100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: logo
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Il 21 gennaio di 100 anni, nel 1921, si consumò al congresso socialista la scissione di Livorno, con la nascita del Partito Comunista d'Italia, che annoverò tra i suoi fondatori Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga e Umberto Terracini, da tempo ormai scomparso dalle cronache e dai fatti politici del paese ma non dalla storia.

Ancora oggi in tanti sentono l’esigenza di partecipare al dibattito intorno ai cento anni dalla nascita di un partito che non esiste più da trenta, ma abbiamo bisogno dell’aiuto dei militanti che hanno conservato carte e fotografie per realizzare le sezioni del sito 100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921 - 2021

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Lunedì 1 marzo 2021: presentazione del libro Dedicato al PCI di Gianfranco Nappi
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Libro. Gianfranco Nappi “Dedicato al PCI”, InfinitiMondi 2021
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100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto manifestazione a Caserta
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Le parole di Gramsci in missione segreta a Sparanise a casa Graziadei, segretario del partito nel 1924
 

Le parole di Gramsci in missione segreta a Sparanise a casa Graziadei, segretario del partito nel 1924 di Antonio Pastore

Dopo la scissione di Livorno, in Terra di Lavoro le battaglie per l’occupazione dei suoli incolti e il giusto salario ai braccianti.
Autunno alle porte, notte serena e tiepida, comune di Sparanise. Antonio Gramsci, che di lì a poco sarà arrestato e finirà i suoi giorni nelle prigioni del fascismo, è sul balcone e respira profondamente: «Vedi, non basta camminare sulla via giusta - dice con l’immancabile sorriso rivolto al suo ospite - occorre avere la capacità di farvi camminare anche gli altri».

Gli incontri segreti
Corrado Graziadei, che era stato nel 1924 confermato segretario provinciale del Pcd’I (Partito comunista d’Italia, poi Pei) al congresso clandestino che si era tenuto in un casolare di Riardo, e che aveva avuto il compito di condurre Gramsci a una riunione segreta a Castellammare di Stabia, ricorderà quella veglia nel suo discorso al convegno per la ricostruzione del partito comunista, nel 1945. «Mi disse: noi dobbiamo far leva sulla nostra onestà, sulla nostra capacità, sul nostro spirito di sacrificio per trascinare tutto il popolo su questo stessa via alla conquista dell’avvenire». Un insegnamento che Graziadei, commenta nella sua breve biografia Angelo Martino, non avrebbe mai dimenticato, e con lui la galleria di uomini e donne eccezionali che hanno fatto la storia del partito in Terra di lavoro. Durante il fascismo, quando la rete clandestina con i compagni di Santa Maria Capua Vetere, Capua e Piedimonte, darà vita all’unico giornale comunista stampato durante il regime, «Il proletario», diffuso dal 1942 al 1943 (L’Unità avrebbe ripreso le pubblicazioni il giorno successivo alla caduta di Mussolini, il 27 luglio 1943), e nel dopoguerra, guidando la lotta dei contadini e l’occupazione delle terre incolte.

Le figure di spicco
Graziadei, che nel 1937 fu arrestato con Benedetto D’Innocenzo, e spedito al confino alle isole Tremiti, fu eletto poi alla Camera nel 1953. Erano i tempi di Gori Lombardi di Sessa, di Alberto Iannone, capuano, professore espulso dall’insegnamento perché aveva rifiutato di prendere la tessera fascista, e vittima il 5 gennaio del 1945, insieme a cinque operai del Pirotecnico, del crollo del solaio del collocamento di corso Appio, di Michele Izzo di Carano di Sessa, pioniere delle lotte contadine fin dal 1920, un lavoratore capace di far intendere agli intellettuali la priorità dei bisogni dei ceti subalterni, di Antonio Marasco che nel 1919 fondò la Camera del lavo ro di Piedimonte e che il primo maggio del 1943 alzò la bandiera rossa sul Monte Cila. 0 come, in-fine, Michelina Vinciguerra di Maddaloni, fino al 1958 segretaria della Federbraccianti, che riuscì a chiudere il primo contratto di categoria e organizzò in seguito il movimento dei lavoratori delle manifatture tabacchi.

