al di là della condivisione o meno del contenuto, si dimostrò ancora una volta una testimonianza degli alti valori umani, politici e sociali di chi aveva incarnato davvero la politica quale nobile servizio per il riscatto delle classi subalterne meridionali. Militò per poco tempo in Rifondazione Comunista, ma morì pochi anni dopo il 27 settembre del 1994. La sua storia fu “storia di una sconfitta” – scrive Adelchi Scarano – in quanto negli ultimi anni di vita si trovò nella posizione di essere scambiato per un nostalgico del passato. Il dubbio che lasciò quale riflessione ai suoi compagni fu: “Dove finiremo se, invece di cambiar le cose che vanno cambiate, non sappiano far altro che liquidare il soggetto portatore del cambiamento”. Ultime riflessioni di chi aveva testimoniato una nobiltà della politica con la sua forte carica di eticità.
Per il contributo che ha dato agli studi ed alle ricerche sulla storia locale, sull’antifascismo e sulla Resistenza, Peppino Capobianco oggi meriterebbe maggiore

attenzione per ricostruire una sua biografia in modo organico, per poter rendere pieno merito al suo impegno sociale e politico in anni difficili. Un primo contributo è stato offerto di recente da Adolfo Villani con il volume fortemente rievocativo “L’ufficiale ed il comunista”, Ediesse, nel quale sono stati ricostruiti i suoi anni giovanili, la sua formazione e ribellione contro il regime fascista – in un rapporto duro, aspro e conflittuale con il padre, portatore di valori e di una diversa tradizione. Negli ultimi anni ci sono state anche alcune iniziative per commemorare la sua figura. In particolare segnaliamo un ritratto sintetico ma essenziale che gli ha dedicato il prof. Gianni Cerchia, memore dei suoi anni nella FGCI, cioè la federazione dei giovani comunisti, una vera scuola politica e di cittadinanza democratica. Nello stesso tempo il giornalista Giacinto Di Patre ha rimarcato la caratura politica e morale dell’ex segretario provinciale PCI. Sul versante più economico e sociale negli studi universitari e nei saggi di Paola Broccoli ritroviamo il ruolo trainante che ebbe Peppino nella fase di grande trasformazione degli anni ’70, di cambiamento e riassetto produttivo a seguito della industrializzazione e ristrutturazione, con l’entrata in campo di un nuovo protagonista come il movimento operaio e sindacale. Infine, va detto che ad oggi la ricostruzione più vicina alla personalità complessa e poliedrica di Peppino è quella fatta da Paolo P. Broccoli in un ampio saggio sull’impegno politico e civile, pubblicato da Caramanica.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Archivio di Stato di Caserta, Il pensiero di Giuseppe Capobianco nel suo impegno politico e civile. Scritti selezionati
Archivio di Stato di Caserta, 27 settembre 2019, 25° anniversario della morte di Giuseppe Capobianco
Il pensiero di Giuseppe Capobianco nel suo impegno politico e civile. Scritti selezionati

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Al Presidente Provincia di Caserta

Al Direttore Museo Campano

Mi è capitato di leggere con interesse la seconda pagina del Nuovo dialogo interamente dedicata al Museo Campano, in cui vengono riportate le proposte del consigliere provinciale Lamberti per lo sviluppo di questa importante istituzione culturale di Terra di Lavoro.
A questa istituzione mi rivolsi nell’estate del 1981 quando lavorai, assieme all’Istituto campano per la Storia della resistenza per l’organizzazione del seminario: “Capua e Terra di Lavoro dal fascismo alla Repubblica”. Era una iniziativa che intendeva correggere un lavoro pregevole curato da Luigi Cortesi riguardante l’analogo periodo, che si presentava carente nella ricostruzione del ruolo svolto dagli antifascisti di Terra di Lavoro per abbattere il fascismo e conquistare la libertà. Le comunicazioni presentate da docenti e borsisti furono ritenute una utile base per l’ulteriore approfondimento di quel periodo storico, tant’è che l’amministrazione comunale di Capua decise di stampare gli atti del convegno. Purtroppo ancora si attende la pubblicazione. Questo riferimento mi permette di considerarmi tra quanti ritengono che il Museo Campano - la principale istituzione culturale della nostra Provincia - vada potenziata. Ora vedo con piacere avanzare interessanti proposte “per recuperare il Museo al ruolo di centro culturale vivo e vitale” dal consigliere B. Lamberti. Tra le quali vi è la proposta di “dedicare una sezione della biblioteca del Museo alla storia dei partiti politici e del movimento operaio e contadino in terra di Lavoro”. Su questa idea vorrei esprimere il mio parere.
La storia locale è trattata con sempre maggiore attenzione dai più qualificati ambienti universitari. In un recente congresso, svoltosi a Pisa nel dicembre del 1980, si è affermato che “storia generale e storia locale si identificano” quando questa “intende essere il riscontro in luoghi ed in ambienti determinati di problemi di carattere generale”. Questo è il caso dello studio dei movimenti politici e sociali, delle istituzioni in una provincia come la nostra. In questo modo non si fa del provincialismo, ma “storia totale di un determinato territorio”.
Stando così le cose, la proposta del consigliere Lamberti andrebbe meglio specificata. Ed è questo il motivo del mio intervento. Presso il Museo dovrebbe sorgere non tanto una biblioteca, quanto un archivio dei movimenti sociali e politici di Terra di Lavoro. Infatti è scarsa la produzione editoriale, molto più ampia è invece una “editoria minore” (dattiloscritti, ciclostilati, volantini, verbali di convegni e di riunioni, ecc.), che il più delle volte va perduta. Eppure in questa “editoria minore” c’è la traduzione delle politiche generali, c’è il giudizio di un determinato momento storico. C’è in sostanza l’originalità e la creatività delle politiche “locali” delle varie organizzazioni.
Per chi volesse ricostruire un episodio o un periodo determinato questa produzione diventerebbe una ricchezza inestimabile che assieme ai materiali delle emeroteche ed egli archivi di stato permetterebbe veramente di cogliere tutta la vivacità di una fase storica. Creare una sede capace di raccogliere ed ordinare il materiale via via prodotto significa non solo salvarlo dalla distruzione, ma dare vita ad una fonte inesauribile per i futuri ricercatori, evitare che la specificità dei vari gruppi sia appiattita in un giudizio generico e generale.
Molto materiale è già irrimediabilmente perduto. Penso ad esempio ai verbali del Comitato di Liberazione provinciali e locali. Eppure da li si potrebbe ricostruire la via attraverso cui si è andata costruendo la nuova democrazia postfascista. Penso ai programmi elettorali amministrativi. Eppure da li si potrebbe ricostruire il moto di intende delle varie forze politiche il ruolo degli enti locali. Penso a come si sono mosse le varie forze politiche e sociali nei confronti della Legge Stralcio della Riforma Agraria. E potrei continuare con altri esempi. Ma deve sempre essere così? È interesse di tutti i partiti, di tutte le organizzazioni economiche far si che le loro radici, la loro attività, non vadano distrutte, non scompaiano con i protagonisti, non vengano coperte dall’oblio.
Il Museo Campano può essere l’istituzione deputata a questo compito. Le generazioni future la considereranno un’opera meritoria perché potranno capire attraverso quali vie, quali idee, quali scontri, questa nostra e loro società è passata per diventale quella attuale. Per questo considero la proposta del consigliere Lamberti come una idea interessante da approfondire e discutere. Mi auguro che la affronterete anche voi con la dovuta serietà. Distintamente.

** Giuseppe Capobianco, 1982
** Intervento di G. Capobianco nel convegno “Capua e Terra di lavoro dal fascismo alla Repubblica” – Capua 30 giugno 1981

 

Guido D’Agostino – Testimonianza
Per una nuova dimensione di vita civile, sociale e politica
Ho conosciuto e quindi frequentato, per anni, in amicizia e in collaborazione di studio e lavoro, Peppino Capobianco, conservandone il ricordo pieno di stima e di affetto, in maniera viva e profonda. A pensarci ancora, o soprattutto, oggi, mi incuriosivano ed animavano il profilo politico-partitico dell’Uomo, il suo radicamento nella militanza comunista, già di lunga data, il rigore e la fermezza del carattere, lo stile di vita, la scala dei valori cui conformava la propria esistenza, e su cui fondava le relazioni umane e sociali. Dal canto suo, e nei miei confronti, rivelava attenzione, simpatia, affetto e grande fiducia. Ha voluto, nel tempo, che fossi io ad occuparmi dei suoi lavori storici e che ne scrivessi qualche pagina di prefazione o di introduzione. E così è stato in diverse occasioni, in particolare in quelle legate a quel filo rosso interpretativo, suo proprio del più complessivo itinerario di scavo nella memoria rimossa di cosa è stato per Terra di Lavoro il momento dello scontro più duro e crudele tra nazifascisti da un lato e le popolazioni locali dall’altro.
Opere come “La giustizia negata”, “La barbarie e il coraggio”, “Il recupero della memoria” pubblicati tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, mettono in luce la tragedia delle stragi naziste nel Casertano – si pensi all’efferato massacro sul Monte Carmignano, a Caiazzo – attraverso la ricostruzione, ineccepibile per accuratezza e competenza, delle vicende. Ma ancora più significativa, risulta la denuncia insistita e appassionata, e piena di sdegno, che Capobianco faceva della rimozione di quegli avvenimenti operata dalle autorità alleate, tedesche, italiane, nonché dalle stesse classi dirigenti locali strutturalmente interessate a lasciare nell’ombra fatti di inaudita gravità compiuti ai danni delle comunità da essi amministrate. In sostanza, per Peppino, il punto era che il cruciale periodo, tra gli ultimi anni del fascismo, la guerra, la resistenza e la lotta di liberazione, l’arrivo degli Alleati ha rappresentato per le comunità locali meridionali altrettante occasioni di crescita, di maturazione democratica e di passaggio da una solidarietà tutta interna a un universo di subalternità e di rassegnazione, verso una embrionale coscienza di lotta di classe e di riscatto. Ed è proprio un tale tipo di processo a venire intenzionalmente colpito dalla rivoltante alleanza, a livello locale, nazionale e internazionale, fatta di omertà e di fuga da ogni responsabilità, non meno che di timori per la perdita del controllo sociale e politico di masse povere e sfruttate.
In pratica, un doppio inganno e un altrettanto irrimediabile torto patito dalla gente di Terra di Lavoro: avere subito tante e inaudite atrocità e al tempo stesso non avere avuto la possibilità di costruire di ciò e da ciò una memoria come attributo di futuro, come costruzione di un nuovo progetto di vita. In definitiva, una resistenza compiuta e sancita nel sangue dei suoi eroi e martiri, ma restata inerte, perché misconosciuta e rimossa. Questo il ‘rovello’ mentale e politico che ha reso Peppino Capobianco così tenace, così reattivo, tutto dedito a fare breccia in quel muro, a riaprire un discorso politico e sociale brutalmente interrotto e ridotto all’inerzia e al silenzio. Recuperare, con e attraverso la memoria, una nuova dimensione di vita civile, politica e sociale per i suoi conterranei: per questo egli ha vissuto e operato, e per questo merita da parte di tutti noi, ricordo imperituro e gratitudine perenne. Personalmente, chiudo queste poche note avendo ben presente davanti ai miei occhi l’ultima visita di Peppino Capobianco, nella sede dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Antifascismo, quando la malattia si era ormai palesata come foriera della vicina morte, rivolgendo lui a noi parole di affetto e di incoraggiamento! Allo stesso modo, la commozione intensa, fino alle lacrime, di tutti i presenti intervenuti, qualche tempo dopo, alla cerimonia funebre con la partecipazione del Comune di Napoli e del Sindaco Bassolino, all’epoca, e da meno di un anno, alla guida della città.

*P. Iorio - Diritti e lotte sociali nel XX secolo. Storie e protagonisti di Terra di Lavoro, Guida 2019

 

Giovanni Cerchia
Un uomo politico schivo e appassionato
Giuseppe Capobianco era un uomo di estremo rigore personale e politico, schivo e disinteressato fino ai limiti dell’ascetismo. Ricordo con quanta insistenza fu quasi “costretto” a partecipare alla presentazione del suo libro sulle stragi naziste in Terra di Lavoro (“La giustizia negata. L’occupazione nazista in Terra di Lavoro dopo l’8 settembre 1943”, 1990), alla presenza dell’allora presidente della Camera dei Deputati on. Nilde Jotti. Capobianco era casertano, nato a Santa Maria a Vico il 27 giugno del 1926, l’anno delle leggi eccezionali che portavano il fascismo a compiere il salto decisivo verso la dittatura. Suo padre Francesco era un ufficiale di carriera della Regia Marina Militare, trasferito a Gaeta nel 1931 per dirigere i locali Stabilimenti Militari di Pena. Ed era qui, proprio nelle immediate retrovie di quella che sarebbe diventata la “linea Gustav”, che Peppino veniva sorpreso dall’8 settembre e dall’inizio della “guerra civile” italiana, riuscendo a superare rocambolescamente le linee soltanto nel marzo 1944. Partecipava poi alla ricostruzione del movimento giovanile comunista, promosso per cooptazione nel marzo del 1948 nel comitato federale della Pci di Terra di Lavoro; organizzazione della quale sarebbe diventato segretario quasi un venticinquennio più tardi, tra il 1970 e il 1976, sino al suo successivo ingresso nel ristretto ambito nazionale del Comitato Centrale di Controllo.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: 25° anniversario della scomparsa

La sua produzione storiografica iniziava proprio in quest’ultima fase degli anni 70, quando accendeva i riflettori sui protagonisti del movimento operaio e democratico casertano (“Scritti di Corrado Graziadei” e “Ricordo di Michele Izzo” nel 1979, “Leopoldo Cappabianca, una vita per la libertà e la giustizia sociale” nel 1983, “Ricordo di Gori Lombardi” nel 1985, “Antonio Marasco e il movimento operaio di Piedimonte Matese” nel 1986), all’interno del più ampio contesto della complessa vicenda politica e sociale della provincia (su tutti il già citato “La giustizia negata” e l’appena riedito “La costruzione del ‘partito nuovo’ in una provincia del Sud” nel 1981).