Gli obiettivi
Storia di grandi ideali e di sofferenze, di errori e di vittorie, inseguendo la meta della giustizia sociale, quella dei comunisti casertani. Stretti nel dopoguerra da un governo che negli anni Cinquanta aveva favorito lo sviluppo vertiginoso dell’industria settentrionale a scapito del resto del paese e da una De dai consensi stellari che in quel periodo riconsegnava il Sud alla rendita parassitarla e alla terziarizzazione. Convinti della vocazione agraria del Mezzogiorno e di Terra di Lavoro, i comunisti, come racconta Felicio Corvese nei suoi «Appunti» (a corredo del libro fotografico «Quegli istanti a ridosso del futuro» curato da Paola Broccoli), puntarono tutto sui salariati delle terre, sugli «scioperi a rovescio» e la mobilitazione contro il carovita mentre la Cassa per il Mezzogiorno e poi le Partecipa-zioni statali stavano già trasformando radicalmente l’assetto economico e sociale del territorio, in una modernizzazione a tappe forzate.

La Cassa del Mezzogiorno
Nella conferenza operaia del Pei del maggio 1964, il bersaglio rimane la Cassa del Mezzogiorno, di cui fin dall’inizio si rilevano i limiti e le storture e si sottovalutano le enormi potenzialità. Era il Pei di Mario Pignataro, di Domenico Ianniello, di Giuseppe Capobianco. Ma anche di Antonio Bellocchio e di Raucci, di Lugnano, Rendina e Russo, il cui background politico e culturale rimane comunque ancorato alla questione agraria. L’industrializzazione travolgente del «modello Caserta» patrocinata personalmente da Giacinto Bosco (e l’altrettanto rapida deindustrializzazione) coglie impreparato il partito, che farà fatica, attraverso la Cgil, a radicarsi nelle fabbriche. Solo a partire dal biennio 1968-69 fu capace di rompere il controllo sociale capitanando, ad esempio, le lotte della Saint Gobain e della fabbrica di Panzera e Bove.

Il Primo Maggio
E solo all’inizio degli anni Settanta il Pci casertano chiude definitivamente la fase post-bellica con il tramonto dell’era dei dirigenti spediti dalla segreteria nazionale, sostituiti dal ceto politico locale. Nel 1975, infine, con il celebre Primo Maggio alla Flora, il partito apre agli studenti, ai nuovi sociali, e ai movimenti che nel frattempo stavano cambiano il mondo. Da lì anche a Caserta inizia un’altra storia.

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto tratta dal Mattino del 21.01.2021
 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Broccoli, sull'industrializzazione i comunisti in ritardo
 

Broccoli: Sull’industrializzazione i comunisti in ritardo

L’intervista
Senza i comunisti Terra di Lavoro, come d’altra parte tutto il Mezzogiorno, non sarebbe uscita nel dopoguerra da una condizione feudale e dalla rendita parassitaria imperante se non con tempi biblici e con sofferenze ancora più pesanti. È questo il primo punto che Paolo Broccoli, testimone eccellente della storia del movimento operaio e che del Pci fu deputato per due legislature, tiene a mettere in chiaro.

100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: foto di Broccoli con Cacciari

«Grazie alle lotte promosse dai comunisti fu avviata la riforma dell’assetto agrario, furono riconosciuti i diritti dei braccianti, e si mitigò il potere dei latifondisti; grazie al Pei ci fu la riforma del collocamento, e fu spezzato il meccanismo che assegnava le assunzioni al rapporto tra le liste preparate da apparati vicini ai governanti e le aziende». Però alla matrice agraria il Pei rimase aggrappato a Caserta anche quando la Cassa del Mezzogiorno e poi le Partecipazioni statali avviarono l’industrializzazione.
«Sì, ma bisogna considerare che, negli anni Cinquanta, dell’industria locale, falcidiata dalla politica governativa che puntava tutto sul Settentrione, era rimasta poca cosa: un po’ di calzaturieri, gli impianti del Pirotecnico, qualcosa nel settore delle

costruzioni. E che la strategia della Cassa del Mezzogiorno e le prime incursioni delle aziende estranee al territorio suscitavano molta diffidenza».
Così però il Pci casertano si taglia fuori dal grande processo di trasformazione sociale che inizia alla fine degli anni Cinquanta, o no? «Di più, non capisce che Caserta era fuoriuscita dalla questione meridionale, e vi ritornerà solo dopo il 1974-75, quando inizia la crisi delle imprese. Nei decenni precedenti il tessuto economico e sociale viene rivoltato con una modernizzazione a tappe forzate, e Terra di Lavoro paria il linguaggio delle multinazionali e dell’industria più avanzata.
Sbarca nella società patriarcale locale il taylorismo, si costruiscono strade e ponti, apre il primo tratto autostradale della Napoli-Capua, con un balzo in avanti nelle telecomunicazioni e nella produzione di energia che porterà anche alla centrale nucleare di Sessa. In quel periodo la De di Giacinto Bosco la fece da padrona disegnando natura e tempi della maggior parte dei nuovi insediamenti. Avevano loro il bastone del comando».
Per questo Pei e Cgil trovarono tante difficoltà nel radicarsi nelle fabbriche?
«Il contesto era difficile, ed essere partiti in ritardo non aiutò. Nel 1969 alla Texas Instruments di Aversa, 542 addetti, la commissione interna è composta da un monocolore Cisl, mentre Cgil e Uil non avevano neppure presentato le liste. In quell’anno gli iscritti alla Firn sul totale dei metalmeccanici con tessera sindacale erano il 35% laddove la Fiom si fermava all’8% e la Ulm al 2%. Bisogna considerare però che il Pei, che nel 1976 toccò quota 115mila consensi, partiva nel 1946, alle elezioni dell’assemblea costituente, da 11.481 voti contro i 93 mila della Dc.
Le cose cominciano a cambiare, a quanto pare, dopo il 1969. È così?
«Ci fu una crescita forte del sindacato, ma la Dc frenava con ogni strumento il cambiamento. Fino al 1970 la Cgil non riuscì ad avere nessun impiegato nelle commissioni interne».
Anche la classe dirigente locale del partito si afferma con molta lentezza.
«Dal 1947 bisognerà aspettare dieci an il primo segretario provinciale casertano, Gaetano Volpe, nel 1957. Succedeva a Napolitano, che aveva guidato la federazione di Terra di Lavoro dal 1951 e che nel 1958 fu eletto alla Camera per il collegio di Caserta». Ma quand’è che il partito si converte veramente a una cultura industriale moderna?
«Il passaggio vero avviene con Capobianco, che pur essendo cresciute sotto il segno della questione agraria capì le trasformazioni. Non a caso sostenne alla segreteria Adelchi Scarano, uno che veniva sì dalla Cgil m che aveva fatto esperienza nel movimento studentesco, era laureato e parlava il linguaggio della modernità. Ma non durò molto».