In questi suoi studi ritroviamo tutta la passione dell’uomo politico, con le idiosincrasie, le suggestioni, i valori, ma anche i limiti, spesso affascinanti, di un uomo del suo tempo.
Poiché Peppino Capobianco, e ciò non va mai edulcorato con letture di maniera, fu innanzitutto un uomo orgogliosamente di parte: un comunista della covata di Togliatti che metteva al primo posto, sempre e comunque, le ragioni della politica e dell’organizzazione. Un uomo che diffidò sempre dagli “spontaneismi”, che non amava i “movimentismi”; anzi, che li giudicava, come ebbe a scrivere a proposito degli eccidi nazisti di Terra di Lavoro, incapaci di divenire di per sé “occasione di rottura col passato e coscienza del cambiamento”. Capobianco moriva il 27 settembre del 1994; conoscendolo, sospetto che non avrebbe amato queste rievocazioni: “Le masse”, ci diceva, “non gli individui, fanno la storia”. Eppure Peppino Capobianco, nonostante le sue convinzioni e l’innata timidezza, fu un protagonista della storia democratica del Paese. Ecco perché, dieci anni dopo, ancora ci addolora ricordarne la scomparsa.

*in «L’Articolo» del 7 settembre 2004

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina libro di G. Capobianco Una nuova questione meridionale   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina libro di G. Capobianco Le tendenze del primo socialismo in Terra di Lavoro 19200-1925   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina libro di G. Capobianco Riformisti e rivoluzionari a Napoli
 

Biografia e Bibliografia

Politico e storico della Resistenza. Nato a Santa Maria a Vico (Ce) il 27 giugno 1926. Deceduto a Caserta il 27 settembre 1994. La sua vita, il suo impegno politico e di ricercatore storico.

Incarichi Elettivi:
• Consigliere Provinciale della Provincia di Caserta
• Consigliere Comunale Città di Caserta
• Consigliere Comunale Comune di Maddaloni
• Consigliere Comunale Comuni di San Felice a Cancello
Incarichi Politici:
• Segretario Provinciale della Fgci (Federazione giovanile comunisti Italiani) della provincia di Caserta
• Segreteria Federazione Provinciale del P.C.I. di Napoli
• Segreteria Federazione Provinciale del P.C.I. di Benevento
• Segreteria Federazione Provinciale del P.C.I. di Pescara
• Segreteria Comitato Regionale del P.C.I. della Abruzzo
• Commissario Comitato Regionale del P.C.I. della Molise
• Segretario Federazione Provinciale del P.C.I. di Caserta
• Segreteria Comitato Regionale del P.C.I. della Campania
• Componente Commissione Centrale di Controllo del P.C.I.
• Coordinatore Provinciale di Rifondazione Comunista
• Segretario della Confederterra-Cgil della provincia di Caserta
• Segretario della Federbraccianti-Cgil della provincia di Caserta
• Alleanza Contadini della provincia di Caserta
• Segretario Regionale della Federmezzadri Abruzzo

Le pubblicazioni e gli scritti
G. Capobianco, Scritti di Corrado Graziadei
Le lotte nelle campagne di Terra di Lavoro 1945-1950, edizione “il progresso di terra di lavoro”, 1979
G. Capobianco, La costituzione del “Partito Nuovo” in una provincia del sud
Appunti e documenti sul P.C.I. di Caserta: 1944-1947, Cooperativa Editrice Sintesi, 1981
G. Capobianco, Appunti sulle origini del fascismo in Terra di Lavoro e momenti della resistenza operaia e popolare 1921- 1923, Edizione S.l., 1983
G. Capobianco, Le tendenze del primo socialismo in Terra di Lavoro 1900-1925, Cooperativa Editrice Sintesi, 1983
G. Capobianco, Leopoldo Cappabianca: una vita per la libertà e la giustizia sociale, Edizione “Centro Studi Corrado Graziadei”, 1983
G. Capobianco, L’operaio muratore di Napoli, Edizione Pietro Laveglia, 1985
Il resoconto del processo casale “propaganda”, Edizione Pietro Laveglia, 1985
“Il valore delle lotte sindacali nel dopoguerra per la trasformazione economica e sociale di Terra di Lavoro”. Conferenza di Giuseppe Capobianco 4-8 giugno 1984, Caserta Palace Hotel
G. Capobianco, Antonio Marasco e il movimento operaio di Piedimonte Matese, Edizione “Centro Studi Corrado Graziadei”, 1986
G. Capobianco, La classe dirigente casertana dall’età prefascista alla fase che segue l’abolizione della provincia di Terra di Lavoro, Edizione Territorio, istituzioni, politica, economia, 1986
G. Capobianco, La giustizia negata: l’occupazione nazista in Terra di Lavoro dopo l’8 settembre 1943, Edizione “Centro Corrado Graziadei”, 1989
G. Capobianco, L’Azione cattolica ed il fascismo: gli avvenimenti del 1931 a Piedimonte Matese, in «Annuario 1989 dell’Associazione storica del medio Volturno», pp. 21-25
G. Capobianco, J. Agnone, La barbarie e il coraggio: riflessioni sul massacro nazista di SS. Giovanni e Paolo, Caiazzo, 13 ottobre 1943, Edizione “Associazione storica del Caiatino”, 1990
G. Capobianco, Il quadro socio-economico e la vicenda elettorale dell’area casertana (1946-1985), Edizione Liguori, 1990
G. Capobianco, Quadro socio-economico e vicende politico-elettorali, Edizione Liguori, 1990 - Fa parte di: Società, elezioni e governo locale in Campania (1946-1986)
G. Capobianco, Fascismo e modernizzazione: La scomparsa di Terra di Lavoro nel 1927, edizione “Centro Studi Corrado Graziadei”, 1991
G. Capobianco, La “bonifica integrale” in Campania e la colonizzazione del Basso Volturno Rif. “Italia Contemporanea”, Franco Angeli Edizioni, 1992
G. Capobianco, Chiesa e fascismo nel Sannio negli anni ’30, edizione Torre della Biffa, 1993
G. Capobianco, Il recupero della memoria: per una storia della Resistenza in Terra di Lavoro, autunno 1943, edizioni Scientifiche Italiane, 1995 (Postumo)
G. Capobianco, La resistenza a Gaeta durante l’occupazione tedesca: testimonianza di un ragazzo di allora, edizione S.l., 1999 (Postumo)
G. Capobianco, Sulle ali della democrazia: il PCI in una provincia del Sud, 1944-1947 (Ristampa), edizione Spartaco, 2004 (Postumo)
G. Capobianco, Una nuova questione meridionale: [Scritti Scelti 1979-1992], edizione Spartaco, 2004 (Postumo)
G. Capobianco, Riformisti e rivoluzionari a Napoli: Errico Leo- Diritti e lotte sociali nel XX secolo
Storie e protagonisti di Terra di Lavoro 115 116 Parte quinta - Peppino Capobianco, un rivoluzionario di professione ne e la nascita del socialismo scientifico, 1898-1904, edizione Spartaco, 2005 (Postumo)
G. Capobianco ha scritto saggi per: - “Lotte contadine: la verità a posto”, in La voce della Campania, N 12 1977
“Il Piano verde in Campania”, in Cronache meridionali, n. 9 1962
Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza. Edizione La Pietra
Alla radice del nostro presente, Napoli e la Campania da fascismo alla repubblica 1943/1946, anno 1986
Società, elezioni e governo locale in Campania 1946/1986, Anno 1990. A cura di Franco Capobianco, ASFOR UNILIF

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Mario Pignataro
 

Mario Pignataro
Dal 17 settembre scorso Mario Pignataro non è più. Alla soglia dei novanta anni Mario ci ha lasciato dopo aver attraversato l’intero ‘900 con tutti i suoi orrori e le sue speranze, ma anche le sue conquiste e sconfitte per il mondo del lavoro. Mario s’iscrisse al PCI all’età di vent’anni e, dopo l’esperienza di organizzatore degli operai serici, entrò a far parte della Segreteria della Camera del Lavoro di Caserta di cui fu segretario dal 1958 al 1961. Più volte incarcerato e processato per aver organizzato le lotte sociali degli anni ’50, s’impegnò anche nell’attività politico istituzionale come consigliere comunale a Caserta dal 1947 al 1950 e poi dal 1960 al 1980. Già questo basterebbe a delinearne la figura di alto profilo di uomo e dirigente politico-sindacale, impegnato nell’attività sociale a fianco delle categorie più deboli.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: 1950 Mario Pignataro al centro della segreteria CGIL provinciale con Giorgio Napolitano a sinistra allora Segretario provinciale del PCI di Caserta

Non è stato solo questo Mario Pignataro. L’ho conosciuto nel 2005, quando lavorava alla redazione di un libro su “L’economia della provincia di Caserta 1998-2005” (Immagina, 2006) e mi chiese di redigere una presentazione da anteporre al suo testo. Mario Pignataro era dotato di notevoli capacità intellettuali che il passare degli anni non aveva affievolito, come per molti di quella generazione. All’età di quaranta anni si laurea in Economia e Commercio, si specializza in studi storico politici e, nel 1981, vince una borsa di studio ISVEIMER per una ricerca sul “modello di sviluppo casertano e la questione meridionale”. Avvia una fiorente attività di giornalista pubblicista pubblicando su “il giornale di Napoli” e sulle riviste “Economia e Lavoro”,

“Frammenti”, “La provincia di terra di lavoro”, “La Campania”, “La riflessione”, “Il Caffè”.
Intensa la sua produzione di monografie di storia del movimento operaio: da “La situazione nelle campagne e le lotte contadine nel secondo dopoguerra” (L’Aperia, 1999), “Quando S. Leucio era la città della seta” (CGIL, 2004), per citarne solo alcuni. Così come le pubblicazioni sull’economia casertana: dalla “Storia economica della provincia di Caserta 1945-2005” suddivisa in quattro volumi, a “L’economia casertana 1993-1997” che riceverà il premio Alberto Beneduce, fino all’ultimo volume con la mia presentazione.
Un uomo poliedrico, animato da forte senso civico ed impegno sociale, tensione che ha guidato tutta la sua vita coniugando partecipazione e riflessione critica. Nonostante l’età avanzata, difficilmente mancava ad un convegno o seminario di economia. L’ultima immagine che ho di lui è del novembre 2011, seduto nella platea di un convegno su “Crisi economica e finanziaria”, in cui ero relatore, attento come sempre a cogliere le sfide e le opportunità che la crisi determinava per la sua terra e per il Mezzogiorno.
Una vita spesa per il bene comune, si direbbe oggi, senza per questo chiedere prebende o occupare posizioni di potere. Un esempio per i giovani meridionali oggi scoraggiati dalla mancanza di lavoro e prospettive future, tanto da andare ad ingrossare le file dei cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training) NEET, ossia giovani che non lavorano, non studiano, né sono impegnati in tirocini formativi. La vita di Mario dimostra che è possibile, con l’impegno sociale unito a studio e ricerca, a dare un senso al proprio essere, a riempire il vuoto che caratterizza i territori meridionali. È anche un esempio ad affidarsi alle proprie forze e alla propria intelligenza, senza percorrere strade oramai desuete di ricerca di relazioni verticali con politici e gruppi di potere.
Ricordo ancora l’orgoglio con cui Mario mi raccontava dell’incontro con il Presidente Napolitano, a latere di una sua venuta nel casertano. Erano amici da quando Napolitano era stato commissario della Federazione del PCI di Terra di Lavoro Era l’incontro tra due uomini di ferro della stessa generazione, due meridionali impegnati a riscattare il nostro Mezzogiorno, un impegno che per entrambi è stato ed è l’impegno della vita. La speranza è che la testimonianza della vita di Mario Pignataro ispiri e stimoli i giovani meridionali a ritrovare quell’impegno sociale, politico, di studio e ricerca, senza il quale le politiche di sviluppo, dall’alto o dal basso che siano concepite, non avranno le gambe per camminare, condannando il Mezzogiorno ad una perenne arretratezza e subordinazione.
Achille Flora, SUN

 
  100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: inervento di Mario Pignataro al 2° Congresso CGIL Campania Comprensorio di Caserta  
  100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: inervento di Mario Pignataro al 2° Congresso CGIL Campania Comprensorio di Caserta   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: inervento di Mario Pignataro al 2° Congresso CGIL Campania Comprensorio di Caserta  
 

1945: un Primo Maggio speciale di Mario Pignataro
Occorre anzitutto ricordare che, anche se l’Italia era ormai completamente liberata, il 1° maggio del 1945 sul fronte esteuropeo e nel Pacifico la seconda guerra mondiale era ancora in corso. E che quella guerra - costata ben oltre 50 milioni di vite - ha causato in provincia di Caserta circa 7000 caduti, oltre 700 dei quali vennero trucidati dai nazisti fra il 1943 e il '44, mentre furono 513 i militari caduti o dispersi nei lager tedeschi. Ma in Italia c'è stata, il 25 aprile 1945, la Liberazione, e il 1° maggio di quell'anno sono ben 24 le manifestazioni indette nella provincia di Napoli (Caserta sarà ricostituita provincia soltanto 40 giorni dopo. I'11 giugno 1945). La Camera del Lavoro è operativa a Caserta, ma anche a Santa Maria Capua Vetere, Sessa Aurunca, Capua; nel contempo si sviluppa la "Confederterra", che organizza i contadini e le cooperative che puntano all'occupazione delie terre.
Ma l'organizzazione della festa dei lavoratori è seguita soprattutto da comunisti, socialisti e democristiani. I partiti si andavano riorganizzando per zona: il 7 novembre 1944 il PSI tiene il congresso provinciale presieduto da Pietro Nenni, che ebbe come risultato, fra l'altro, la divisione fra Caserta e Napoli per zone di competenze. La segreteria eletta è composta dà Giuseppe Baffone, Umberto Merola e Alberto Jannone. Precedentemente, il 22 ottobre 1944, previo accordo fra la federazione comunista di Caserta e quella di Napoli, c'era stata la conferenza di organizzazione del P.C.I. per le sezioni oltre il Volturno (zona di Caserta) e di Piedimonte (presenti Cacciapuoti, Valenzi e Maglietta). Comunque, mentre da più parti si lavora incessantemente per riavere la provincia, per il 1° maggio 1945 si tengono manifestazioni a Caserta (con Paolo Fissore, Viscaro e Numeroso), ad Aversa (con Danesi, Benvenuto e Rodino), a Capua (con Ingangi, Manes e Passeggia), a Santa Maria C.V. (con Mario Alicata; Farina e Piscitelli), a Sessa Aurunca (con Ennio Villone, Corrado Graziadei e Piscitelli) e ancora a Piedimonte, Grazzanise, Marcianise, Maddaloni, Albanova, San Marco Evangelista, Santa Maria a Vico. Le notizie qui riportate le ho tratte dal libro di Peppino Capobianco Sulle ali della democrazia, ristampato con "la storia del P.C.I. (1943/47)"; il 1° maggio del 1945, infatti, non mi trovavo a Caserta, ma ero ancora a Firenze quale interprete presso un Comando delle forze Armate Americane. Qui ritornerò solo ai primi di giugno, e riprenderò ì contatti col partito e la Camera del Lavoro.
In quel periodo il problema da affrontare è il lavoro. A Piedimonte si organizzano manifestazioni delle operaie delle Cotonerie Meridionali per la ripresa del lavoro mentre i ferrotranvieri pongono i problemi relativi alla propria categoria. I reduci cominciano a reclamare un lavoro. A San Leucio le fabbriche sono ferme e gli operai vengono mandati a casa. I pochi che lavorano con le forze alleate vengono gradualmente licenziati. Gli unici che, in quel periodo ottengono risultati concreti sono i contadini, ma soltanto grazie al ricorso alla lotta e alle occupazioni: a Nocelleto di Carinola si registrano occupazioni delle terre già il 18 febbraio e poi ancora il 30 aprile del 1945; il 16 maggio dello stesso anno la Commissione istituita presso il Tribunale di Santa Maria C. V. assegna alle cooperative 50 ettari di terra ma, dopo soli 15 giorni, il 31 maggio, risultano assegnate alle cooperative, secondo la legge Gullo, 325 ettari.
L'agricoltura si conferma settore trainante delle nostre zone: dal censimento del 1951 si evince che il 60% della popolazione attiva è impiegata nell'agricoltura, che conta 150.000 lavoratori contro 17.000 addetti dell’industria. lo trovo provvisoriamente lavoro presso gli Americani come interprete di inglese e tedesco (gli Americani avevano dei prigionieri tedeschi). Siamo in tre, divisi in turni di 24 ore. Un giorno di lavoro e due liberi. Riprendo contatto col P.C.I. e comincio a riorganizzare i tessili e a interessarmi anche di altre categoria: edili, canapieri, pastai ecc. Nell'ottobre del 1945 la segreteria della Camera del Lavoro, ormai ritornata provinciale, è composta da Attilio D'Angelo socialista, segretario responsabile, Raffaele Postiglione, democristiano e impiegato della Sopral, e il sottoscritto, comunista, segretario. Ha inizio così la mia attività politica e sindacale.

** Tratto da Caffè del 30 aprile 2010

 

Mario Pignataro
Nasce San Leucio di Caserta nel 1923. Aderisce al PCI alla fine del 1945. Nell’autunno del 1945 in quanto organizzatore sindacale degli operai serici entra a far parte della Segreteria della Camera del Lavoro di Caserta, di cui diventa segretario responsabile dal 1958 al 1961. Fu tra i dirigenti in prima fila nelle lotte sociali del dopoguerra e degli anni ’50 in Terra di Lavoro; più volte venne incarcerato e processato. Poi divenne consigliere comunale di Caserta dal 1947 al 1950 e venne rieletto dal 1960 al 1980. Fu tra i fondatori e promotori della Confesercenti, di cui è stato presidente dal 1975 al 1980. Si laureò in Economia e Commercio presso l’Università di Napoli con una tesi su “La rendita fondiaria”. Nel 1981 vince una borsa di studio dell’ISVEIMER con una ricerca sul tema: “Il modello di sviluppo casertano e la questione meridionale”. Divenne Diritti e lotte sociali nel XX secolo. Storie e protagonisti di Terra di Lavoro 85 86 Parte quarta - Le lotte contadine per la terra esperto di pianificazione commerciale, acquisì la qualifica di giornalista pubblicista con tanti articoli e saggi, fu studioso di problemi economici apprezzato dai vari enti (in particolare collaborò con la Camera di Commercio). Tra le sue opere e ricerche ricordiamo in particolare: “L’economia di Terra di Lavoro dal 1945 al 1985”, a cui seguì la raccolta di saggi: “Una Provincia che vuole risorgere: l’economia casertana dal 1986 al 1992 vista da vicino”. Si potrebbe definire un vero “homo civicus”, l’emblema del vero cittadino attivo da proporre alle nuove generazioni. La sua vita era caratterizzata da una costante tensione civile e culturale, capace di coniugare insieme la partecipazione con la passione umana e riflessione critica.

 

In memoria di Mario Pignataro di Pasquale Iorio, ex Segretario CGIL Caserta
Con la sua scomparsa Mario Pignataro lascia un vuoto profondo nella vita sociale, politica e culturale della nostra provincia. Insieme a Peppino Capobianco, a Mimì Ianniello, ad Andrea Sparaco ed altre personalità della sua generazione, può essere ricordato come un “costruttore di democrazia”, come uno dei protagonisti più impegnati per la rinascita di Terra di Lavoro nel secondo dopoguerra: come operaio, militante e dirigente sindacale, in prima fila nelle lotte per la conquista delle terre incolte; sempre a fianco degli operai tessili delle seterie della sua borgata S. Leucio e delle tante vertenze che segnarono gli anni della industrializzazione (come quella emblematica della Saint Gobain), in difesa dei fondamentali diritti sociali ed umani.

 
  100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina del libro La situazione nelle campagne e le lotte contadinenel secondo dopoguerra di Mario Pignataro   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: tessera del PCI del 1958 di Mario Pignataro  
 

Giovanissimo si iscrisse al PCI all’età di vent’anni e fu tra fondatori della Camera del Lavoro di Caserta, di cui fece parte come segretario dal 1958 al 1961. Più volte incarcerato e processato per aver organizzato le lotte sociali degli anni ’50, s’impegnò anche nell’attività politico istituzionale come consigliere comunale a Caserta dal 1947 al 1950 e poi dal 1960 al 1980. Negli ultimi anni della sua vita prese parte attiva alle iniziative del mondo del volontariato dedicate ai temi della memoria storica ed economica, in particolare dell’Auser.
Sicuramente va annoverato tra gli intellettuali meridionali più attivi ed impegnati, dimostrando molta tenacia anche negli studi, conseguendo a quarant’anni la laurea in Economia e Commercio. Poi si è specializzato nelle ricerche storiche e politiche. Era molto orgoglioso di alcuni riconoscimenti, come quello ricevuto nel 1981 con una borsa di studio ISVEIMER per una ricerca sul “modello di sviluppo casertano e la questione meridionale”. Particolarmente intensa fu la collaborazione con varie testate giornalistiche e riviste specializzate (a partire da Il Mattino).
Ancora più rilevante è stato il contributo alla ricostruzione della storia economica di Terra di Lavoro, con alcune opere che rimangono fondamentali per chiunque voglia approfondire la nostra realtà: a partire dalle monografie di storia del movimento operaio, come “La situazione nelle campagne e le lotte contadine nel secondo dopoguerra” (L’Aperia, 1999); “Quando S. Leucio era la città della seta” (CGIL, 2004), per citarne solo alcuni.
Così come le pubblicazioni sull’economia casertana: dalla “Storia economica della provincia di Caserta 1945-2005” suddivisa in quattro volumi, a “L’economia casertana 1993-1997” che riceverà il premio Alberto Beneduce, fino all’ultimo volume con la presentazione del prof. Achille Flora, della Facoltà di Economia della SUN.
Di lui va ricordato il forte senso civico ed impegno sociale (come dice Franco Cassano in un suo bel libro, si potrebbe definire un vero “homo civicus”, l’emblema del vero cittadino attivo da proporre alle nuove generazioni). La sua vita era caratterizzata da una costante tensione civile e culturale, capace di coniugare insieme la partecipazione, passione umana e riflessione critica.
Fin negli ultimi momenti in cui le forze gli consentivano di uscire era partecipe alle attività delle “Piazze del sapere” e della vita socio-culturale della città, in cui portava sempre il suo contributo di uomo colto e curioso, di profonda umiltà e disponibilità al confronto – doti sempre più difficili a ritrovare nei nostri tempi. Per questo ha sempre mantenuto bei rapporti con alcune personalità ed enti, a partire dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano fino a quello della Camera di Commercio in carica Tommaso De Simone, con il quale aveva messo a disposizione le sue competenze per rilanciare la Biblioteca del sapere economico di Terra di Lavoro)
Con lui ho avuto modo di collaborare mettendo a disposizione tanti materiali e documenti della nostra realtà sociale e culturale. Di recente mi aveva chiamato per dirmi che stava lavorando ad una rielaborazione delle sue ricerche di storia dell’economia locale. Spero che questi materiali siano tra sue carte per poterli consultare e diffondere. A tal fine la rete delle Piazze del Sapere intende organizzare un incontro per ricordare degnamente la sua memoria in un luogo come la libreria Feltrinelli (di cui era assiduo frequentatore), concordando con i familiari data e modalità.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Ernesto Rossi
 

Ernesto Rossi, un democratico ribelle.
Nato a Caserta il 25 agosto 1897, morto a Roma il 9 febbraio 1967, politico, giornalista, antifascista e professore d’economia. Si era formato negli ambienti democratico e liberali fiorentini ed aveva partecipato da volontario alla Prima guerra mondiale, comportandosi valorosamente. Tra il 1919 il 1922, in polemica con le posizioni che i socialisti avevano verso i reduci di guerra, Diritti e lotte sociali nel XX secolo.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto di Ernesto Rossi

Storie e protagonisti di Terra di Lavoro 43-44
Parte prima - I pionieri dell’inizio del Novecento il giovane economista ebbe a collaborare con il mussoliniano Popolo d’Italia. Ma non gli ci volle molto tempo per ricredersi. Nel 1924 Ernesto Rossi aderì all’Unione Nazionale Democratica fondata da Giovanni Amendola e, sempre nello stesso anno, fu tra i fondatori a Firenze dell’associazione segreta L’Italia Libera e, dal gennaio all’ottobre 1925, tra i redattori del periodico antifascista Non mollare! Per questo venne processato e costretto a riparare in Francia.
Nel 1926 tornò in Italia e partecipò, vincendolo, ad un concorso statale per l’insegnamento dell’Economia. Insegna a Bergamo, ma prosegue l’attività cospirativa e nel 1929 è tra i fondatori, con Carlo Rosselli, del movimento “Giustizia e Libertà”. Arrestato sul finire del 1929 per una delazione, Rossi - con altri dirigenti di “Giustizia e Libertà” - finisce in carcere e nel 1931 il Tribunale speciale lo condanna a venti anni di reclusione. Ne sconta nove, poi viene mandato a Ventotene, dove ha modo di concorrere con i suoi compagni alla stesura del federalista Manifesto di Ventotene.

Alla caduta del fascismo Ernesto Rossi raggiunse Milano, dove, il 27 agosto 1943, partecipò alla riunione di fondazione del Movimento Federalista Europeo ed entrò poi nell’Esecutivo del Partito d’Azione. Dopo l’8 settembre passò in Svizzera, dove continua l’attività resistenziale e da dove rientra a Milano nei giorni della Liberazione. Designato membro della Consulta nazionale, Rossi venne anche chiamato a far parte del governo Parri come sottosegretario alla Ricostruzione.
Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione, svolse prevalentemente una fittissima attività pubblicistica (famosissimi i suoi articoli, raccolti nei volumi Aria fritta e I padroni del vapore, per non dire dei libri Settimo non rubare, Il malgoverno, Il manganello e l’aspersorio, Le baronie elettriche), anche se nel 1955 fu tra i fondatori del Partito Radicale che, in origine, si chiamò Partito Radicale dei Democratici e dei Liberali Italiani.
Dopo la sua morte, ad Ernesto Rossi sono state intitolate una Fondazione, Circoli radicali e strade in molte città italiane. Il «democratico ribelle», come lo definisce Giuseppe Armani nel testo dedicato alla sua figura di politico ed intellettuale, ha sempre manifestato un’indole polemica e intransigente, dedito all’invettiva contro i vizi del potere, impegnato nel combattere gli interessi corporativi e clientelari dei “padroni del vapore”, attivo nei confronti dei grandi assetti monopolistici, testimone esemplare di un pensiero laico e liberale che, inevitabilmente, si è esplicitato in un’aperta dichiarazione di anticlericalismo in nome della difesa di un mondo libero dalle costrizioni ideologiche delle gerarchie ecclesiastiche e del regime fascista con cui la chiesa non mancava d’intessere relazioni, a partire dagli anni venti.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Domenico Ianniello
 

Domenico Ianniello (detto Mimì)
È stato certamente una delle figure più emblematiche della sinistra casertana nel secondo dopoguerra. Fu un intellettuale eclettico e rigoroso, di grande simpatia umana e comunicativa. Nato nel 1928 da famiglia originaria di Sora (sempre Terra di Lavoro) con papà ferroviere; unito da forti legami con la sua compagna di sempre, la moglie Serafina, ha lasciato insieme a lei i suoi tre amati figli Andrea, Pietro e Tania. Soprattutto ha lasciato un altro grande vuoto nella memoria storica del PCI e dell’intera Sinistra di Caserta.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto di Domenico Ianniello

Ha rappresentato l’ala intellettuale più avanzata del PCI casertano. Ingraiano convinto e coerente, anche dalla parte del gruppo de Il Manifesto, rimase all’interno del PCI con Ingrao per esercitare quella funzione essenziale della sinistra del partito. La sua impostazione, fortemente intellettuale, impregnata nel pensiero e nella ricerca del che fare, capire fino all’ossessione qualche volta, aveva però una caratteristica pregiudiziale e di fondo: il rifiuto dell’ideologismo ripetitivo, un grande senso della libertà del pensiero, partire dalla storia delle realtà sociali che incontrava, capirle e partire da esse per trarne la sintesi. La sua funzione non è mai stata quella del comunista che portava il credo e la verità ma quella di costruire momenti di organizzazione democratica della società e dei lavoratori.
Pur ricoprendo un incarico squisitamente politico e di partito, nei massimi organismi della federazione casertana del PCI, collaborava contemporaneamente con la CGIL, insieme con Paolo Broccoli e Pietro Di Sarno, per dare continuità al rafforzamento organizzativo dei braccianti e dare una testa alla storica vertenza dei mezzadri delle tenute ex borboniche di Mastrati e di Torcino.