** Tratto dal Mattino del 21.01.2021

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: La memoria occultata
 

La memoria occultata di Antonio Pastore

Pci, cento anni di storie disperse tra gli Archivi
Il tesoro della memoria del Pei di Terra di Lavoro disperso e sepolto in scatoloni polverosi in depositi inaccessibili, migliaia e migliaia di volumi, diverse centinaia di periodici, un numero incredibile di documenti fondamentali per la ricostruzione di vicende sociali e politiche dei casertani sono di fatto inutilizzabili. La denuncia, fortissima e senza tante perifrasi, arriva dal “Comitato 100 anni del Pei”, con una lettera a firma di Pasquale Iorio e Paola Broccoli indirizzata al direttore dell’Archivio di Stato di Caserta Raffaele Traettino.
«Una disavventura all’interno del più grande dramma che coinvolge lo stato di tutto l’Archivio di Stato», avverte la Broccoli, studiosa e autrice di vari saggi sulle dinamiche economiche del Casertano. In particolare al direttore Traettino viene ricordato che all’Archivio di Stato del capoluogo risultano donati e affidati i fondi documentali di storici ed esponenti politici di rilievo del movimento operaio provinciale come quelli di Mario Pignataro, Giuseppe Capobianco e Paolo Broccoli. E chiedono spiegazioni sul perché i materiali di Capobianco e Broccoli, ad esempio, su disposizione dell’ex direttore generale degli archivi Gino Formiglietti furono spediti in un deposito di Benevento e da allora mai più riportati a Caserta. Capobianco - di cui il 27 settembre 2019 è stato celebrato il 25mo anniversario dalla scomparsa - ha lasciato all’Archivio di Stato di Caserta, si legge sul sito dell’ente, «la testimonianza diretta del suo impegno politico e sindacale donando il proprio archivio e la ricchissima biblioteca: 2655 fascicoli confezionati in 297 buste, 6870 libri e 320 testate di periodici di varia consistenza».
Un fondo che va dagli accordi e dai verbali delle riunioni delle commissioni interne alla Saint Gobain, alla Pierrel e alla Pozzi negli anni 1956-1971, alle carte della Camera del Lavoro nel triennio 1967-1969. Ugualmente importante il fondo che, dopo un percorso accidentato e lungo, Paolo Broccoli è riuscito a donare all’Archivio di Stato. Si compone di 139 buste, una biblioteca di tremila volumi, tantissime riviste, 41 audiocassette, 31 cd contenenti discorsi di diverse personalità intervenute a Caserta durante l’attività politica dell’ex deputato. Il fondo è arricchito da una collezione di opere di Andrea Sparaco, regalate dall’artista all’amico Paolo, articolata in poster, aforismi grafici, 30 quadri e un’opera intitolata “La Saint Gobain occupata” del febbraio 1969, realizzata da un gruppo di artisti casertani in segno di solidarietà con gli operai in lotta.
Nel fondo ci sono infine anche 15 foto che partono dagli anni Cinquanta e che hanno come soggetti scioperi e manifestazioni dei lavoratori. «Vorremo che ci spiegasse - scrivono i rappresentati del Comitato a Traettino - perché i quadri di Andrea Sparaco, di cui quest’anno ricorre il decennale della scomparsa, non possano essere oggetto di una mostra permanente fruibile dalla città». «Al momento tutto il patrimonio dell’Archivio di Stato - spiega Paola Broccoli - si trova diviso tra la sede di via Bersaglieri, che è di proprietà privata, e altre due locazioni spuntate dopo un nostro incontro a Roma con Gino Foglietti nel luglio del 2018, una riunione in cui ci era stata promessa una rapida soluzione della venticinquennale provvisorietà dell’ente, con la nomina di un commissario ad acta che avrebbe garantito il trasloco negli ambienti lasciati dall’Areo- nautica militare a palazzo Reale». Invece alla vigilia di Ferragosto dello stesso anno via Bersaglieri viene alleggerita delle carte notarili che finiscono in un nuovo deposito privato a Pastorano, e delle biblioteche e delle riviste che partono per Benevento. «Si disse che era stato fatto per ridurre immediatamente il rischio di incendi, un rischio però di cui si erano accorti dopo un quarto di secolo», osserva la Broccoli.

** Tratto dal Mattino del 19.01.2021

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: una storica foto della visita di Enrico Berlinguer a Caserta durante la vertenza tra le più dure degli anni ’80 in Terra di Lavoro

Una storica foto della visita di Enrico Berlinguer a Caserta durante la vertenza tra le più dure degli anni ’80 in Terra di Lavoro

 
100 anni PCI in Terra di Lavoro 1921-2021: Quei miliardi sprecati in nome dello sviluppo di Terra di Lavoro
 

Quei miliardi sprecati in nome dello sviluppo di Terra di Lavoro di Antonio Pastore

Passato e presente
Intervento pubblico a supporto dello sviluppo economico, in tempi di Recovery Fund in pochi sembrano ricordare che il Sud ha una lunga storia di interventi pubblici e che a consuntivo di decenni di erogazioni non sempre - a dispetto dei cantori delle magnifiche sorti per l’imminente pioggia di miliardi dall'Ue - le luci hanno prevalso sulle ombre. Perciò pare più che un monito il saggio «Le partecipazioni statali a Caserta» di Paola Broccoli sulla Rivista Giuridica del Mezzogiorno, periodico scientifico Svimez.