Dette il massimo contributo all’allora segretario federale del PCI Peppino Capobianco (stiamo intorno al 1973- 74), per una svolta berlingueriana del Partito; per un profondo rinnovamento teso a ridare al PCI una nuova grande autonoma capacità di dar vita allo sviluppo dell’organizzazione democratica dei Lavoratori, dei contadini e della società. Per questo fu fatta la scelta di fondo di rinnovare e rifondare l’allora segreteria provinciale del PCI basandola sull’ingresso di due nuove esperienze sindacali, quella di Adelchi Scarano, che poi divenne segretario, e quella mia e di altri giovani dirigenti, stiamo all’inizio dell’estate 1974.
L’altra grande peculiarità e caratteristica di Mimì era quella di un rifiuto ideologico della politica e del partito come occasione di carriera. È memorabile il suo caparbio rifiuto della proposta insistente di Peppino Capobianco e di tutti noi di candidarlo come sicuro eletto in un collegio senatoriale, al momento in cui si pose l’alternanza delle cariche parlamentari nella nostra provincia. Mimì, contemporaneamente al suo forte impegno politico, contrassegnato da una grande aspirazione agli ideali di libertà e giustizia, non ha mai tralasciato la sua passione di lavoro fondato su un grande

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: copertina libro di Domenico Ianniello Il vialone Carlo III nella storia di Caserta

amore per la matematica e la fisica.
Nella metà degli anni ’70 la vecchia guardia che dirigeva il PCI (sotto la guida di Peppino Capobianco, a cui Mimì era molto legato, insieme con i funzionari storici come Umberto Barra, Salvatore Martino, Ciccio d’Ambrosio e Salvatore De Cicco), decise di affidare le sorti della Federazione casertana ad una nuova leva di giovani quadri e militanti. Quasi tutti/e provenivano dai movimenti giovanili e studenteschi; molti abbandonarono gli studi e si dedicarono anima e corpo alla vita di “rivoluzionari di professione” (così ci definivamo allora). Alcuni passarono per la FGCI, altri dal sindacato e dalla formazione professionale, altri dall’associazionismo cattolico, prima di assumere incarichi di direzione nelle varie “commissioni di lavoro” in cui si articolava l’organizzazione della Federazione.
A memoria cerco di ricordarli: da Peppino Venditto ad Adelchi Scarano (futuri giovani segretari provinciali del PCI), da Ugo Di Girolamo ad Amedeo Marzaioli, da Franco De Angelis a Tina D’Alessandro e Luisa Cavaliere), da Michele Colamonici (che è stato Segretario Provinciale CGIL) fino al gruppo dei sindacalisti come Michele Gravano, Giancarlo Bottone, Corrado Cipullo, Franco Capobianco, Adolfo Villani, che iniziarono la loro militanza nella CGIL. Vanno aggiunti anche il pratese Claudio Martini (che è stato Presidente Regione Toscana) e Piero Lapiccirella (Ex Segretario della gioventù comunista, prematuramente scomparso a Napoli).

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Vincenzo Raucci
 

Vincenzo Raucci

Il deputato Vincenzo Raucci, protagonista delle lotte contadine
Vincenzo Raucci iniziò il suo impegno di attivista comunista nel 1944, a 20 anni. Infatti nacque a Capua nel 1924 e visse i suoi anni di fanciullezza ed adolescenza in un ambiente familiare di forte impronta fascista. Ricordiamo solo che il nonno Vincenzo era stato nel 1921 segretario della sezione del Fascio di Capua e suo padre Attilio aveva partecipato alla marcia su Roma e accusato dell’aggressione del deputato socialista Vittorio Lollini.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Vincenzo Raucci

La famiglia era una famiglia molto benestante di commercianti e proprietari di immobili. Fu allievo del professore Alberto Iannone, nonostante il professore fosse un noto antifascista, e da quegli insegnamenti Enzo Raucci trasse l’ispirazione di una scelta di vita al servizio delle classi subalterne di Terra di Lavoro.
Raucci si iscrisse al Partito Comunista Italiano nel 1944 e già il 22 ottobre fu tra i sei delegati della sezione di Capua, insieme a Aniello Tucci, De Cecio, Antonio Perrotta, Pasquale di Rienzo e Vittorio Castellano, alla conferenza di organizzazioni delle sezioni del Pci dell’Oltrevolturno che si tenne a Sparanise. Da allora il suo impegno fu mirato a costruire e dare forza al “Partito nuovo” con incarichi di responsabilità.
Enzo Raucci rischiò il primo arresto nel corso di un comizio per una manifestazione non autorizzata, dopo la notizia dell’attentato a Togliatti. Riuscì a sfuggire ai carabinieri, rifugiandosi nella casa di Benedetto D’Innocenzo a Calvi Risorta, mentre veniva condotte al fermo le sorelle Maria e Velia. Raucci entrò a far parte del comitato federale del Pci nel 1946, dopo che la provincia di Caserta ottenne di nuovo il suo status, e successivamente nella segreteria della Federazione.

Poi rappresentante della Camera del Lavoro e consigliere comunale di Capua, nel 1948, avrà il suo ruolo rilevante nel corso delle lotte dei braccianti del 1954. Le lotte bracciantili del 1954, in provincia di Caserta, segnarono, infatti, un momento altrettanto importante con una nuova ondata di occupazioni, che portò a conquiste rilevanti in relazione al salario e ai primi diritti sindacali per i contadini. Siamo in un momento storico in cui il movimento contadino assume la valenza di movimento organizzato con una consapevolezza politica delle proprie ragioni sociali, anche economiche e di partito. Nel 1954 i braccianti conquistarono il primo contatto provinciale che portava i salari minimi a 800 lire giornaliere.
Inoltre fu l’anno degli scioperi per il sussidio di disoccupazione, di cui resta memorabile la giornata del 12 giugno 1954 con la Camera del Lavoro che decise di organizzare due grandi manifestazioni a Trentola e a Casal di Principe. In tale giornata, alle ore 6 del mattino, i dirigenti della Camera del Lavoro di Caserta, insieme ai braccianti, erano già sul posto, ma vi trovarono anche i Carabinieri che trassero in arresto sia i funzionari che gli stessi braccianti per blocco stradale. Tra di essi ritroviamo Vincenzo Raucci, che diede tutto il suo apporto generoso a quelle lotte per i primari diritti sindacali. Con Pietro Bove e Mariano Vegliante, Enzo Raucci sarà condannati a tre anni di carcere, condanna che in appello si ridurrà ad un anno di carcere. È grazie a quelle lotte che nell’inverno del 1954 i contadini conquistano il sussidio di disoccupazione, l’assegno familiare per il figlio e per il genitore, l’assistenza sanitaria. A tal riguardo, infatti, il 22 novembre 1954 il Parlamento approva la legge n° 1136 Bonomi con alcune aggiunte della proposta Longhi - Pertini che prevede l’assistenza sanitaria completa ed il contributo statale di 1500 lire per assistito.
Da quel momento ben 2 milioni di contadini usufruiranno per loro stessi e per i familiari dell’assistenza medica; il che significa che la conquista dell’assistenza sanitaria riguarderà ben 5 milioni di persone. Quindi Enzo Raucci diede un apporto determinante per un futuro migliore dei contadini in quell’anno. Belle le parole che dedicherà all’esperienza in carcere di Enzo Raucci la moglie del professore Alberto Iannone, Margherita Troili, nel momento in cui scrive: “ Il compagno Raucci, in carcere, con il suo atteggiamento e con il suo rifiuto di stare in cella se non con i braccianti, riuscì a tenere uniti i compagni”.
Sarà gran festa per tutti i compagni della provincia quando Enzo Raucci ritroverà la libertà nel 1956. Nell’anno 1959 Raucci sarà con Gerardo Chiaramonte testimone alle nozze di Giorgio Napolitano e Clio Bittoni. Nel dicembre del 1960 entra a far parte della Camera del Deputati. Siamo in un momento storico in cui, dopo la caduta del governo Tambroni, la Democrazia Cristiana apre al Partito Socialista e ciò provocherà un dibattito nel Pci sulle posizioni da tenere. Enzo Raucci nei suoi interventi farà prevalere la tesi dell’opposizione costruttiva in attesa di una svolta in senso ancora più progressista della società italiana. Dal 1961 al 1962 proporrà un pacchetto di proposte per una riforma tributaria che, basandosi sui principi fondamentali della Costituzione, sarà incentrato su imposte progressive per un fisco più giusto, equo e solidale. Nel contempo non viene meno il suo impegno di consigliere comunale di Capua, che aveva conservato. A ridosso degli anni settanta si consumò la devastazione del litorale domizio con la rivolta di Castel Volturno del 1969 e Raucci dedicò alla questione interrogazioni in cui denunciava gli intrecci di interessi fra politici e speculatori.
Enzo Raucci fu deputato fino al 1976, allorché vi fu un ricambio nella rappresentanza parlamentare del Pci della provincia e a Raucci e Iacazzi subentrarono Antonio Bellocchio e Paolo Broccoli. Raucci entrò nella direzione nazionale della Confcoltivatori e successivamente fu chiamato a dirigere la Confcoltivaltori campana. Agli inizi degli anni ottanta si adoperò quale collaboratore di Giorgio Napolitano, allorchè fu eletto capogruppo dei deputati del Pci fino alla morte che lo colse prematuramente nel 1986.

Bibliografia:
Adolfo Villani - I ragazzi del Professore - Ediesse 2013

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Michele Senatore
 

Michele Senatore, impegno e passione per la vera politica di Pasquale Iorio
Prendendo spunto da una lettera aperta inviata da alcuni militanti del PD casertano, lunedì 8 novembre 2010 si terrà nella sala della piazza del sapere alla Feltrinelli di Caserta un incontro sul tema “cultura e politica” con il commissario Ciro Cacciola. L’iniziativa offrirà anche l’occasione per ricordare la figura di Michele Senatore, scomparso da pochi mesi e ricordato da tutti/e come una delle espressioni più impegnate ed appassionate della vita politica casertana. Abbiamo volutamente scelto di legare in un filo rosso del nostro incontro i temi della politica e della cultura, intesa come fattore di coesione sociale e di crescita civile. La testimonianza di Michele ci riporta ai valori forti, al senso di militanza che la politica dovrebbe esprimere e che purtroppo oggi sono smarriti, svuotati dal pensiero unico dominante del neoliberismo, dall’effimero prodotto dal grande fratello e da un sistema di comunicazione dominato dall’immagine scandalosa di Berlusconi.
È l’occasione per ricordarsi che fare politica non vuol dire solo conquista del potere (ad ogni costo, spesso con metodi spregiudicati). Al contrario - come ci ricordano i principi su cui si fonda la nostra Carta costituzionale - vuol dire impegnarsi per il governo del bene pubblico, per affermare i valori e diritti fondamentali umani, civili e sociali, per lottare contro tutte le forme di emarginazione, per l’inclusione sociale e l’accoglienza dei più deboli.
È per questi valori che Michele si è sempre battuto, con passione e rigore. Lo faceva anche negli ultimi anni, in cui ha cercato disperatamente di rilanciare nella città capoluogo i luoghi in cui far vivere la partecipazione responsabile e democratica. Quanta sofferenza gli è costata la chiusura del circolo “Nilde lotti”, certamente tra i più attivi e partecipati della città. Per questo nella lettera aperta abbiamo sottolineato l’esigenza di far radicare anche a Caserta il PD sul territorio, di dare trasparenza al tesseramento e vitalizzare la partecipazione attiva degli iscritti e dei cittadini che ancora vogliono impegnarsi per una politica di cambiamento (dopo il palese fallimento dell’esperienza amministrativa).
A fondamento di tutto Michele poneva il ruolo della scuola e dell’istruzione pubblica, come diritto dei giovani per formare le basi culturali del loro sapere di futuri cittadini; ma anche delle persone adulte per poter apprendere sempre, per aggiornare ed adeguare il loro bagaglio di conoscenze e di competenze.
Come dimenticare la sua partecipazione assidua (insieme con Angela) alle tante iniziative locali e nazionali promosse su questi temi dall’area tematica oppure nelle feste de L’Unità, dove spesso interveniva per portare il suo contributo competente: di un uomo e maestro di vita per tanti ragazzi e studenti, con i quali si poneva in modo dialogante, di un docente che voleva condividere con curiosità, non solo trasmettere, sapere e conoscenza.
Infine, non possiamo trascurare la sua partecipazione attiva alle lotte sociali e sindacali, in difesa dei diritti primari, a partire da quelli per la scuola pubblica, dell’ambiente, della valorizzazione delle nostre bellezze e del territorio.

** Tratto da Buongiorno Caserta, 6 novembre 2010

 

Emilia Borgia ricorda l'impegno poliico di Michele Senatore
In una assolata ed afosa giornata di agosto tantissime persone hanno sfidato il clima pur di porgere l'ultimo saluto a Michele Senatore. Avendo militato per anni nello stesso Partito, benché non nella medesima Sezione, ed avendo fatto assieme innumerevoli esperienze congressuali, sia provinciali regionali, ma soprattutto avendo assistito ad interventi politici nelle sedi deputate, ho avuto modo di conoscere a fondo la persona che era. Impossibile non apprezzarne le specchiate doti dell'uomo e della persona politicamente impegnata. Michele era la testimonianza vivente del significato più nobile della parola "impegno politico": era lontano dalle poltrone, dal potere e dalle gestioni burocratiche che appassionano solo i politici perversi. Egli aveva un animo indomito della persona che non si piegava di fronte a nessuna ingiustizia e che della lealtà e della trasparenza aveva costituito il suo normale modo di vivere. È stato per me un orgoglio averlo conosciuto, frequentato ed aver condiviso con lui e la sua splendida compagna di vita del tempo prezioso. Con profondo affetto e stima anche a te Angela".

 
 

Dario Russo
Un chirurgo comunista. Una delle giornate che non dimenticherò mai fu quella vissuta all’inizio di giugno 1980 in occasione dei suoi funerali. Egli fu vittima della assurda follia e violenza di una donna che lo accoltellò in modo irreparabile nel suo studio all’ospedale civile di Capua. Era un medico di alta professionalità ed umanità, ed anche un uomo politico, un comunista sempre pronto ad aiutare i compagni e tutte le persone che si rivolgevano a lui (anche nella sua esperienza di consigliere comunale a Caserta). Poche volte, forse solo ai funerali di Enrico Berlinguer, abbiamo visto una intera città stringersi intorno al suo feretro, una folla sterminata, corale e commossa si strinse intorno a lui per l’ultimo saluto.
Un chirurgo abile, un uomo colto, di poche parole e di silenzi sereni. Una persona mite, con una bella e solida famiglia. Ed era un comunista. Il fatto di essere comunista in una città tendenzialmente democristiana, anzi molto democristiana, non gli precludeva la stima di chi non la pensava come lui. Mai, come nel suo caso, la passione politica non era di alcun peso nella valutazione della persona; di più, ne faceva risaltare gli aspetti umanamente più rilevanti. Sarebbe diventato deputato, Dario Russo, primo dei non eletti del Pci nella circoscrizione Napoli-Caserta, subentrando a Giorgio Amendola, morto da poche ore. Ma alla Camera il medico gentile non ci arrivò mai.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Francesco Imposimato
 

Francesco Imposimato
Sindacalista e ambientalista. Nella data dell’11 ottobre 2013 ricadeva il 30° anniversario dell’uccisione di Francesco Imposimato: un operaio vittima della barbarie omicida della camorra e del terrorismo, per il suo impegno politico, sociale ed ecologista. È stato una delle tante vittime innocenti del clima di violenza che in quegli anni ha insanguinato il nostro paese e la nostra provincia, con un pesante attacco alle condizioni di vita sindacale, democratica e civile. Oggi è importante ricordare queste figure per non dimenticare i pericoli che abbiamo corso. Da questo punto di vista è apprezzabile l’iniziativa promossa dall’Amministrazione e dal Presidio Libera di Maddaloni per ricordare Franco con una manifestazione pubblica. Nello stesso tempo vanno ricordati i tratti salienti e la ricchezza della sua personalità: in primo luogo il suo impegno di uomo politico, di un militante comunista rigoroso. Era un cittadino attivo (un vero “homo civicus” per dirla con Franco Cassano) in difesa dei fondamentali diritti sociali ed ambientali, in fabbrica e nel territorio per salvare i Tifatini dallo scempio delle cave, per tutelare un bene comune come il paesaggio (così come prevede l’Art. 9 della Costituzione).

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Francesco Imposimato

La sua esecuzione fu molto spettacolare, per il modo con cui venne trucidato in auto (mentre la moglie Maria Luisa Rossi restò ferita), davanti ai cancelli della sua fabbrica la Face Standard di Maddaloni. Come è stato ricordato in una nota della Fondazione Polis, che sta svolgendo un ottimo lavoro di documentazione e di memoria storica sulle vittime delle mafie, Imposimato era un iscritto al PCI, molto attivo nella vita politica e sindacale.
Ricordo i suoi interventi appassionati, di vero militante FIOM CGIL, nelle assemblee di fabbrica e nelle manifestazioni. Nello stesso tempo svolgeva una intensa attività culturale, con un particolare interesse alla salvaguardia dell’ambiente e dei centri storici. Memorabili restano le sue battaglie contro lo sfascio delle cave sui Monti Tifatini, che purtroppo nel tempo è continuato con danni irreparabili.
Per i suoi assassini aveva una grave colpa: era il fratello del giudice Ferdinando, in servizio presso il tribunale di Roma. Per questo la “cupola” mafiosa decise la sua morte, che era già scritta da tempo: nel marzo del 1983 gli rubano la Ritmo (poi utilizzata nell’agguato) e veniva pedinato.

Il fratello giudice, Ferdinando Imposimato, comprese l’esistenza di un reale pericolo: si rivolse ai carabinieri perché venisse allestito un servizio di scorta e sollecitò il direttore generale della Face Standard a trasferire il fratello. Dalle indagini e dai processi emerse subito la matrice mafioso-camorrista del crimine: si è voluto colpire il giudice Ferdinando Imposimato con un’azione trasversale.
All’origine dell’omicidio del sindacalista c’era un patto di ferro fra banda della Magliana, mafia e camorra. Come è emerso dalle sentenze e condanne, a volere l’omicidio furono Pippo Calò, considerato il cassiere della mafia, ed Ernesto Diotallevi, uomo di punta della banda della Magliana. Visto che Franco Imposimato viveva in Campania, era coinvolto anche Lorenzo Nuvoletta. Secondo la ricostruzione dei magistrati, i due decisero di uccidere il giudice Imposimato quando questi arrivò a loro nel corso delle indagini sull’omicidio di Domenico Balducci e su una serie di speculazioni edilizie nella Capitale. I due compresero che un agguato non sarebbe stato possibile, ma non per questo rinunciarono al loro obiettivo. Spostarono soltanto il tiro: il magistrato avrebbe, comunque, capito il messaggio e si sarebbe fermato. Allora si rivolsero ai Nuvoletta che erano interessati ad eliminare proprio Franco Imposimato.
Il sindacalista, infatti, aveva avviato una battaglia per fermare le cave abusive sui monti Tifatini, da dove è estratto il materiale per costruire dei tratti ferroviari i cui appalti erano affidati a ditte che facevano capo al boss di Marano. Appariva chiaro che l’impegno di Imposimato fosse tutt’altro che gradito al potente clan. La morte di Franco rientra nelle classiche vendette trasversali in quanto risultava impossibile colpire il fratello giudice.
È ancora viva la commozione che suscitò la notizia del suo assassinio, a cui seguì una forte mobilitazione unitaria del sindacato con una grande manifestazione dai cancelli della fabbrica per le strade di Maddaloni. Tutta la città si strinse commossa intorno al feretro di Franco, a fianco della moglie e dei figli. Toccò a me fare l’intervento conclusivo (a nome di CGIL-CISL-UIL), insieme ad Antonio Bassolino ed al fratello Ferdinando. Per ricordare la figura di Franco, la CGIL e la FIOM di Caserta – insieme alla rete di associazioni del terzo settore ed alla piazza del sapere – stanno valutando una iniziativa che si terrà a Caserta.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Luigi Paolino
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Luigi Paolino

Luigi Paolino
Marzano Appio 14/08/1923 – Vairano P. 01/03/1972

Figura di riferimento per il PCI nella zona dell’Alto casertano, già dal primissimo dopoguerra militante attivo del partito. Partecipò in prima persona alle lotte contadine che ebbero luogo nel 1949, in particolare nella zona di Cancello ed Arnone. Nel Gennaio del 1950 fu ispiratore ed organizzatore materiale di uno dei primissimi “scioperi al rovescio” della provincia e, per tale azione, scontò circa sei mesi di carcere con l’accusa di istigazione a delinquere.
Lo sciopero coinvolse circa 20 persone, le quali, in maggior parte braccianti disoccupati, si attivarono per canalizzare l’acqua di una antica fonte in località “Vallo di Marzanello”, nel Comune di Vairano Patenora, fino al centro abitato non ancora provvisto di tale servizio.
A Seguito dell’appello di Stoccolma si prodigò sul territorio per la raccolta firme contro le armi atomiche.

Nel novembre del 1950 fu cooptato nel Comitato Federale Provinciale del Partito ed inserito nella Commissione d’organizzazione.
Nel 1951 fu inviato dalla Segreteria Provinciale alla Scuola Centrale quadri “A. Marabini” di Bologna, dove affinò le sue già spiccate doti comunicative.
Le prime elezioni amministrative provinciali lo videro candidato nel Collegio Mignano-Roccamonfina tra le fila del “Fronte democratico Popolare”, esperienza bissata nel 56 con la lista “Rinascita” e poi sempre riconfermato con il PCI fino al 1964.
Nel 1963 ricoprì, per circa un anno, la carica di consigliere provinciale a seguito dell’elezione in Parlamento di alcuni compagni di partito.

A livello comunale, fino agli inizi degli anni ’70, fu “bandiera della sinistra” e voce instancabile delle istanze popolari e dell’interesse comune.
La sua generosità di uomo non gli fu restituita dalla vita, la perdita infatti di ben tre figli a poca distanza l’uno dall’altro contribuì non poco a minare la sua salute. Egli culminò tragicamente la propria esistenza il primo marzo 1972, accompagnato per il suo ultimo viaggio dalle bandiere rosse al vento.

Alberto Paolino

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto del funerale di Luigi Paolino

Fonti Documentali:
Fondo Peppino Capobianco – Archivio di Stato Caserta;
Corrispondenza privata 1951.
Fonti fotografiche:
Archivio Privato Alberto Paolino
Fonti orali:
Intervista Prof. Carlo De Cesare;
Memorie Mariano Paolino.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Maria Teresa Jacazzi
 

Maria Teresa Jacazzi
È nata a San Pietro del Carso il 30 novembre del 1929 è scomparsa a causa di una malattia incurabile il 13 novembre del 1993. La sua carriera politica comincia negli anni 60 e nel 1963 viene candidata ed eletta al Consiglio comunale, unica donna di quel consesso. Iscritta al Pci viene confermata per tre volte in Consiglio comunale e diventa assessore alla Pubblica Istruzione e allo sport nel 1987 e nel 1988.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Maria Teresa Jacazzi

Della sezione del Pci diventa anche segretaria. Componente del Cf della federazione di Caserta, candidata e prima dei non eletti alla regione nel 1975, component del comitato regionale del Pci e successivamente del Pds. Fino all'ultimo ha partecipato attivamente all'attività politica del partito partecipando nel luglio del '93, quando la malattia cominciava già a insorgere, alle votazioni e al dibattito per l'elezione del segretario regionale del partito. Come educatrice ha insegnato nelle scuole elementari di Teano, Villa di Briano ed Aversa.
Le è stato intitolato il palazzetto dello Sport di Aversa costruito proprio grazie alla sua azione di assessore. Durante il suo assessorato sono state costruite e progettate le scuole tutt'ora in funzione. Si è battuta per ottenere l'Università ad Aversa operando in maniera da liberare il complesso di San Lorenzo e affidarlo alla facoltà di Architettura della Sun.
La sua attività non è stata solo politica. È diventata nel 1967 presidente della squadra maschile di pallavolo di Aversa che ha portato in serie B prima e in serie A nell'aprile del 1975.

È stata tra i fondatori della lega di serie A di pallavolo e dirigente regionale del 15 anni della stessa federazione. È stata premiata per questo con la medaglia d'oro del Coni, essendo stata l'unica donna ad aver conseguito la promozione nella massima serie a capo di una squadra maschile. Per i suoi meriti politici e sportivi è stata insignita dal presidente della Repubblica Pertini dell'onorificenza di cavaliere della repubblica, nel 1981, e poi di quello di grand'ufficiale della Repubblica Italiana, nel 1988.

A cura di Vito Faenza, aprile 2012

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Angelo Maria Jacazzi
 

Angelo Maria Jacazzi
Fra le file dei partigiani tra il ‘43 ed il ‘44 nel suo periodo romano, nativo di Gorizia ma poi residente per anni a Valle di Maddaloni e quindi definitivamente ad Aversa, Angelo Maria Jacazzi è stato un punto di riferimento del Partito Comunista Italiano avendo rivestito le più alte cariche. Con la segreteria provinciale di Caserta ricoperta da Giorgio Napolitano, nel 1953 Jacazzi fu un funzionario di riferimento del partito in Terra di Lavoro. Di lui si ricordano in quel periodo le amicizie con Peppino Capobianco, altro casertano che ha legato il suo nome alla nascita e all’affermazione del Pci, e con don Salvatore D’Angelo, il sacerdote maddalonese che nel secondo dopoguerra diede vita alla Fondazione «Villaggio dei Ragazzi». Fu segretario del Pci aversano dal 1954, poi consigliere provinciale di Caserta. Dal 1963 e fino al 1976 fu ininterrottamente deputato del Partito Comunista. Sciolto il Pci Jacazzi decise di aderire al Partito della Rifondazione comunista, poi ai Comunisti italiani. Di recente aveva abbracciato la svolta «rottamatrice» di Matteo Renzi: alle ultime primarie del Pd aveva apertamente tenuto per l’allora sindaco di Firenze. Muore il 9 febbraio del 2015 a 80 anni.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Pompeo Rendina
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Pompeo Rendina

Pompeo Rendina
Classe 1922, proveniva da una famiglia antifascista, con il padre che partecipò in modo attivo agli incontri culturali che si tenevano nel Museo Campano. E’stato sentore della Repubblica dal 1963 al 1968, poi sindaco di Capua dal 1975-76.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Angelo D’aiello, detto Cacianiello
 

Angelo D'Aiello, detto Cacianiello
Così come nel capitolo precedente, una parte molto interessante della tesi di laurea di Andrea Iorio su “Lotte contadine e sociali in Terra di Lavoro” è stata dedicata ad una delle figure mitiche del movimento operaio, Angelo D’Aiello, comunemente detto Cacianiello, un vero capopopolo. Come ha ben ricostruito l’autore, in quella contingenza storica l’intervento dei militanti comunisti si diresse anche verso delle vere e proprie forme di “educazione popolare”. Molti militanti e studenti universitari si impegnarono in delle campagne di istruzione per le classi popolari, poiché in quegli anni l’analfabetismo era ancora molto diffuso. Questo impegno educativo derivava dalla convinzione che l’istruzione fosse un importante mezzo per sconfiggere quella che Vergani definiva come “servitù politica” delle masse contadine. Un altro elemento molto importante stava nel fatto che la promulgazione della Costituzione fu percepita come un elemento di garanzia nei confronti dei diritti dei lavoratori. Un famoso militante comunista di Maddaloni, soprannominato “Cacianiello” era solito conservare una copia del testo costituzionale in tasca per poterla citare più agevolmente durante i suoi interventi politici. Una sorta di bibbia dei laici!