Le origini
Paola Broccoli, che ha al suo attivo, tra l’altro, un lavoro come «La modernizzazione di Terra di Lavoro (1957-1973)» edito da Rubettino, qui ripercorre i 37 anni in cui funzionò il ministero delle Partecipazioni statali, dalla sua istituzione nel 1956 (capo del governo Antonio Segni, primo responsabile del dicastero Giuseppe Togni) al suo scioglimento nel 1993, con il primo governo Amato, ultimo ministro Giuseppe Guarino.
L’avvio dell’istituzione a cui facevano capo le holding di Stato e l’impiego delle relative risorse pubbliche «in un’ottica di sistema» fu segnato da una prima grossa divisione tra il Pci e le forze raggruppate intorno alla Democrazia Cristiana sulla priorità da dare nella questione meridionale all’industria o alla riforma agraria: i comunisti erano per quest'ultima, la De puntava sulla prima. Di fatto, alla fine del ciclo, la spesa pubblica nelle sue differenti forme - nonostante l’innegabile miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni meridionali e l’ammodernamento del lavoro nei campi e di tutte le altre attività produttive - non lascerà segni decisivi e duraturi né sull’agricoltura né sull’industria di quei territori e tantomeno sulla questione meridionale.
E ciò nonostante che nel 1957, nel prorogare la Cassa per il Mezzogiorno, fu stabilito che il 40% degli investimenti e il 60% degli impianti fosse situato al Sud. Già nel 1974 un gruppo di lavoro del Pei campano nel criticare la politica delle Partecipazioni statali metteva in luce come le scelte del ministero fossero slegate, ognuna confinata in compartimenti stagni, e chiedeva di rafforzare i settori industriali a servizio delle produzioni agricole.
La riforma
Se il decennio tra il 1951 e il 1961 vede un significativo balzo in avanti delle condizioni anche per l’agricoltura di Terra di Lavoro grazie agli interventi della Cassa del Mezzogiorno nelle infrastrutture, nei servizi e nei consorzi di bonifica, la riforma agraria registra un impatto minimo. Anno 1961, nel Casertano il 46,41% della popolazione attiva è dedita all’agricoltura ma «il latifondo persiste: ben 82.444 ettari di terreno, cioè il 34% delle superficie agraria e forestale - annota Paola Broccoli - risulta concentrato nelle mani di 416 proprietari».
E proprio all’inizio de gli anni Sessanta, la provincia «inizia la sua trasformazione da società agricola a società agricola industriale per gli effetti delle politiche di intervento straordinario». Le Partecipazioni statali agiscono sia nei settori della produzione agricola e zootecnica (Fagianeria, La Balzana, Totari, Matese, etc.) che nella trasformazione (Aurunca, Nova Agria di Frignano, et) oltre che nel tabacco, la coltura massificata che ha sostituito nel frattempo la canapa (Consorzio Ati). I posti di lavoro si incrementano ma si tratta di occupazione stagionale che non incide - sottolinea l’autrice del saggio - strutturalmente. In più le logiche di mercato delle holding statali penalizzano indotto e prospettive.
Nell’impianto Cirio di Mondragone, ad esempio, in cui si lavora il pomodoro, arriva solo il 15% della produzione complessiva di Terra di Lavoro, e lo stesso succede allo zuccherificio di Capua tanto da deprimere la coltivazione locale della barbabietola a favore delle coltivazioni del Nord. Ancora più evidente la storia del tabacchificio di Santa Maria Capua Vetere. L’impianto ha una capacità da 100mila quintali, ma intorno alla metà degli anni Settanta il lavorato passa da 60mila a 40mila quintali «a danno dei produttori locali e a favore delle multinazionali». Nicola Palladino, primo assessore all’agricoltura della Provincia, nel 1976 bollò la politica delle Partecipazioni statali nel Casertano che «pur con massicci interventi» aveva fallito sia nell’occupazione che nei redditi individuali. Irrisolta la gestione della distribuzione e della commercializzazione dei prodotti, l’agricoltura casertana finiva per avere scarso potere contrattuale sui mercati nazionali. La fase discendente
Dall’inizio degli anni Ottanta poi inizia la fase discendente dell’intervento dello Stato nell’economia agricola casertana. Non a caso nel 1985 finì sotto i riflettori, in una tavola rotonda organizzata a Caserta, la cessione da parte dell’Iri della Sme al gruppo De Benedetti, operazione criticata sia in sé che nelle modalità troppo favorevoli al privato.
Il modello
Molto più nota la storia dell'intervento pubblico nel settore industriale a Caserta. Una storia che ha dato luogo a diverse narrazioni, con al centro la mitica «Brianza del Sud», ovvero quel modello ritenuto talmente sorprendente e virtuoso da rendere quasi inspiegabile la sua evaporazione. Paola Broccoli qui riprende un discorso già iniziato altrove per una vicenda che invece si presenta fin dall’inizio piena di contraddizioni.
L’arrivo nel Casertano, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, di grandi imprese private nazionali e internazionali infatti (St. Gobain, Pozzi), è propiziato in maniera massiccia dalle erogazioni dirette e dalle infrastrutture a carico della Cassa del Mezzogiorno. Così come le scelte, all’inizio degli anni Settanta dell’Indesit o dell’Olivetti. L’energia elettrica è assicurata da quattro centrati idroelettriche gestiste dalla ex Sme mentre le holding statati intervengono anzitutto con la Cmf di Pignataro Maggiore (gard rail per le autostrade), con la Soprefìn di Sessa Aurunca (metallurgia) e la Gallino sud di San Marco Evangelista (componentistica auto).
I siti
Localizzazioni che spesso corrispondono a precisi interessi del partito della De e delle sue correnti. Il vero caso su cui indaga Paola Broccoli però è costituito dalla Siemens, che aprirà una delle sue fabbriche più importanti a Santa Maria Capua Vetere, base elettorale del senatore Giacinto Bosco, vero trait-d’union tra territorio e governo. L’azienda tedesca fin dal 1921 era operativa a Milano. Finita la guerra e la gestione commissariale affidata dal Comitato per la liquidazione dei beni tedeschi al ministero del Tesoro, fu acquistata dalla Stet (Società to rinese per l’esercizio telefonico), finanziaria dell’Iri.
Che a sua volta cede il 49% alla Sip (Società idroelettrica piemontese) conservando una quota uguale men-tre il restante 2% è in mano all’Iri. Dal 1960 diventa Sit Siemens, Milano si conferma centro decisionale e nel 1963 il ministro Giacinto Bosco mette la prima pietra dello stabilimento sammaritano. Una crescita impetuosa degli addetti porta l’organico dalle 1200 unità del 1969 ai circa cinquemila del 1975. La mission è coprire l’installazione dei telefoni sull’intera rete nazionale. La politica del personale però porta segnali di allarme: manodopera con bassa scolarizzazione e dequalificata, percentuale di impiegati del 9,9% (1972) contro il 20% di media del gruppo. Cliente in pratica quasi unico dello stabilimento è la Sip (nel 1974 su 284 miliardi totali di fatturato Siemens, 210 sono targati Sip).
Le difficoltà
La crisi della politica dei «poli», la trasformazione radicale delle telecomunicazioni e l’approssimazione della politica portarono la Sit Siemens nel 1979 a chiudere il bilancio con 17,3 miliardi di perdite. Nel 1980 si trasforma in Italtel ma la strada è ormai tutta in salita. Nel 1983 uno studio della facoltà di Ingegneria di Napoli evidenziava il rapporto tra difficoltà della riconversione, la mancata innovazione del prodotto e la difficile ricerca di nuovi mercati con la crisi dell'occupazione. Nel 2000 venne ceduta per 275 miliardi alla Finmek Access Media, a sua volta commissariata dal ministero delle Attività produttive nel 2004. Un’esperienza, quella di Santa Maria Capua Vetere, che come tutta l’avventura dell’industrializzazione in Terra di Lavoro, portava dentro di sé i germi della fine: modello dualistico di produzione, diviso tra aree centrali e periferiche (tra loro incomunicabili) e dipendenza dal flusso della spesa pubblica, aveva avvertito Ires-Cgil negli anni Ottanta.

** Tratto dal Mattino del 29.12.2020

 
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