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Angelo D’aiello, detto Cacianiello

Questo episodio è particolarmente emblematico in quanto dimostra il valore del nostro testo costituzionale, un concreto ed attuale riferimento per ogni riforma democratica del nostro Paese.
Leggiamo ancora la narrazione di Salvatore Pellegrino: «Il partito in questo modo si radicò su tutto il territorio del comune di Maddaloni; noi andavamo in ogni quartiere a leggere l’Unità a persone che erano per lo più analfabete.
E così creammo delle scuole serali organizzate da noi che eravamo per lo più studenti. Noi cercavamo di porre rimedio a questo (l’ignoranza e l’analfabetismo diffuso “nota mia”) facendo scuola ai contadini, insegnandogli a leggere. Ad es. fui proprio io che feci iscrivere al partito Cacianiello che imparò a leggere grazie a l’attività politica».
In un volumetto, edito di recente, riguardo l’intensa vita di “Cacianiello”, Pellegrino ricorda altri momenti: «Inoltre leggeva le riviste sindacali, quelle, in particolar modo, riguardanti i lavoratori del settore edile ed agricolo.

Egli si disperava che a volte non comprendeva a pieno ciò che leggeva e per questo si dava pugni in testa, per sforzarsi di capire. Gli regalai un piccolo vocabolario della lingua italiana che per lui fu una grande scoperta e quando leggeva consultava il vocabolario per capire il relativo significato delle parole, a volte riuscendoci ed altre no. In questi ultimi casi veniva da me a chiedere spiegazioni».
“Cacianiello” era il soprannome di Angelo d’Aiello un combattivo militante comunista, chiamato così perché era un pastore e “caciano” era il nomignolo di una sua pecora. Il mestiere di pastore era particolarmente disprezzato, ed i pastori venivano considerati selvatici e rozzi. Ad esempio lo stesso Graziadei in un suo scritto criticherà la scelta della Coldiretti di scegliere un pastore di bufale come rappresentante dei contadini all’interno di una commissione. Anche in altre città meridionali vi furono dei pastori che divennero figure “mitologiche” e considerati come ferventi antifascisti. Grazie al suo impegno e alle “scuole popolari” Cacianiello riuscì ad alfabetizzarsi, imparando il valore della cultura, ed il suo ruolo emancipatore. Egli infatti diede sempre importanza all’istruzione delle classi popolari. Infatti quando era difficile far intendere dei messaggi e dei concetti al proletariato maddalonese, li trascriveva in dialetto affinché ognuno li potesse comprendere. Egli partecipò alle prime lotte sindacali di Maddaloni assieme allo stesso Salvatore Pellegrino ed Attilio Esposto.
“Cacianiello” fu poi tra i protagonisti delle occupazioni di terra del 1948-49. Anche in altre cittadine del Sud contadini analfabeti divennero leader delle lotte contadine. È il caso ad esempio delle lotte della zona di Melissa, in Calabria, dove il contadino “Carrubba” guidò le occupazioni. Durante le occupazioni del 1949 la zona della provincia di Caserta dove era più vasto il latifondo (Basso Volturno e carinolese), fu divisa idealmente in alcuni settori. Da ognuno di questi settori, una volta che fu stabilito l’inizio Diritti e lotte sociali nel XX secolo. Storie e protagonisti di Terra di Lavoro 83 84 Parte quarta - Le lotte contadine per la terra delle mobilitazioni, doveva partire una colonna di braccianti a occupare un determinato terreno. Cacianiello fu responsabile della colonna composta dai contadini poveri e braccianti della zona di Capodrise e Macerata.
In una recente pubblicazione lo stesso Angelo d’Aiello, purtroppo defunto, racconta il periodo delle occupazioni: «La colonna da me diretta, che partì alle tre del mattino da Capodrise per Macerata, si doveva incontrare con l’altra proveniente dalla zona aversana. Al bivio di Capua ci siamo incontrati e abbiamo formato un’unica colonna di circa 3000 persone con tamburi, bandiere rosse, zappe, vanghe, semi per coltivare simbolicamente la terra. Dopo tre giorni fui distaccato dalla zona di Capodrise-Lusciano alla zona sessana. Prima avevo occupato le terre di Fossataro e di altri agrari».
Nel 1947 ci fu anche un’altra importante lotta popolare che riguardava la costruzione del complesso INA case nella zona detta “Starza”. L’appaltatore non rispettava i contratti previsti per i lavoratori, scatenando uno sciopero ad oltranza guidato dal nostro protagonista, che era responsabile della locale CDL. Dopo alcuni giorni di sciopero le maestranze incominciarono a percepire serie difficoltà. Caciano, allora, andò nelle varie salumerie e comprò il cibo per gli operai, accollandosi tutte le spese. Dopo alcuni giorni i negozianti non gli riconobbero più il credito. Questa difficile situazione lo convinse a cercare l’intervento del massimo dirigente della CGIL, Giuseppe di Vittorio. Il dirigente pugliese contestò la direzione della lotta, in quanto uno sciopero ad oltranza era una protesta troppo estrema, e dopo di esso “c’era solo la rivoluzione”. Di Vittorio allora consigliò di “diluire” la protesta in una serie di scioperi ad intermittenza, che potessero permettere ai lavoratori di sopravvivere.
Questo attivista partecipò al movimento dei disoccupati di Maddaloni e degli scioperi “a rovescio”. I disoccupati infatti si organizzarono in squadre di attuando lavori di pubblica utilità (come per esempio per quanto riguarda i lavori di miglioramento di via Calabricito a Maddaloni). Egli continuò a partecipare a tutte le lotte popolari della sua città, alcune delle quali furono particolarmente dure e difficili. Cacianiello diventò cosi “leader indiscusso della CGIL” e “punto di riferimento del mondo lavorativo maddalonese,” capo storico della massa dei disoccupati. Egli diresse alcune tra le lotte più dure della storia popolare di Maddaloni, ed anche della intera provincia. Nel 1960 occupa assieme alle maestranze lo stabilimento “Boccolatte” per un intero mese.
Nel 1970 è la volta della azienda alimentare “CISA” che viene occupata per due settimane, per arrivare poi al 1974 quando, dopo il licenziamento di alcuni cavatori, egli partecipò alla occupazione dello stabilimento e della locale stazione ferroviaria. Nel 1981 divenne pensionato, ma questo periodo non costituì per lui la fine delle lotte e l’inizio del riposo. Egli continuò ad essere un combattivo militante dei pensionati, diventandone leader e riuscendo a tesserarne 1.180 nel sindacato di categoria. Purtroppo, nonostante queste importanti lotte popolari, la sua figura assieme a quella di tanti altri, come Graziadei, Tarigetto e Tucci è stata dimenticata. In questo caso specifico l’oblio generale è stato particolarmente crudele. Infatti egli “è morto solo e abbandonato, senza poter contare nemmeno sull’assistenza pubblica.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Gianni Ferrara
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Gianni Ferrara

Addio ad un combattente per la democrazia costituzionale

La sera di sabato 20 febbraio è morto a Roma Gianni Ferrara, era ricoverato da qualche giorno in clinica per una polmonite batterica. Gianni avrebbe compiuto tra poco 92 anni, era nato nell’aprile del 1929 in provincia di Caserta.
Da giovane vinse il concorso come assistente parlamentare della camera. In seguito ha insegnato diritto costituzionale nelle università di Genova, di Napoli e per trent’anni alla Sapienza di Roma. È stato un maestro del diritto costituzionale e con lui si sono formate generazioni di allievi, molti di loro sono oggi tra i principali costituzionalisti italiani.

È stato anche parlamentare per due legislature, dal 1983 al 1992, prima deputato della Sinistra indipendente e poi del gruppo comunista.
Per sua volontà non ci saranno funerali. Aveva chiesto di essere ricordato solo come professore emerito della Sapienza e deputato della IX e X legislatura.
Intanto dal nostro archivio proponiamo un articolo di Gaetano Azzariti in occasione del novantunesimo compleanno di Ferrara e l’ultima intervista di Gianni al nostro giornale raccolta nella sua casa romana in occasione del referendum sul taglio dei parlamentari.
Ha fondato e diretto la rivista online Costituzionalismo.it
Del Manifesto è stato compagno, amico, sostenitore e prestigioso collaboratore.

Il collettivo de Il Manifesto

 

Novantuno anni e di buona «Costituzione» di Gaetano Azzariti

Oggi, Natale di Roma, Gianni Ferrara compie 91 anni e la comunità de il manifesto vuole festeggiarlo. I lettori di questo giornale conoscono bene la passione e l'impegno di questo grande vecchio del costituzionalismo italiano. Non c'è battaglia per i diritti dei più fragili che non abbia visto un suo intervento, perlopiù «in disaccordo».
Una indomita vis polemica che ha la sua origine nella caparbia ottenute dai lavoratori nel corso del Novecento disperse. Non dunque una generica visione «democratica», ma una specifica interpretazione della storia e una determinata idea di progresso sostengono le sue prese di posizione.
Ferrara si sente parte attiva di un movimento storico, quello che ha collegato il costituzionalismo moderno con le affermazioni del movimento operaio.
È da questo particolare punto di vista che si è sviluppato tutta la sua riflessione politica, ma anche quella scientifica. Se c'è, infatti, un insegnamento da trarre dalla sua opera di studioso è che è possibile parteggiare, senza perdere il rigore della scienza praticata. «Vivere vuol dire essere partigiani», a questa massima di Federico Hebbel sembra ispirarsi. Potrebbero ripetersi anche per lui i famosi passi gramciani: «Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti». Ciò porta inevitabilmente ad affrontare le scelte politiche, ma anche quelle più propriamente culturali, persino quelle personali, in modo non facile, caratterizzando le proprie posizioni per un «eccesso» di rigore, se non di rigidità; trovandosi spesso ad assumere punti di vista scomodi e di minoranza, senza remora nel sostenere dissenzienti, poiché la coerenza non sempre si coniuga con la duttilità. Proprio questa rigidità ha portato Ferrara a scontrarsi spesso, nel corso degli anni, con la «sua» parte.
Una coscienza scomoda. Tanto più in tempi confusi, dove è facile smarrire la rotta, temere per il futuro, magari fare passi falsi. Per Ferrara non si può perdonare nessun cedimento se si vuole salvare quel poco che resta della sinistra e della visione del mondo che si vuol propugnare. In fondo è dalle sue rigidità che abbiamo imparato. Ogni tanto è stato irritante, ma lo perdoniamo per questo. Tanto più noi, una comunità che si vanta di stare «dalla parte del torto».
È l'adesione ai principi del costituzionalismo democratico che spiega anche l'accentuarsi delle critiche negli scritti più recenti, ove si rafforza la denuncia, sempre più aspra e profonda, dei rischi di grave degenerazione che i sistemi costituzionali corrono per via delle trasformazioni degli ultimi anni. Molti dei lettori di questo giornale sono consapevoli dei tempi tristi e delle difficoltà del momento, ed è per questo che la voce tonante e piena di sdegno di Gianni Ferrara li tiene svegli, scuotendoli da un torpore che finirebbe per generare mostri.
«Buon compleanno, Gianni» da parte della comunità de il Manifesto.
** Tratto dal Manifesto del 20 aprile 2020

 

Gianni Ferrara: con Rodotà difendevamo il parlamento, oggi vogliono affossarlo di Andrea Fabozzi

Referendum. Il decano dei costituzionalisti italiani ricostruisce la storia della proposta di legge della sinistra indipendente sul monocameralismo di cui fu primo firmatario nel 1985 e dice: c'è un abisso con il taglio voluta dai 5 Stelle che vogliono paralizzare l'istituzione rappresentativa.
La «prova», non proprio inedita (l'aveva già «scovata» Renzi quattro anni fa quando faceva campagna per il «sì»), dimostrerebbe suo una volta e per tutte che il taglio dei parlamentari è un'idea di sinistra. La «prova» è la proposta di legge costituzionale 2452 del gruppo della sinistra indipendente che immaginava già, nel 1985, un parlamento di 500 componenti. Addirittura cento in meno di quelli teorizzati oggi da Di Maio. Certo, paragonare l'Italia di 35 anni fa a quella di oggi, anche solo dal punto di vista istituzionale e politico, è un po 'come paragonare il senato italiano a quello degli Stati uniti. Ma siccome si fa anche questo per esigenze di propaganda referendaria, forse è bene andare all'origine di quella proposta per rintracciarvi un obiettivo opposto a quello di oggi: rafforzare il parlamento, non sancirne la definitiva inutilità (è la nota tesi di Casaleggio). Ma anche per recuperare la memoria di una sinistra parlamentare assai lontana da quella di oggi, capace di progetti e ambizioni e non solo di giocare di rimessa con i 5 Stelle.
Possiamo farlo grazie a Gianni Ferrara che è il decano dei costituzionalisti italiani, maestro di più generazioni e nel 1985 deputato della sinistra indipendente, primo firmatario della proposta di legge in questione. Co-firmata da tutto il gruppo della sinistra indipendente, per primo dal presidente del gruppo Stefano Rodotà e subito dopo da Franco Bassanini e dalla deputata Levi Baldini, cioè Natalia Ginzburg.
Professor Ferrara, in che contesto cadeva la vostra proposta di legge costituzionale?
Nel 1985 da oltre dieci anni avanzava l'offensiva della trilaterale sulla insostenibilità dello stato sociale e la conseguente necessità di tagliare la rappresentanza politica dei parlamentari in modo da neutralizzare le domande di eguaglianza e giustizia sociale. La novità degli ultimi anni era che Craxi con la sua proposta di «grande riforma» aveva rotto il fronte dei partiti di massa che, pur combattendosi, avevano retto dal punto di vista della difesa della Costituzione. Ci ponemmo il problema di difendere l'istituzione rappresentativa, rafforzandola. E aggregarla per rafforzarla.
Scrisse lei la proposta di legge?
Sì, ma la discuti immediatamente con Stefano Rodotà che la condivise appieno. Al cuore c'era il monocameralismo, una proposta tradizionale per la sinistra. Sostenuta dai comunisti anche in Assemblea costituente e poi messa da parte per ragioni più pratiche che politiche: il testo sul bicameralismo nella Carta del '48 è in effetti alquanto stentato. Secondo noi il monocameralismo avrebbe riportato centralità all'istituzione parlamentare. L'esatto opposto di quello che si vuole fare oggi con la riforma dei 5 Stelle che invece avrà l'effetto di incrinare o addirittura bloccare le funzioni del parlamento.
Nella lunga relazione alla proposta di legge del 1985 non si accenna nemmeno vagamente al risparmio per le casse pubbliche che sarebbe derivato dal dimezzamento dei parlamentari.
Certo, perché quello del risparmio è un argomento falso - il risparmio è minimo - e profondo anti parlamentare. Del resto si risparmierebbe certamente di più abolendo del tutto il parlamento. Posso dire che tra la nostra proposta e l'oggetto del prossimo referendum costituzionale c'è una distanza enorme, abissale. Grande quanto l'indignazione per la miserabile demagogia alla quale ricorrono i sostenitori del sì.
Se il cuore della vostra proposta era il monocameralismo, nel testo c'erano tante altre cose. Anche il referendum propositivo che oggi piace ai 5 Stelle. Eravate già sintonizzati anche con la «democrazia diretta»?
Ma quale democrazia diretta! La nostra idea di proposta di legge rafforzata e di qualsiasi referendum propositivo aveva il senso di riportare alla partecipazione politica attiva le minoranze e si poneva in dialogo con la funzione legislativa della camera.
Cosa pensa dell'introduzione del vincolo di mandato per i parlamentari, l'annunciata prossima tappa del riformismo di Di Maio?
Che è una bestialità. Le finalità anti parlamentari mi sono chiare, in più mi pare anche poco praticabile vista la rapidità dell'azione politica. Come si fa a vincolare un deputato a questo oa quel disegno di legge se poi il confronto porta da un'altra parte, ci sono gli emendamenti ed emergono soluzioni differenti? Il vincolo di mandato è incompatibile con la dinamica parlamentare, a voler prendere sul serio il parlamento.
La proposta di legge di cui stiamo parlando non fece molta strada, anche perché il Pci non la appoggiò.
Era una proposta molto avanza e completa, mirava a introdurre una nuova categoria di leggi - le leggi «organiche» - una scrittura nelle costituzione della legge proporzionale, a porre dei limiti alla decretazione di urgenza ea estendere il controllo parlamentare sulla politica estera del governo. Come si vede era una proposta «per» il parlamento e non «contro» il parlamento come quella che abbiamo davanti adesso. E che mi auguro venga respinta dagli elettori.

** Tratto dal Manifesto del 25 agosto 2020

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021:  Salvatore Pellegrino
 

Salvatore Pellegrino
Salvatore Pellegrino (Maddaloni, 31 luglio 1922 – Maddaloni, 24 ottobre 2015) è stato un politico e sindacalista italiano. Esponente di primo piano del Partito Comunista Italiano in Terra di lavoro. Fu senatore a 41 anni e tre volte consigliere comunale ed anche consigliere provinciale. Per l’ultimo saluto la salma è stata portata a spalle, con rigorosa bandiera del PCI, procurata dal compagno Franco Capobianco, figlio di Giuseppe che tante iniziative e battaglie ha condiviso con Salvatore, accolta da un partecipato applauso, accompagnata da tutta la popolazione cittadina e della provincia.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021:  Salvatore Pellegrino

Professionalmente Salvatore Pellegrino, essendosi laureato in Economia e Commercio oltre all’impegno sindacale (principalmente nel settore agrario – con le battaglie per l’occupazione delle terre - ed in quello del terziario – tra i fondatori ed impegnato nella Confesercenti Provinciale di Caserta), e politico, è stato uno stimato commercialista. Oltre i confini territoriali è noto per essere stato eletto al Parlamento Italiano, nella Circoscrizione Campania, il 28 aprile 1963 come Senatore della IV Legislatura della Repubblica, come uno dei più giovani senatori della storia repubblicana. La sua elezione fu possibile grazie all’impegno partitico dopo l’adesione al PCI sulla scia del prof. Antonio Renga, rappresentante del pensiero comunista a Maddaloni, che lasciò a lui come a Francesco Lugnano la possibilità di crescere e poter ambire a ruoli di prestigio, di guida e di rappresentanza. Nella vita personale conosce e si innamora di Rosa Suppa con cui si sposerà il 25 luglio 1953, nella sagrestia della chiesa di nascosto per via della scomunica ai comunisti. Rosa era molto devota per cui non avrebbe acconsentito ad una vita insieme senza l’impegno cristiano.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021:  Salvatore Pellegrino   100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021:  Salvatore Pellegrino

Fotocronaca del comizio del PCI in occasione delle Elezioni Politiche, fine anni '70 con il Senatore Salvatore Pellegrino e l'On. Enzo Rauccio. I comizi, come evidente dalle foto, si svolgeva per tutti sul palco di piazza della Vittoria, di fronte al Monumento ai Caduti.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021:  Salvatore Pellegrino
Foto anni '60, il Senatore è alla Face Standard di Maddaloni
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021:  Salvatore Pellegrino
Anni '60, in Sezione PCI il Senatore al centro, a destra Nicola Squillace e a sinistra Emanuele Ventrone
 

Biografia e ricordi
Il legame con il Senatore Pellegrino è della seconda metà degli anni ’90, e ci unì la battaglia per il balzello del Consorzio del Bacino Inferiore del Volturno per la quale vicenda costituimmo un comitato da lui presieduto. Tante sono le memorie di quel palazzo, ad iniziare dal ricordo che lo vede prima sede ad appannaggio degli alleati e poi, grazie alla solerzia di un maddalonese, sede dei partiti locali, ed in particolare di quello socialista per lungo tempo fino allo PSDI, Ud di Maccanico e quindi alla naturale evoluzione del Pds, Ds e Pd. Mettendosi frontalmente al portale centrale sulla sinistra il primo locale era quello destinato all’attività politica, seguendo, verso la chiesa e convento dei Padri Carmitani Scalzi una edicola punto di incontro non solo per l’accesso all’informazione ma anche per i confronti quotidiani. Alla stessa si serviva Salvatore Pellegrino, da “Ciciotto”. Dal lato destro del portale padroneggia la lapide che ricorda la presenza in loco di Garibaldi.
Eletto in Parlamento fece parte del Gruppo “Comunista” dal 16 maggio 1963 al 4 giugno 1968 e fu componente della “5ª Commissione permanente (Finanze e tesoro)” dal 3 luglio 1963 al 4 luglio 1963 di cui fu Segretario dal 5 luglio 1963 al 4 giugno 1968 ed ancora fu componente della Commissione “Speciale ddl esercizio provvisorio 63-64 (n. 34)” dal 25 giugno 1963 al 28 giugno 1963. Dopo il matrimonio essendo Rosa Suppa insegnante delle elementari furono costretti a trasferirsi Suzzara (Mantova) già dal 1 agosto del 1953 e poi ancora ad Acquanegra Cremonese (Cremona) nel marzo aprile 1954, e solo nel giugno 1956 ritornarono a Maddaloni.
Salvatore Pellegrino si iscrive al PCI nel 1944 e partecipa da delegato al V Congresso Nazionale del PCI che si tenne dal 27 dicembre di quell’anno fino al 6 gennaio del 1945. Pellegrino, in relazione a tale appuntamento testimonia “Tutti, dopo i congressi clandestini, si iscrissero a parlare. Oltre alla vera fame, c’era anche quella di far conoscere agli altri la propria storia dopo venti anni di silenzio coatto”. Inoltre Pellegrino è stato consigliere comunale a Maddaloni, nel gruppo del PCI, dal 1952 al 1987 e nello stesso tempo fu anche consigliere Provinciale di Caserta dal 1960 al 1963, anno dell’elezione al Senato della Repubblica. Ricordo che quando mi parlava della sua esperienza provinciale riferiva di essere considerato il “consigliere delle acque” perché portava avanti battaglie atte a far in modo che in ogni nucleo abitativo vi fosse l’acqua corrente, elemento di vita. Altre testimonianze lo ricordano anche com consigliere comunale a Marcianise e a S. Felice a Cancello.
Egli è nato e vissuto a Maddaloni, aderì molto giovane al PCI, partecipò alla seconda guerra mondiale, ed ebbe un rapporto intenso con la città sia sul piano sociale sia come protagonista di tante lotte sociali per il lavoro e per i diritti, a partire dalle lotte contadine per le terre incolte. Tra l’altro fu tra i fondatori, nel 1973 della Confesercenti Provinciale di Caserta, di lui si ricorda il suo essere vulcanico e battagliero, il tutto sempre indirizzato alla conquista dei valori democratici e civili. Nelle medesime organizzazioni ha ricoperti diversi incarichi ai diversi livelli, con importanti funzioni di responsabilità. Circa le attività o iniziative promosse dal Senatore Pellegrino queste avevano quasi tutte una matrice sindacale: si ricordano manifestazioni, incontri, assemblee di spirito aggregativo al fine di ricompattare le categorie commerciali per rivendicare diritti sociali e convogliare delle legittime istanze nei confronti delle istituzioni. Ne 1997 è passato al l PDs poi Ds dal 1999 (ricordi del senatore al tavolo di Presidenza).

 
  100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021:  Salvatore Pellegrino  
Inizio anni '90 manifestazione pro Face Standard di Maddaloni, corteo su corso I° Ottobre a Maddaloni
  100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021:  Salvatore Pellegrino  

Foto Gentilmente concessa da Nunzio Renga, che riprende una manifestazione del 1 Maggio 1975 su Corso Trieste a Caserta. Renga al centro mentre sulla destra con il pugno alzato Michele Colamonici, figura centrale del sindacato casertano nella Cgil. Lo stesso Renga ricorda che in quel primo Maggio uno degli slogan gridato era “il Vietnam è libero il Cile lo sarà”, infatti, da pochi giorni gli americani avevano finalmente abbandonato tutti le bramosie imperialiste e lasciato il territorio vietnamita; nel mentre il Cile viveva la dittatura del generale Pinochet sostenuto dagli americani.

 

Testimonianza intervista
Segue a questo punto il contributo del compagno Nunzio Renga che ci ha rilasciato una breve intervista.

Quando ha conosciuto il Senatore Salvatore Pellegrino?
Ho conosciuto il Senatore Pellegrino agli inizi degli anni 70, quando da giovane studente liceale mi avvicinai al Partito Comunista Italiano e, soprattutto, alla sua organizzazione giovanile la FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana). Il sen. Pellegrino, ovvero Salvatò come tutti noi lo chiamavamo, mi affascinò subito per l'entusiasmo, il calore e la passione che metteva in tutto quello che faceva; il compagno che sulla sua pelle aveva dovuto subire per essere “comunista” subito dopo la guerra; qualche volta nel dare sfogo ai ricordi mi ha detto che a qualche concorso fu scartato perché comunista.

Cosa sa dell’esperienza di vita, sindacale, politica e professionale del Senatore Pellegrino?
Agli inizi degli anni settanta si spese tantissimo nella vita sindacale fautore assieme al compianto Mario Pignataro della riorganizzazione e rilancio della Confesercenti nella Provincia di Caserta; la sede di Maddaloni per tantissimi anni fu retta dal Sen. Pellegrino. Ricordo l'esperienza della campagna elettorale per le elezioni amministrative nell'anno 1975. IL sen. Pellegrino era il capolista del PCI ed in quella lista per la prima volta entrarono i giovani diciottenni (da poco il diritto di voto era stato esteso a 18 anni); nella lista del Partito fummo inseriti io e Maria Ierniero in rappresentanza della FGCI con la compagna Ierniero che risultò eletta in Consiglio Comunale. La campagna elettorale vissuta assieme a tanti compagni ma soprattutto con il Compagno Pellegrino che entusiasmò e caricò tutti gli altri. Le elezioni del 1975 per il PCI rappresentarono uno dei maggiori risultati unitamente a quelle politiche del 1976 dove un italiano su tre votò PCI. Ricordo con piacere la sua passione politica; nell'anno 2004 per le elezioni Europee stavamo organizzando il palco per il comizio finale (allora militavo nel partito dei Comunisti Italiani), il sen. Pellegrino si avvicinò a me chiedendomi se poteva come per tante volte l'aveva fatto tenere il comizio di chiusura della campagna Elettorale, perplesso gli dissi: “Salvatò ma tu sei dei DS.” Lui mi guardò con l'espressione stupita, meravigliata, non rispose subito. Io affascinato da quel desiderio di un vecchio compagno e antico maestro feci si che il suo desiderio fosse esaudito, facendo si che il sen. Pellegrino potesse parlare ancora una volta ai cittadini di Maddaloni dal palco di Piazza Vittoria.

In che modo il Senatore Pellegrino è legato alla sua persona?
Salvatore Pellegrino è stato per me il compagno da seguire, il formatore politico ed anche la persona che mi ha aiutato a crescere professionalmente e come uomo.

Che ruolo ha rivestito nel tempo il Senatore Pellegrino nell’ambito della Politica e dell’adesione partitica, ed a che livello?
Il Senatore Pellegrino è stato per tutti i Maddalonesi la persona a cui si ricorreva nei momenti di difficoltà, soprattutto in Materia di imposte e Tasse. Ha aiutato tanti cittadini nei rapporti con il fisco e nelle controversie. Usava dire alle persone che gli portavano avvisi di accertamento “non ti preoccupare, faremo reclamo”.

Quali le principali attività e le attività/iniziative promosse o condotte dal Senatore Pellegrino?
L'ultima battaglia che ricordo del sen. Pellegrino fu quello contro “l'ignobile pizzo” che Consorzio di bonifica imponeva a tutti i cittadini di Maddaloni. Battaglia che per la quasi totalità dei cittadini fu vinta.

Quale è stato il rapporto tra il Senatore Pellegrino e gli organi e gli aderenti alla organizzazione politica di appartenenza?
Il ricordo che io ho del sen. Pellegrino è di un compagno rispettoso del Partito, dei ruoli, degli incarichi e delle cariche, un vecchio compagno rispettoso del “centralismo democratico” e soprattutto del Partito.

In che modo e per cosa oggi è ricordato il Senatore Pellegrino?
Il Senatore Pellegrino oggi è ricordato come l'uomo delle lotte per il riconoscimento dei diritti e dell'emancipazione degli uomini. Non va dimenticato l'impegno che profuse alla fine della seconda guerra mondiale per l'alfabetizzazione e la disponibilità nei confronti degli altri per l'accesso alla lettura e scrittura.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Umberto Barra
 

Umberto Barra era originario della provincia di Salerno, come un altro Quadro dirigente storico Giuseppe Speizia (per anni capogruppo alla Provincia di Caserta). Nel 1960 era segretario un po’ avanti negli anni. Nel 1961 organizzò la partecipazione di Caserta alla manifestazione di Italia 61 a Torino per ricordare i fatti di Genova dell'anno prima. E' stato a lungo responsabile di organizzazione della Federazione PCI e allorché si dovette sostituire nel 1970 A. Bellocchio fu indicato dalla delegazione che incontrò la Direzione come il nome più adeguato. Allora la Direzione Nazionale PCI bocciò la proposta. In seguito subentrò a Bellocchio alla Regione nel 1976 allorché fu eletto alla Camera dei Deputati. Negli ultimi anni della sua attività fu dirigente della CIA (allora Alleanza Contadini) insieme con Lino Martone.
È stato funzionario della Federazione del PCI nei decenni dalla fine degli anni 60, dove ha ricoperto diversi incarichi, in particolare quello dell'organizzazione. Insieme con altri compagni storici (come Salvatore De Cicco, Ciccio D'Ambrosio e Salvatore Martino) si occupava dei rapporti con le sezioni nei comuni della nostra provincia, in particolare del tesseramento, che insieme con le quote e contributi - versati dagli eletti - costituivano le principali entrate per sostenere le varie attività (in particolare nelle campagne elettorali e congressuali).

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Umberto Barra

La foto con al centro Umberto Barra, uno dei dirigenti storici della Federazione PCI Caserta, insieme con Pasquale Iorio e Lino Martone (poi passato a dirigere l'Alleanza Contadina) - allora tra i giovani che entrarono nella segreteria provinciale nella metà degli anni 70 e anni 80, insieme con Ugo di Girolamo, Corrado Cipullo ed Adelchi Scarano, con le compagne Tina d'Alessandro e Giovanna Abbate. In quel periodo Mario Bologna fu corrispondente de L'Unità. Poi subentrarono anche due compagni provenienti da fuori: Claudio Martini, poi divenuto Presidente Regione Toscana e Piero Lapicirrella dalla Segreteria della Internazionale giovani comunisti (anche lui scomparso).

Nella foto ci sono anche due giovani della FGCI: Amedeo Marzaioli (da poco scomparso) e Franco Capobianco, che poi divenne segretario FIOM CGIL provinciale e Campania.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Francesco Lugnano
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Francesco Lugnano

Santa Maria Capua Vetere: si e' spento l'ex senatore Francesco Lugnano
L'ex senatore del Pci ed avvocato penalista Francesco Lugnano, si è spento oggi nella sua abitazione di Santa Maria Capua Vetere.
Francesco Lugnano, che ha ricoperto per quattro mandati (dal 72 al 83) l'impegno senatoriale è stato anche membro della Commssione permanente giustizia.
Difensore impegnato in numerosi processi anche a livello nazionale, aveva difeso anche don Salvatore D'Angelo, il sacerdote fondatore del Villaggio dei Ragazzi per una vicenda legata a tangentopoli.
Innumerevoli gli attestati di cordoglio giunti da ogni parte.
I funerali si svolgeranno domani, 3 ottobre 2005 alle 16.30 nel Duomo di Santa Maria Capua Vetere.

Incarichi e uffici ricoperti nella Legislatura
Gruppo Comunista:
Membro dal 5 giugno 1968 al 24 maggio 1972
2ª Commissione permanente (Giustizia):
Membro dal 5 luglio 1968 al 24 maggio 1972
Commissione parlamentare per i procedimenti di accusa:
Membro dal 24 luglio 1968 al 24 maggio 1972
Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della "mafia":
Membro dal 27 ottobre 1969 al 24 maggio 1972

Incarichi e uffici ricoperti nella Legislatura
Gruppo Comunista:
Membro dal 25 maggio 1972 al 4 luglio 1976
2ª Commissione permanente (Giustizia):
Membro dal 4 luglio 1972 al 4 luglio 1976
Commissione parlamentare per i procedimenti di accusa:
Membro dal 2 agosto 1972 al 4 luglio 1976
Commissione parlamentare per il parere al governo sull'emanazione del nuovo testo del codice di procedura penale:
Membro dal 30 luglio 1974 al 4 luglio 1976
Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della "mafia":
Membro dal 28 luglio 1972 al 23 gennaio 1973
Membro dal 22 febbraio 1973 al 4 febbraio 1976

Incarichi e uffici ricoperti nella Legislatura
Gruppo Comunista:
Membro dal 5 luglio 1976 al 19 giugno 1979
2ª Commissione permanente (Giustizia):
Vicepresidente dal 27 luglio 1976 al 19 giugno 1979
Commissione parlamentare per i procedimenti di accusa:
Membro supplente dall'11 agosto 1976
Commissione parlamentare per il parere al Governo per l'emanazione del nuovo testo del codice di procedura penale:
Membro dal 5 agosto 1976 al 19 giugno 1979
Comm. inchiesta attuazione interventi ricostruzione Belice:
Membro dal 13 luglio 1978 al 3 ottobre 1978
Vicepresidente dal 4 ottobre 1978 al 19 giugno 1979

Incarichi e uffici ricoperti nella Legislatura
Gruppo Comunista:
Membro dal 20 giugno 1979 all'11 luglio 1983
2ª Commissione permanente (Giustizia):
Membro dall'11 luglio 1979 all'11 luglio 1983
Commissione parlamentare per i procedimenti di accusa:
Membro dal 9 agosto 1979 al 10 agosto 1979
Vicepresidente dall'11 agosto 1979 all'11 luglio 1983
Commissione parlamentare d' inchiesta sulla strage di Via Fani, sul sequestro e l' assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia:
Membro dal 20 dicembre 1979 al 7 marzo 1980
Membro dal 20 marzo 1980 al 30 giugno 1983

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Antonio Bellocchio
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Antonio Bellocchio

Antonio Bellocchio
Nato a Capua il 22 settembre 1927, venne eletto sindaco di Pietravairano e poi a Caserta. Fu Segretario della Federazione PCI di Caserta, presidente e fondatore della Alleanza Contadini provinciale (ora Confcoltivatori-CIA), Consigliere Regionale in Campania nelle prime due legislature, Deputato per diverse legislature. Giornalista, iscritto al Partito Comunista Italiano fin dalla giovane età. Viene eletto alla Camera dei deputati nelle file del PCI nel 1976 e viene riconfermato anche dopo le elezioni del 1979, quelle del 1983 e infine quelle del 1987, per un totale di quattro Legislature. In seguito alla svolta della Bolognina, aderisce al PDS.

Organi parlamentari
• 3 Incarichi parlamentari
• 266 Progetti di legge presentati
• 1630 Atti di indirizzo e controllo
• 294 Interventi

Gruppi parlamentari
VII Legislatura della Repubblica italiana
• Partito Comunista Italiano Membro dal 5 luglio 1976 (PCI)
VIII Legislatura della Repubblica italiana
• Partito Comunista Italiano Membro dal 20 giugno 1979 (PCI)
IX Legislatura della Repubblica italiana
• Partito Comunista Italiano Membro dal 12 luglio 1983 (PCI)
X Legislatura della Repubblica italiana
• Gruppo Comunista - PDS Membro dal 9 luglio 1987 (Gruppo Comunista - PDS)
• Membro dal 13 febbraio 1991 (Gruppo Comunista - PDS)

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Paolo Broccoli
 

Paolo Broccoli
Comunista della prima ora e sempre genuino, trova insopportabile lo stato di asservimento, di sfruttamento, di inerzia e di ingiustizia della sua gente, puntualmente aggravata da strutture politiche e culturali oppressive. Egli crede a una dimensione politica della liberazione dell’uomo e lotta per la promozione della giustizia sociale, vissuta come solidarietà e condivisione e come pubblica e coraggiosa richiesta del rispetto e della promozione dei diritti di tutti. Condanna ogni forma di organizzazione sociale che produce e riproduce comportamenti destabilizzanti e vittimali. Paolo Broccoli è un protagonista per la sua personalità pronunciata e franca, ma è soprattutto un testimone di giustizia e legalità. Con lui si può andare d’accordo o no, ma ci si deve confrontare. Il suo stile di lotta crea un linguaggio nuovo nella nostra terra, quello della riscossa e della rinascita sociali delle classi deboli. Linguaggio vibrante di vita per le popolazioni ancora ignare di un possibile riscatto. Dalla metà degli anni ’50 alla metà degli anni ’80, le nuove strutturazioni sociali che coinvolgono la nostra provincia, hanno il potere di produrre una trasformazione radicale. Nasce nelle nostre terre una classe operaia moderna. Essa gradualmente conquista lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, che definisce la nuova cultura della fabbrica e degli operai. A fianco si esprime il momento più felice delle confederazioni sindacali, che lottano sapientemente per le riforme: pensioni, fisco, sanità, trasporti. Nel settore agricolo le lotte dei braccianti, quasi sempre durissime, ottengono il risultato di cambiare la struttura, che diventa espressamente industriale.
Giovanissimo, nel 1960, alle elezioni comunali di Carinola è candidato, come capolista del PCI. Nel 1976, alla VII legislatura, viene eletto parlamentare nella circoscrizione Napoli-Caserta con 45.000 preferenze. Rieletto nella VIII legislatura, è membro della Commissione industria dal 1977 al 1983. Autore di numerosi saggi e interviste, viene fatto presidente del Centro Studi “Corrado Graziadei”. Nel 1995 ricopre l’incarico di vicepresidente della Provincia di Caserta. Dal 2013 tutti i materiali relativi all’attività sindacale, politica e istituzionale, fanno parte del Fondo a suo nome, depositato nell’Archivio di Stato di Caserta. Inoltre, presso lo stesso Archivio vengono conferiti circa 3.000 volumi e altrettanti volumi sono donati alla Biblioteca Diocesana. La simpatia per l’uomo non mi impedisce, tuttavia, di riconoscere quella che è l’identità specifica del personaggio. Paolo Broccoli è un politico, un vero amante della “polis”, della società organizzata. È un politico di professione, che riconosce la politica come la forma più alta e più espressiva del convivere umano. Così valorosa da poter coinvolgere tutto il suo pensiero e tutta la sua azione, perché la politica è un’esperienza etica e formativa in sé stessa.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Gaetano Pascarella
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Gaetano Pascarella

Gaetano Pascarella (Maddaloni, 15 aprile 1951)
Laureato in medicina nel 1976, ha esercitato per anni la professione di medico ospedaliero, in quanto specialista in pneumologia.
Esponente del Partito Comunista Italiano e successivamente del Partito Democratico della Sinistra e dei Democratici di Sinistra, è stato consigliere comunale di Maddaloni dal 1979 al 1988, consigliere provinciale di Caserta dal 1990 al 1996 e sindaco del paese natio dal 1994 al 2001.
Alle elezioni politiche del 2001 viene eletto senatore: nella XIV legislatura ha fatto parte della commissione Difesa, di cui sarà vicepresidente dal 2003 al 2006.
Dal 18 maggio del 2006 fa parte del secondo governo Prodi in qualità di sottosegretario al Ministero della Pubblica Istruzione.

Mandati
• XIV Legislatura Senato

Incarichi e uffici ricoperti nella Legislatura
Gruppo Democratici di Sinistra - l'Ulivo
• Membro dal 30 maggio 2001 al 27 aprile 2006
Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari
• Membro dal 16 luglio 2002 al 27 aprile 2006
4ª Commissione permanente (Difesa)
• Membro dal 22 giugno 2001 al 6 ottobre 2003
• Vicepresidente dal 7 ottobre 2003 al 27 aprile 2006
Commissione d'inchiesta uranio impoverito
• Membro dal 9 febbraio 2005 al 27 aprile 2006
Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa
• Membro dal 16 luglio 2002 al 27 aprile 2006
Commissione parlamentare per l'infanzia
• Membro dal 25 settembre 2001 al 14 luglio 2002
Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite connesse
• Membro dall'8 febbraio 2002 al 27 aprile 2006